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Il primo portale dedicato all'investitore italiano in Rep. Ceca e Slovacchia

domenica 11 febbraio 2018

Viaggio nel futuro.


Già nel 2020 potremo guidare un'auto volante. Facciamo un viaggio nel tempo alla scoperta di alcune piccole grandi innovazioni tecnologiche del vicino e più lontano futuro.

Multilinguismo digitale

Nel vicino futuro parlare e comprendere una lingua straniera, non sarà più un problema. Recentemente Google ha lanciato il primo paio di auricolari, in grado di tradurre ben 40 lingue straniere in tempo reale. Nella demo dell'evento lancio, che ha avuto luogo lo scorso ottobre 2017, gli auricolari hanno permesso una conversazione fluente tra una persona inglese e una svedese. Il prodotto, chiamato Pixel Buds, funziona in combinazione con Google Traslator e offre anche le normali funzionalità proprie dei più tradizionali auricolari.

Mai più senza
Mai più senza portafogli, chiavi o occhiali: un gruppo di studenti del Colorado ha messo a punto un semplice strumento che, in forma di quella che può sembrare una piccola chiavetta USB, permette all'utilizzatore di evitare inutili dimenticanze. Lo strumento, precedentemente connesso al proprio cellulare, potrà essere applicato a qualsiasi oggetto a piacimento che non si vorrà essere scordato. Nel momento in cui l'oggetto non verrà più tracciato dal Bluetooth del proprio smartphone, questo invierà una notifica al proprietario avvertendolo dell'oggetto appena dimenticato e informandolo sull'ultimo posto in cui questo è stato registrato a sistema. L'utile gadget, chiamato Mu Tag, potrebbe essere disponibile già all'inizio del prossimo anno.

Robot stellati
Il processo di digitalizzazione domestica avanza. L'anno prossimo arriverà la prima cucina robotica al mondo. Moley, così il nome del prodotto, è formata da una coppia di bracci robotici che fuoriescono dai pensili di una cucina tradizionale. Grazie ai comandi ricevuti dal cellulare o da uno schermo touchscreen posto nella cucina stessa, il robot sarà in grado di lavorare in modo autonomo utilizzando il piano cottura, il forno e i normali piani di lavoro. Con la stessa abilità di un umano, i bracci meccanici cucineranno il piatto prescelto e puliranno la cucina una volta finita la preparazione. Bando quindi a prestigiosi ristoranti, i piatti stellati verranno serviti direttamente a casa.

Wi-Fi globale
Comincia il countdown anche per chi fosse alla continua ricerca di hotspot gratuiti in giro per il mondo. Elon Musk, fondatore dell'impresa aerospaziale SpaceX, sta infatti pianificando il lancio di  
4425 satelliti nello spazio, per rendere accessibile Internet ad alta velocità in ogni luogo della terra. I primi test con il lancio dei primi satelliti sono in programma a partire dal 2018. Se i risultati dovessero essere positivi, il nuovo sistema satellitare potrebbe già funzionare nel 2019.


Sogno o realtà

Spetta all'Institute for the Future, (IFTF), un'organizzazione californiana che raggruppa esperti di futurologia, il premio per la
previsione dei più stravaganti prodotti che potrebbero essere disponibili in un lontano futuro. Tra i più originali, Mind Meld, ovvero una coppia di pillole che permette la telepatia tra due persone. Secondo le istruzioni indicate, l'assunzione di una pillola a persona garantirebbe al 100% la connessione telepatica. Precauzioni prima dell'uso: non indicate per chi non vuole condividere con gli altri i propri pensieri. Altrettanto interessante la promessa di Intention Viewer, un paio di occhiali speciali in grado di leggere le intenzioni delle persone osservate. Basterà guardare una persona con le speciali lenti di questo prodotto, per identificare ed eventualmente registrare in memoria, le intenzioni del soggetto scrutato. Infine, da non perdere anche il Microbial Mood Ring, un anello che permette di evitare rischiose malattie. Secondo i creatori, il "gioiello" cambierà infatti colore, non appena la pelle di chi lo indosserà entrerà in contatto con batteri e virus che potrebbero rivelarsi dannosi per la sua salute. Per chi fosse interessato a saperne di più, altri prodotti del futuro sono visibili sul sito del mercato "Future Now Mini Mart" (http://minimart.iftf.org)

