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Il primo portale dedicato all'investitore italiano in Rep. Ceca e Slovacchia

domenica 26 febbraio 2017

AAA affittasi paese. Il boom dell'home sharing.

Le vacanze stanno arrivando e chi volesse fare a meno di prenotare la solita pensione al mare, oggi sul Web trova le alternative più esotiche. Vi sono possibilità per tutte le tasche: dal materasso in soggiorno alla barca in Grecia, dalla casa sull'albero al castello in Scozia.
Se prima si poteva pensare che il ragazzo che affittava la tenda di fronte all'Apple Store su Airbnb fosse il più originale, oggi i fatti lasciano intendere che la realtà supera l'immaginazione e che ogni giorno nuove idee riaprono la sfida per la vacanza più originale.
I siti di "home sharing", (letteralmente " condivisione della casa"), stanno spopolando sempre di più, anche se a volte lasciano interdetti di fronte alle abitazioni più assurde e alle offerte più costose. Prendiamo ad esempio proprio Airbnb: se da un lato sta facendo di tutto per creare certezza sull'identità sia dell'affittuario che dell'affittante, con tre livelli di sicurezza, (numero di telefono, profilo Facebook e carta d'identità), dall'altro nulla fa per ridurre la stranezza di certi alloggi, anzi, questa è motivo di vanto, nonché di pubblicità.
Nel 2011 il sito ha affittato il principato del Liechtenstein per "soli" 70.000 dollari a notte, incluso il catering e un servizio di "basic branding". Si proponeva cioè di vendere l'originalità e l'autenticità del luogo e l'ospitalità degli abitanti. In questa formula era contenuta la possibilità di assegnare un nome diverso alle strade, così come quella di stampare la propria banconota (temporanea), con tanto di faccia sopra. Si poteva scegliere di ricevere il benvenuto con una festa medioevale, piuttosto che con la consegna delle chiavi della città da parte del sindaco.
Airbnb lavora però anche su scala più piccola; per esempio, nel 2010, grazie alla partnership con Rent a Village, Airbnb vantava tra le sue opzioni ben sei villaggi in Austria, tre in Germania e uno sky resort in Svizzera. Per i più coraggiosi all'acquario di Parigi c'è una simpatica stanzetta con gli squali come vicini di casa; 35 metri quadri all'interno di una vasca con 35 squali. Tra le regole sul soggiorno: "meglio tenere braccia e gambe ben all'interno del letto, non si sa mai".
In Kenya invece si può vivere insieme alle giraffe, vicine di casa tanto socievoli quanto invadenti, visto che allungano volentieri il collo attraverso la finestra per farvi compagnia durante la colazione. Il prezzo? 500 dollari a notte.
In Australia è possibile affittare una cava con circa 190 dollari a notte e un certo Steve offre un angolo del suo giardino in Napa, la famosa regione del vino: 80 dollari a notte, incluso il parcheggio e la possibilità di dormire tra i suoi attrezzi e il suo tavolo da picnic. Per 15 dollari in più prepara anche la colazione. Chiaramente, la tenda non è inclusa nel prezzo.
E per concludere in bellezza è possibile anche affittare un'isola: meglio in Irlanda o nelle Filippine?
La domanda vera però è: ma queste isole, queste location così assurde, hanno successo? Se si decidesse di fare un investimento e di costruire una casa a forma di cane, piuttosto che di delfino, saremmo inondati da richieste di persone che vorrebbero passarci una notte?
Difficile a dirsi: infatti per alcune di queste abitazioni ci sono liste di attesa lunghissime, mentre altre difficilmente vengono scelte. La stranezza delle abitazioni è d'altronde un po' un ossimoro, se si pensa che l'idea originaria dell'home sharing era quella di far sentire a casa anche dall'altra parte del mondo, di vivere un'esperienza autentica, come se quella città, quella via, quell'appartamento fossero davvero casa propria.
Tuttavia funziona: la casa a forma di fungo ha una lista di attesa di quasi un anno. D'altronde chi non sogna fin da bambino di vivere come i puffi o quanto meno in una casa sull'albero? Forse è il caso di affittare quella costruita per i propri figli in giardino.


domenica 12 febbraio 2017

Il valore della dottrina di Buddha.

Si sente fare sempre la domanda, se quell'antica concezione del mondo dia la possibilità di un'applicazione utile nel presente. A ciò si è dato anzitutto risposta con un vigoroso si, giacché è da tempo noto, che seri e gagliardi seguaci, già da una serie di anni si volgono all'oriente e là, nell'odierna patria attuale della disciplina e dell'osservanza ancora conservata, a Ceylon o nell'India posteriore, entrano nell'ordine, divengono regolari monaci e asceti: e più d'uno così, come io ho personalmente sperimentato, è morto là lietamente, dopo essere diventato anche “uno dei santi".
Sulla reale efficacia della parola del Maestro nel presente presso di noi, non può esservi dunque oggi alcuna questione, se anche naturalmente il suo valore, secondo il punto da cui si guarda, apparirà come vacuo e nullo o come alto e sublime, come dannoso e folle o come incomparabile. Tali concetti di valore sono però, a quanto mi pare, poco appropriati ad una disamina e discussione generale. Su tali questioni non si è mai raggiunto e non si raggiungerà mai, in nessun tempo e luogo, un unico giudizio, ancor meno che sopra una musica od una pittura.
La pietra di paragone in tali criteri di valore è sempre diversa secondo il diverso grado di durezza e deve perciò, per quanto corrisponde a uomini discreti od alla loro esperienza, essere lasciata alla scelta di ogni singolo. La circostanza però, della quale noi qui ci dobbiamo occupare e che si lascia quasi sempre da parte o si considera solo fuggevolmente, sta fuori di tali prove di esperienza personale.
Noi dobbiamo qui fare solo il tentativo, se ci può riuscire, di imparare a comprendere quella concezione del mondo come una intuizione o un'arte puramente indiana. Questa sarebbe la ricompensa della fatica nell'esame e nel travaglio, richiedenti tanto tempo e tanta cura, dei nostri antichi testi. Quelli, a cui essi non ricompensano un sì costoso dispendio, può anche, se proprio vuole avere ed esprimere un'opinione sulla nostra dottrina, appigliarsi ad opere più maneggevoli, di cui da un pezzo non c'è mancanza: sia l'eccellente Catechismo buddhistico di Subhadra Bhikshu, od il magnifico e raccomandabile più di ogni altro, Buddha di Oldenberg, che da tanti anni è il fondamento di ogni vera ricerca esatta e si rinnova sempre in successive edizioni.
Ma i testi originali stessi sono poco atti a farsi trasformare subito in un utile praticamente applicabile, per questo essi sono troppo duri. Due millenni ci separano da essi e dalla loro forma in maniera d'espressione. E ciò che rende l'intelligenza anche più difficile, ci sta di mezzo uno strato quasi impenetrabile di civiltà straniera. Come potrebbero percepirsi di nuovo presso di noi quei suoni e quelle voci lontane, svanite, così come realmente risuonano sulla propria terra? Siccome, così come stanno le cose, quasi manca un mezzo risonante, la possibilità di un'eco è esclusa quasi come la propagazione del suono dal sole alla terra, che pure si potrebbe raggiungere in poco più di 14 anni.
Pertanto non si può parlare di utilizzazione pratica di questi nostri pezzi sperduti dal mondo. Si deve accontentarsi, se tra i sordi pilastri si trova un Memnone e se con infaticabile lavoro ed esercizio si superano forse gli ostacoli e si scoprono ed acquistano i mezzi per incanalare quelle voci del passato sul nostro presente; in modo che l'uditore possa sentirne l'arte profonda ed i delicati prodotti del messaggio. Ma non perciò bisogna aspettarsi a guisa di apostoli una generale conversazione del mondo.
Lo stesso Gotamo ha parlato sempre e solo ai singoli, non si è mai rivolto al popolo od alla folla. Dopo che la parola vivente dell'asceta e pensatore Sakyo era ammutolita e spenta da più di 20 secoli, dopo che sul breve magnifico mezzodi è scesa la lunga pallida notte dell'oblio, oggi la parola irrigidita, se anche comincia di nuovo a risuonare, non può certo risvegliare interamente a nuova vita quella svanita civiltà, con le sue superiori cognizioni spirituali e come entusiasti immaginano, a trarci in ringiovanita forma moderna: i contemporanei delle automobili e degli aeroplani, anche con la più grande fretta e con la migliore volontà, non potrebbero avere perciò udito né trovare ozio bastevole; astraendo del resto dal fatto che le fantasticherie e le donchisciotterie di una conversione universale sono da piccoli borghesi, infantili, bamboleggianti e niente affatto conformi alla dottrina.
Il discepolo di Gotamo lasciava il mondo esser mondo, intatto da ciò che si dice. O similmente si può anche oggi ed in avvenire fare il tentativo, di imparare a comprendere quello spirito mediante le sue classiche testimonianze. Queste però si mostreranno accessibili a colui, che ha per esse disposizioni e le sa sviluppare: non altrimenti come uno cura il suo Shakespeare, un altro il suo Bach, un terzo disegna carte del pianeta Marte, ed un altro cuoce sostanze da iniezioni.
In parole nette: quella concezione del modo è divenuto una scienza per noi. Che certo ne possa insieme cascare ogni sorta di cose adoperabili per il caro povero popolo, è una favorevole manifestazione concomitante, la semplice ombra della cosa, ed invero un'ombra gigantesca, anzi propriamente un'ombra della terra, il riguardo dei milioni di sempre rinnovati concorrenti, concomitanti e seguaci nelle 10 regioni dell'universo.
Con la cosa stessa però, con la nostra "Cosa in sé" per dire così, anche nel caso migliore avrà da fare solo qualche raro uno od un altro, sia egli diretto verso la scienza, l'arte o la santità. Ciò basta. Io penso che vi sia una tale possibilità per chi voglia seriamente sforzarsi, ciò basta mostrare quel che anche noi abbiamo ereditato dai tesori. Chi però volesse fare numericamente il conto del possibile utile, potrebbe facilmente seguendo l'esempio di Giovanni l'eremita, nello Speculum pastorum, calcolare quale risultato si otterrebbe con l'ipotesi non certo esagerata, che un uomo per 20 anni ogni anno guidasse con l'esempio e la dottrina solo un altro uomo alla retta opinione, ed ognuno di questi annualmente solo un altro e questo di nuovo se ne portasse un altro sulla retta via.
Da cui si dedurrebbe, col lapis alla mano, che il numero dei promossi in questa guisa, partendo da un solo promovente e nella minima misura, dopo 20 anni supererebbe già il milione. Ma noi qui non ci esercitiamo in statistica né in allotria.