Viaggiare sul cielo
La macchina volante che ha fatto sognare i telespettatori del famoso film "Ritorno al futuro" a metà degli anni 80, potrebbe approdare sui mercati già entro il prossimo triennio. Toyota ha confermato proprio quest'anno 2017, un investimento per sviluppare un primo prototipo. Il veicolo, soprannominato Skydrive, sarà lungo 2,9 metri, largo 1,3 metri e avrà un'altezza di poco superiore al metro. Misure super compatte che permetteranno ai fortunati guidatori, di elevarsi a 10 metri dal suolo e di raggiungere una velocità in volo pari a circa 100 km all'ora. I primi test dovrebbero realizzarsi nel 2018, mentre i creatori ipotizzano la vendita sul mercato nel 2020. La macchina potrebbe addirittura essere usata per accendere la fiamma dei Giochi Olimpici di Tokio dello stesso anno.


giovedì 25 gennaio 2018

Il mondo diventa sempre più green.

Secondo uno studio dell'Università di Stanford, circa 139 paesi nel mondo potrebbero soddisfare i propri fabbisogni energetici con le sole energie rinnovabili già entro il 2050. Ve lo spieghiamo in 12 punti.

1547 Megawatt la capacità potenziale massima che potrebbe raggiungere il più grande impianto fotovoltaico progettato al mondo e situato a Zhongwei, in Cina. Il paese ospita anche l'impianto solare più "tenero" al mondo, ovvero una struttura a forma di panda gigante, con una capacità totale installata pari a 50 Megawatt.

60% la riduzione dei costi di produzione che è stata annoverata per l'energia eolica e solare dal 2009 al 2017. Secondo alcuni studi, i costi potrebbero beneficiare di un ulteriore diminuzione del 40% nei prossimi
10 anni. Così, queste energie, sarebbero in grado di autosostenersi nei mercati senza l'ausilio di sussidi statali.

50% la crescita globale che è stata registrata dall'energia solare nel 2016 rispetto all'anno precedente. Ad oggi le fonti fotovoltaiche possono contare su una capacità mondiale pari a 305 Gigawatt. I più grandi investimenti nel settore derivano soprattutto da Cina e Stati Uniti.

#1400. Una turbina eolica dotata di 2,5 Megawatt di capacità, può generare un ammontare di elettricità in grado di soddisfare i bisogni annuali di circa 1400 abitazioni. La stessa energia potrebbe permettere di bollire circa 230 milioni di tazze di tè o di alimentare un computer per circa 2000 anni.

2/3 la frazione della capacità globale netta di energia che, secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE), è stata costituita da fonti rinnovabili nel 2016.

70,2% la crescita della produzione di energia rinnovabile che è stata registrata nei paesi EU-28 tra il 2005 e il 2015.

1 ora. Secondo il National Geographic un'ora di luce solare sulla terra, immagazzinata in tutto il suo potenziale, produrrebbe una quantità di energia sufficiente a rispondere alla domanda energetica globale per un anno intero.

5512 Terawatt/ora l'energia totale che è stata prodotta da fonti rinnovabili nel 2015 nel mondo. Di questa il 70% è risultata in energia
idroelettrica, il 15% in energia eolica, l'8% in bioenergia, il 5% in energia solare. Il restante 2% è derivato da fonti geotermiche e marine.

16,7% del consumo totale di energia nei paesi EU-28 per il 2015 è derivato da fonti di energia rinnovabili. Islanda e Norvegia sono risultate le nazioni più "green", con un impiego di energie pulite pari rispettivamente al 70,2% e al 69,4% dei consumi energetici totali. L'Italia si posiziona sopra la media europea con una percentuale pari al 17,5%. In coda alla classifica Lussemburgo e Malta, ferme solo al 5%.