K. E. Neumann

domenica 5 febbraio 2017

Sulla rotta di Amundsen ecco la crociera al polo Nord.

Quest'estate la nave da crociera di lusso Crystal Serenity andrà alla conquista del Polo Nord percorrendo quel passaggio a Nord-Ovest, collegamento fra l'oceano Atlantico e il Pacifico, aperto all'alba del 1900 dall'esploratore norvegese Roald Amundsen, dopo tre anni di navigazione nelle acque gelide del Mare Artico, imprigionate tra i ghiacci.
Soltanto nel 1944 una nave lo ripercorse in un anno. Quest'estate la Crystal Serenity, lunga all'incirca 250 metri, 13 ponti, che ospita anche un casinò, un cinema-teatro, sei ristoranti è un campo per la pratica del Golfo, ha progettato di farcela in un mese.
Il viaggio organizzato dalla Crystal Cruises Llc, con base a Los Angeles, è andato esaurito in tre settimane, con un migliaio di aspiranti passeggeri disposti a pagare 22.000 dollari ciascuno, (all'incirca 19.600 euro), extra esclusi, fra i quali il giro in elicottero lungo la rotta (4000 dollari, 3500 euro) o l'escursione di tre giorni alla scoperta del ghiacciaio Eqip Sermia in Groenlandia (6mila dollari, 5,3mila euro).
Da quel viaggio di Amundsen, sono state circa 200 le navi che hanno percorso quelle 900 miglia, ma la maggior parte di loro l'hanno fatto soltanto nell'ultimo decennio, dal momento che il riscaldamento degli oceani ha ridotto la calotta di ghiaccio per un tempo più lungo durante i mesi estivi.
Lo scorso agosto, la superficie di ghiaccio intorno al circolo polare Artico è stata del 30% in meno rispetto a quella di 25 anni fa, secondo i dati forniti dalla stazione nazionale del Colorado.
Verso la metà degli anni 1990, una media di quattro navi effettuavano questa crociera ogni anno; 13 nel 2013 e l'estate scorsa sono state circa 20. La maggior parte del traffico è costituito da piccole navi cargo per servizi alle comunità lungo il percorso. Piccole imbarcazioni da diporto fanno piccole gite. Nell'agosto 2012, una nave con 481 passeggeri, tra i quali molti residenti di questi luoghi, è transitata nel mese di agosto.
Il transatlantico Crystal Serenity sarà la più grande nave a tentare il viaggio da New York City a Anchorage in Alaska. E sarà il primo per numero di turisti. La domanda è stata così alta, che la Crystal Cruises sta già progettando una seconda crociera per il 2017.
Jeff Hutchinson, vice commissario alla guardia costiera canadese è soddisfatto, perché la nave Serenity ha fatto una pianificazione adeguata per il viaggio. Altri sono preoccupati che possa arrivare un aumento del traffico prima che la regione sia pronta.
L'aumento del traffico nella regione si è già tradotto in più alti tassi di incidenti. Un rapporto di Allianz di marzo, ne ha censiti più di 70 nelle acque del circolo polare artico nel 2015, il 30% in più sull'anno prima.
La manciata di nazioni intorno all'Artico, sono tra le prime a voler capire come gestire le acque da poco navigabili. Solo il 10% del passaggio a Nord-Ovest è stato correttamente normato con accordi fra Usa e Canada. Porti che possono ospitare una nave delle dimensioni della Crystal Serenity in caso di emergenza, sono limitati sulla rotta, così come lo risorse per un'eventuale salvataggio.
Nell'agosto 2010, una nave da crociera molto più piccola, con 200 passeggeri e membri dell'equipaggio a bordo, si è arenata a 55 miglia marine dalla terra. Ci sono voluti due giorni alla guardia costiera canadese, per arrivare a recuperare le persone su scialuppe di salvataggio.
E gli ambientalisti sostengono che non ci sono risorse per far fronte a eventuali fuoriuscite di petrolio dalle navi e per il monitoraggio del rispetto delle normative ambientali. Crystal Cruises ha lavorato su questo progetto per più di 18 mesi e ha implementato le precauzioni per assicurare la sicurezza di ospiti e equipaggio e per tutelare l'ambiente: sarà scortata da una nave che potrà anche rompere il ghiaccio, se necessario, avrà due elicotteri ed è dotata di radar per il rilevamento del ghiaccio e altri pericoli di notte.

Simonetta Scarane

domenica 29 gennaio 2017

Carcere e civiltà: il pellegrinaggio per scontare la pena.

L'associazione si chiama Oikoten ed è in Belgio. Dal 1982 attua uno speciale programma di rieducazione per detenuti: il pellegrinaggio. Le mete sono due: Roma e Santiago di Compostela. Una giovane reclusa belga, Deborah, è stata coinvolta nel percorso di recupero e ha camminato dal suo paese fino a piazza San Pietro, dove ha salutato il Papa alla fine dell'udienza generale.
Una modalità davvero impensabile per il nostro ordinamento penitenziario. Scrive l'Osservatore Romano: "Da detenuta a pellegrina, da un quadrato di mondo visto da dietro le sbarre alle sconfinate prospettive di un cammino fisico interiore capace di convertire. Il suo modo di scontare la pena e trovare la strada
per reintegrarsi nella società sono stati", si legge sul quotidiano della Santa Sede, "quei 1700 km a piedi dal Belgio a Piazza San Pietro, per incontrare Francesco. La donna era accompagnata da Stephanie Nosek, con tanto di supervisione del giudice".
Il metodo, riferiscono al giornale vaticano i responsabili dell'associazione, "è ispirato al concetto cristiano, radicato nella tradizione medievale, di far vivere al detenuto un processo di conversione attraverso il pellegrinaggio, verso Santiago di Compostela o Roma. Ma è anche una forma molto moderna di misericordia".
Ogni anno Oikoten, predispone questo particolarissimo percorso di estinzione alternativa alla pena per 15 detenuti. I destinatari del programma vengono selezionati secondo un'essenziale requisito: devono essere giovani, come Deborah. Le distanze da percorrere a piedi, sarebbero insostenibili per chi non sia sorretto da un fisico in perfetta salute e appunto dalla giovane età.
"È una vera sfida per provare qualcosa al mondo e a se stessi: rappresenta una possibilità di riflettere sul passato e gettare le basi per il domani", aggiungono i responsabili di Oikoten.
Chissà se nell'assai più cattolica Italia, potrebbe mai trovare spazio una misura alternativa così legata alla crescita spirituale e quindi all'effettiva rieducazione del condannato.


sabato 14 gennaio 2017

Scripofilia, collezionismo e sicuro investimento.

Mi riferisco ai titoli storici, a certificati azionari o obbligazioni fuoricorso e privi di valore borsistico. Il termine con il quale questa forma di collezionismo è noto è scripofilia, termine mutato dall'inglese scripophily. A battezzarlo fu un concorso realizzato nel 1977 dal quotidiano The Times e si tratta di una parola composta da scrip, termine che nel mondo anglosassone indica il "certificato provvisorio di titoli", e dal noto suffisso greco philos che indica l'amare qualcosa.
E devo dire che nel mio caso è stato proprio l'amore il motore della passione, una passione nata in famiglia grazie a mio padre Roberto e che ora condivido con Monica, mia compagna nella vita e nel lavoro, e con un gruppo di consulenti esperti. Lo scrivo perché credo che questa forma di collezionismo sia peculiare rispetto ad altre, poiché unisce l'interesse per la storia, l'arte e la finanza e sia perciò particolarmente affascinante e spero quindi che in molti possono innamorarsene. Ma anche per chi si limita alle sole cifre, non posso che rilevare che la scripofilia oggi è un buon affare. Ed ecco alcuni numeri che lo dimostrano.

Un mercato in espansione
Il mercato mondiale della scripofilia è passato da poco più di 10 milioni di euro nel 2006 a oltre 30 milioni nel 2014; quanti altri mercati hanno triplicato il proprio fatturato negli anni della grande crisi economica e della recessione?
Ed ecco qualche esempio di certificati che in anni di crisi, hanno saputo aumentare di diverse volte il proprio valore.
Un titolo storico della Fiat del 1956, veniva battuto nel 2002 a circa 400 euro, 10 anni dopo aveva raggiunto i 2600 euro.
Ancora più impressionante il dato dei bond Lung-Tsing-U-Hai della Repubblica cinese nel 1913 denominati "Superpetchilly" schizzati tra il 2012 e il 2014 da 500 a 2000 euro.
Si tratta di un mercato prevalentemente anglosassone, ma al quale si sono aggiunti europei, in particolare tedeschi e investitori dei cosiddetti paesi emergenti. Diversi titoli italiani sono perciò, in particolare per l'aspetto estetico di prim'ordine rispetto a quelli di altre nazioni, promettenti di crescita di valore nei prossimi anni. In Italia la scripofilia è infatti ancora poco conosciuta, pur essendo praticata da diversi decenni da alcuni collezionisti, anche a livello mondiale ha visto crescere l'interesse degli investitori a partire dagli anni 90.
Probabilmente una conseguenza di una presa di coscienza che la dematerializzazione dei titoli finanziari, la loro trattazione solo nelle borse telematiche, ha reso i certificati azionari documenti storici di un'epoca ormai passata.

Le regole dello scripofilo
Come avete potuto notare alcuni titoli storici hanno avuto negli anni notevoli incrementi di valore, difficilmente paragonabili a quelli di altri settori del collezionismo, dalla numismatica alla filatelia, ma in certi casi anche dell'arte.
Ma quali titoli scegliere? Quali certificati acquistare? Quali sono gli accorgimenti? Voglio ora indicarvi quelle che ritengo le regole per valutare il valore di un titolo.
1 - Lo stato di conservazione: occorre valutare lo stato generale del documento, cercando di evitare titoli non completamente integri, con buchi o strappi, a meno che siano presenti per la natura del tipo di titolo, come nel caso delle fedi di credito. Tecnicamente in base alla conservazione, i titoli fuoricorso vengono come segue:
Specimen: certificati non emessi o con caratteristiche di qualità come se fosse appena uscito dalla tipografia.
Uncirculated: certificato che sembra nuovo e non presenta segni o evidenti piegature né macchie.
Extremely fine: leggere tracce del tempo.
Very fine: minori segni di invecchiamento.
Fine: chiari segni di invecchiamento.
Fair: forti segni di uso e invecchiamento.
Poor: alcuni danni con evidenti segni di invecchiamento e macchie.
2 - L'anno di emissione: acquistare certificati con date di emissioni non recenti, preferibilmente precedenti agli anni 50. Particolare valore per esempio hanno le obbligazioni degli Stati italiani preunitari.
3 - La valenza artistica: preferire i documenti con immagini grafiche o decori di pregio. Alcuni certificati sono persino stati realizzati da celebri artisti come quelli dalla Paris France S.A., catena francese della grande distribuzione di inizio novecento. Fu il celebre artista di origini ceche emblema dell'art nouveau, Alfons Mucha, a realizzarli. Oppure vi sono quelli della Roulette di Montecarlo emessi nel 1924 con il volto di Marcel Duchamp immortalato da Man Ray.
4 - Significato storico: i certificati sono legati ad aziende che magari grazie a quell'emissione, si sono formate per prodotti particolarmente innovativi, hanno cambiato la storia della tecnologia o della società o del costume. Oppure sono emissioni legate a movimenti storici, come per quanto riguarda l'Imprestito nazionale che vedeva Giuseppe Mazzini tra i promotori.
5 - La rarità: informarsi sul numero di pezzi emessi e preferire quelli più rari. Va inoltre tenuto conto che la dematerializzazione dei titoli finanziari di fine millennio, ha portato molti istituti e altri soggetti che avevano titoli cartacei fuoricorso a eliminarli, ritenendo non avessero valore e ciò in alcuni casi ne ha accresciuto il valore collezionistico. Perciò la quantità di certificati emessi da un lato e il numero di emissioni, più è basso meglio è, possono aumentare il valore del titolo storico.
6 - Le firme di personaggi famosi: occorre prestare attenzione alle firme, per i titoli più antichi sono poste direttamente e non sono stampate, e in alcuni casi sono di celebri personaggi storici; basti pensare che un certificato della Standard Oil Co. del 1870 firmato da John D. Rockfeller, fu battuto all'asta nel 2001 a 120.000 dollari.
7 - Intestatario: va verificato se il certificato è intestato a persona o società famosa.
8 - Taglio di emissione: l'importo del valore nominale del titolo può essere, ma non sempre, un elemento di maggior interesse: più è alto, più è desiderabile.
9 - Stampatore: in certi casi i titoli sono stati stampati da celebri litografie.
10 - Carta: il tipo di carta utilizzata, di maggior o minore qualità, o con particolari sistemi di anticontraffazione come la filigrana, è un ultimo elemento da valutare.
Sono dunque molteplici gli elementi che comportano la formazione di una stima di valore di un titolo fuoricorso.

Perché puntare sui titoli italiani
Come accennato precedentemente, oggi i titoli storici italiani possono rivelarsi un investimento particolarmente interessante, poiché si tratta di certificati con maggiori potenzialità di crescita di mercato. Di seguito alcuni dei motivi che li rendono interessanti rispetto alle regole sopracitate:
1 - Antichità. La storia italiana della finanza e i relativi documenti, hanno una storicità maggiore rispetto a quella di altri Stati internazionali, (gli stati pre-unitari sono quelli che hanno visto nascere i primi documenti, che oggi vengono visti come gli antenati delle moderne azioni e obbligazioni).
2 - Arte. In Italia, come nel mercato delle banconote, abbiamo avuto grandi artisti che hanno saputo enfatizzare la parte grafica dei documenti.
3 - Fiscalità. I titoli storici sono identificati come beni non soggetti a prelievi forzosi, cioè a particolari forme di tassazione sul patrimonio.
4 - Originalità. Rispetto ad altre forme di collezionismo ormai inflazionato, soprattutto in Italia, la scripofilia a maggiori margini di crescita.
5 - Rarità. I documenti esteri che attualmente hanno maggior mercato, hanno in realtà più basse emissioni, (maggior numero di copie), e perciò potenzialmente i titoli italiani potranno essere più ricercati.
Infine al di là del valore speculativo esiste il valore emotivo dato dal collezionista che è disposto, al di là delle quotazioni, ad arrivare a pagare un determinato documento per valori affettivi di collezione, cifre superiori a quelle di mercato.

Un museo virtuale
Ma come iniziare ad avvicinarsi al mondo della scripofilia, dove potete consultare e scoprire questi documenti del passato?
La passione per i titoli fuoricorso mi ha portato, dall'inizio del nuovo millennio, a creare attorno al sito scripofilia.it una piccola galassia di siti satellite, che puntano a divulgare la cultura su questa peculiare forma di collezionismo e investimento.
Il punto di riferimento è scripofilia.it: un portale che racchiude centinaia di schede catalogate dei titoli storici da collezione, in continuo aggiornamento, dove è possibile sia consultarle che deciderne l'acquisto. Accanto a questo progetto web sono anche stati realizzati:
scripobond.com, sito specializzato per i titoli speculativi internazionali di alto valore;
scripopass.com, che fornisce invece un servizio di certificazione riconosciuto a livello internazionale per i titoli storici;
scripomuseum.com, che si pone l'obiettivo per gli appassionati di poter effettuare virtualmente un viaggio temporale, della storia della finanza attraverso gli antichi documenti;
scripopages.com, un motore di ricerca specializzato che permette di ricercare le aziende collegate al mondo del collezionismo e della finanza;
scripomarket.com, un portale, unico nel suo genere, che consente di restare informati sul tema del collezionismo come forma d'investimento.
Prossimamente potrete continuare a leggere di scripofilia su queste pagine, vi sveleremo i segreti dei titoli del passato, compiremo un viaggio indietro nel tempo che può trasformarsi in un investimento per il futuro. In quel bene mobile privo di tassazione, che in questi anni ha visto un mercato in continua crescita. E che unisce valore economico a valore storico e artistico.

Alberto Puppo


Links utili:













sabato 7 gennaio 2017

Modi di dire 28.

Si dice . . . “essere una tigra di carta”

L'espressione “essere una tigre di carta”, usata specie in campo politico, definisce qualcuno che si presenta minaccioso o pericoloso, ma che in realtà si rivela un bluff, una figura inoffensiva. Si tratta della traduzione letterale di un modo di dire cinese, ed è giunto in occidente nel 1946 allorché Mao Tse-tung, allora capo dell'esercito di liberazione popolare cinese, in un intervista alla giornalista Anna Louise Strong dichiarò: “Tutti i reazionari sono tigri di carta”. Ossia apparentemente terribili, in realtà non così potenti. La metafora fu molto usata nella lotta politica in Cina negli anni del maoismo, specie con riferimento agli Stati Uniti. Entrò in uso nel mondo occidentale anche grazie alla diffusione, nel 1967, del Libretto Rosso, antologia di citazioni di Mao Tse-tung che si dilunga sulle “tigri di carta”.


Si dice . . . “aver mangiato la foglia”

L'espressione significa capire al volo, intuire una situazione, il senso di un discorso, le intenzioni altrui. Vi sono due versioni sull'origine dell'immagine: la prima è l'episodio dell'Odissea in cui Ulisse, prigioniero di Circe, si rende conto del trucco della maga per trasformare gli uomini in bestie e per essere immune dalla magia mangia una foglia donatagli da Ermes. La seconda si rifà alla cultura contadina: la foglia in questione è quella che possono divorare gli erbivori, da quando smettono di succhiare il latte materno e vengono svezzati. L'aver “mangiato la foglia”, sarebbe una rappresentazione simbolica dell'essere divenuti adulti e dunque più saggi e consapevoli di quanto accade intorno a se.


Si dice . . . “bagnare il naso a qualcuno”

La locuzione “bagnare il naso” vuol dire battere qualcuno, superarlo in bravura, nella carriera oppure in qualche altro aspetto della vita facendogli fare una pessima figura. L'origine dell'espressione, usata specie in Lombardia e Piemonte, (bagnè el nasa un, in dialetto torinese), deriva da un'antica abitudine “pedagogica” in uso nelle scuole di quelle regioni, secondo cui il maestro sollecitava l'alunno più bravo perché sfregasse, col dito umido di saliva, il naso del compagno che aveva avuto scarso profitto. Si rintraccia l'usanza nella letteratura: “... Tutti i giorni interrogazione generale. Chi rispondeva esatto e con più sicurezza era premiato con l'incarico di bagnare il naso a chi aveva sbagliato. Quel dito umido di saliva era schifoso ...” (Mario Lodi Il corvo 1971).



Si dice . . . “essere una carampana”

Il termine “carampana” viene usato in senso spregiativo per indicare una donna sciatta e volgare o vecchia e brutta. L'origine dell'epiteto risale alla Venezia medioevale. Cà Rampani era il nome dato ad alcuni stabili ereditati dal governo della Serenissima, dalla facoltosa famiglia dei Rampani e adibiti nel 1421 a ospitare l'attività delle mondane. Da allora le donne ospiti di quelle case, furono chiamate “carampane” e il termine divenne sinonimo di prostituta. Poi, nel libertino '700, le mondane giovani e belle poterono tornare ad esercitare il mestiere in centro città, mentre a Cà Rampani rimasero solo le più anziane, lì relegate come in un ospizio, e fu questo sviluppo a dare al termine il significato attuale.


Si dice . . . “ambasciator non porta pena”

Questo detto ricorda che chi reca notizie non buone non deve essere considerato colpevole di quanto comunicato e si riferisce all'antico e delicato compito dell'ambasciatore, (dal latino ambactus “servo stipendiato”). Infatti nel corso dei secoli, sono avvenute molte violazioni a quella legge non scritta che oggi si chiama immunità diplomatica, ossia considerare sacra la vita degli emissari di altri popoli che portavano messaggi, anche se spiacevoli. Tra i molti esempi ricordiamo che nel 610 d.C., lo Scià di Persia fece trucidare gli emissari bizantini venuti a proporre un trattato di pace non gradito. Solo a partire dal Congresso di Vienna, nel 1815, la diplomazia divenne professione autonoma e acquisì valore e norme giuridiche internazionali.


Si dice . . . “il lupo perde il pelo ma non il vizio”

L'antico proverbio “il lupo perde il pelo, ma non il vizio” si riferisce al fatto che per ciascuno di noi è molto difficile eliminare definitivamente le cattive abitudini e sottolinea le difficoltà che si incontrano per riuscire a superare i vizi incalliti di cui siamo dipendenti. Il detto è una derivazione del motto latino lupus mutat pilum, non mentem, (il lupo cambia il pelo, non la mente), che ritroviamo, attribuito però alla volpe, già in un testo dello scrittore di età imperiale Svetonio. Il letterato attribuiva questa frase a un allevatore di bestiame, il quale rimproverava all'imperatore Tito Flavio Vespasiano, (9-79 d.C.), di non riuscire a dominare nel tempo la propria avidità.



Si dice . . . “al di là del bene e del male”

Il modo di dire indica una persona, un fatto o un'opera, che non sono paragonabili a nulla e in un giudizio vanno collocati in una categoria a parte, in positivo o, ironicamente, in negativo. La frase fatta si riferisce ad “Al di là del bene e del male: Preludio di una filosofia dell'avvenire”, (Jenseits von Gut und Bose), saggio del 1886 del pensatore tedesco Friedrich Nietzsche, (1844-1900), considerato testo fondamentale nel passaggio del pensiero filosofico dal XIX al XX secolo. E' un violento attacco contro la morale ipocritamente accettata dai pensatori del presente e del passato che destò scalpore. La popolarità della frase fatta è stata rilanciata dall'omonimo film di Liliana Cavani del 1977, ispirato proprio alla biografia del filosofo di Rocken.



Si dice . . . “fare i conti senza l'oste”

Si riferisce a chi prende delle iniziative affrettate senza tener conto della volontà altrui e quindi di rifiuti eventuali od ostacoli posti in seguito da terzi. L'origine del modo di dire trova riscontro nelle antiche osterie, luoghi che erano assai frequentati da viaggiatori e avventori di passaggio. La gran parte degli osti era allora rinomata per l'astuzia nell'organizzare imbrogli sul conto del pasto consumato, essendo abilissimi nel sostenerli durante la presentazione della nota alla clientela. Ecco perché era ritenuto esercizio inutile per i clienti fare calcoli preventivi sul conto finale, poiché poi ci si trovava puntualmente contraddetti dall'oste, il quale sottoponeva altre voci di spesa e mandava all'aria tutte le loro previsioni.


Si dice . . . “avere i nervi a fior di pelle”

Significa essere assai sensibili emotivamente, nervosi, agitati o suscettibili. L'immagine è molto simile a quella di “a nervo scoperto”, poiché suggerisce che i terminali nervosi vengano a trovarsi assai vicino alla superficie della pelle. “Fiore” infatti – probabilmente in questo caso inteso come la parte più alta della pianta – indica la superficie di qualcosa o comunque la sua parte più prossima alla superficie stessa, come nella locuzione “a fior d'acqua”. Non a caso il termine “affiorare” vuol dire emergere, spuntar fuori. Un altro esempio del genere è la definizione “fior di latte” che indica prodotti gastronomici, (latticini, gelati), a base della parte più ricca e pannosa del latte: quella che resta in superficie grazie alla sua minore densità.


Si dice . . . “da che pulpito viene la predica”


L'esclamazione “ da che pulpito viene la predica!”, è un'espressione ironica che viene usata per screditare l'autore di affermazioni perentorie, di precetti, di indicazioni da seguire, (per esempio: “Bisogna combattere la corruzione diffusa!”, “Abbiate il coraggio delle vostre azioni!”, eccetera). Questo se chi parla è in realtà, il primo a non dare seguito a ciò che predica al prossimo. Il pulpito, (dal latino pulpitum, piattaforma), è la postazione sopraelevata da cui parlavano al pubblico gli oratori dell'antica Roma e, nell'ambito del cristianesimo medioevale a partire dal X-XI secolo, le balconate da cui sacerdoti e predicatori si rivolgevano ai fedeli con le loro omelie. Alcuni pulpiti sono autentici capolavori di architettura e scrittura.


martedì 3 gennaio 2017

Ministro Poletti, si tolga dai coglioni!


Sig. Perito agrario Poletti (eh si, in un Paese che richiede la laurea anche per servire caffè in un bar, Lei e’ l’ennesimo caso di non laureato che raggiunge poltrone d’oro, vertici di rappresentanza delle istituzioni e stipendi pazzeschi), ho dato un’occhiata al suo curriculum e le garantisco che lei non verrebbe assunto neanche all’Arlington Hotel della mia Dublino a servire colazioni come io, giovane avvocato laureatomi in Italia, ho fatto per pagare le spese di sopravvivenza in un Paese straniero che mi ha dato una possibilità che il Suo Paese mi ha negato.
Lei, ministro del lavoro, il lavoro non sa neanche cosa sia, lei che non ha lavorato neanche un giorno della sua vita (il suo cv parla chiaro). Lei, che si rallegra di non avere tra i piedi gente come me, non ha la piu’ pallida idea di quanto lei sia un miracolato. Lei non sa, perito agrario Poletti, che dietro ogni ragazzo che si trasferisce all’estero, ci sono una madre e un padre che piangono QUOTIDIANAMENTE la mancanza del figlio, c’e’ una sorella da vedere solo un paio di volte all’anno, degli amici da vedere solo su “facetime” e i cui figli probabilmente non ti riconosceranno mai come “zio”, c’e’ una sofferenza lancinante con la quale ci si abitua a convivere e che diventa poi quasi naturale e parte del tuo benessere/malessere quotidiano.
Il Suo, perito agrario Poletti, e’ un paese morto, finito, senza presente ne’ tanto meno futuro e lo e’ anche per colpa sua e di chi l’ha preceduto. Chi e’ Lei per parlare a noi, figli e fratelli d’Italia residenti all’estero, con arroganza, con spocchia, con offese e mancando del più basilare rispetto che il suo status di persona, oltre al suo status di ministro, richiederebbe?! O forse pensa che le sue pensioni d’oro, i suoi stipendi da favola possano consentirle tutto questo nei confronti di ragazzi, in molti casi più titolati, preparati e competenti di lei?!
Ha mai provato a sostenere un colloquio in inglese? Ha mai scoperto quanto bello, duro e difficile sia conoscere tre lingue e lavorare in realtà multiculturali? Ha mai avuto la sensazione di sentirsi impotente quando le parlano in una lingua che non e’ sua e ha difficoltà a comprenderla al 100%? Questo lei, perito agrario Poletti, non lo sa e non lo saprà mai. E’ per questo che il suo ego le permette di offendere 100.000 ragazze e ragazzi che l’unica cosa che condividono con lei e’ la cittadinanza italiana.
Lei e’ l’emblema di una classe politica e partitica totalmente sconnessa con la realtà, totalmente avulsa dal tessuto sociale che le porcate sue e dei suoi amici “compagni” hanno contribuito a generare. Io, e gli altri 99.999 ragazzi che siamo scappati all’estero dovremmo essere un problema che dovrebbe toglierle il sonno, lei dovrebbe fare in modo che questa gente possa tornare a casa, creare condizioni di lavoro e di stabilita’ economica che possano permettere a 100.000 mamme di non piangere più per la lontananza dei figli.
Lei, perito agrario Poletti, padre dei voucher e del precariato, e’ il colpevole di questo esodo epocale e quasi senza precedenti di questa gente che lei vorrebbe fuori dalle palle.
Si sciacqui la bocca, perito agrario Poletti, prima di parlare di gente che parla piu lingue di lei, che ha avuto il coraggio di non accontentarsi, e di cercare altrove ciò che uno stato che fa davvero lo stato avrebbe dovuto garantire al proprio interno.
E si tolga rapidamente dai coglioni per favore, prima lo farà e prima questo paese, visto dalla fredda e super accogliente Irlanda, sembrerà più bello e gentile. Firmato da uno di quelli che lei vorrebbe fuori dalle palle”.

Gaetano di Liso

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