17 miliardi di dollari l'ammontare di investimenti pubblici che, secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Rinnovabile (IRENA), sono stati globalmente destinati allo sviluppo delle energie pulite nel corso del 2016.

26.000 i posti di lavoro che l'energia marina, ovvero racchiusa nei mari e negli oceani, potrebbe creare in Europa entro il 2020. Per il 2050, i posti di lavoro stimati potrebbero essere 314.000.

341.320 il numero di turbine eoliche attivate nel mondo a fine 2016. Per lo stesso anno l'energia eolica ha permesso di evitare oltre 637 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 a livello globale.


domenica 7 gennaio 2018

Modi di dire 31

Si dice . . . “avere la fregola”

L'espressione popolare “avere la fregola”, (di fare qualcosa), si riferisce a chi sia posseduto dalla frenesia, dall'impulso irresistibile di realizzare un desiderio, per esempio scrivere versi, risolvere un enigma ecc. Il significato originale del termine fregola è sinonimo di estro, calore: indica cioè l'eccitazione sessuale degli animali nella stagione degli amori. Il tutto deriva dal verbo fregare, ed è ispirato ai movimenti frenetici di diverse specie di pesci, che si sfregano ai sassi sul letto dei corsi d'acqua al tempo di deporre le uova. E si ritiene che la fregola, intesa come tipo di pasta di semola fatta a palline irregolari che si produce da secoli in Sardegna, abbia questo nome proprio perché ricorda le uova di pesce.



Si dice . . . “fare melina”


L'espressione “fare melina” è propria del linguaggio sportivo, (calcio, basket), e vuol dire trattenere e passarsi la palla per perdere tempo e mantenere il vantaggio acquisito. Il modo di dire è poi entrato nel linguaggio comune, per criticare indugi e decisioni atte solo a guadagnare tempo. L'origine della locuzione viene dal dialetto bolognese: al zug dla mleina, (il gioco della melina), è lo scherzo di sottrarre un oggetto o un indumento a un malcapitato e passarselo sopra la testa. Negli anni 30 l'espressione fu in uso nella pallacanestro bolognese; allora non c'erano limiti di tempo per portare a termine un'azione e la palla era chiamata “mela”. Fu poi il giornalista Gianni Brera a rendere popolare la locuzione, citandola nelle cronache di calcio.



Si dice . . . “essere un tipo bislacco”

L'aggettivo “bislacco” riferito a una persona o a una situazione significa strambo, stravagante, ma con una connotazione negativa. Per esempio: “Quella è proprio un'idea bislacca”, “Che gusti bislacchi”. L'origine del vocabolo, assai adoperato nel nord-est, è incerta. Viene forse dal veneto bislaco, epiteto che si dava ai friulani e agli slavi dell'Istria e che deriverebbe dallo sloveno bezjak, (profugo, esule, ma anche stupido). Interessante è il fatto che questo vocabolo sloveno, potrebbe essere alla base del termine “bisiacco”, che si riferisce agli abitanti del sud della provincia di Gorizia, in un territorio delimitato dai fiumi Isonzo e Timavo. I bisiachi, col loro dialetto caratteristico, sarebbero stati disprezzati in quanto incapaci di esprimersi in un italiano corretto.


Si dice . . . “cupio dissolvi”


Il motto latino “cupio dissolvi”, (desiderio di essere dissolto), viene usato per riferirsi ad un atteggiamento masochistico, autodistruttivo rifiuto dell'esistenza. Il detto è tratto da Tertulliano, (155-230 d.C.), scrittore cristiano di epoca romana che a propria volta cita S. Paolo, il quale nella prima “Lettera ai Filippesi” scrive: “Desiderium habens dissolvi et cum Christo esse”, esprimendo il desiderio di sciogliere la propria anima dal corpo, (ossia morire), ed essere con Cristo. Col tempo però, il senso originario delle due parole si è trasformato a indicare un desiderio di annientamento mistico e il motto è divenuto simbolo di aspirazione ad una vita ascetica, a una rinuncia volontaria della propria personalità, assumendo così quel tratto autolesionistico di cui si è detto sopra.



Si dice . . . “è una Caporetto”

L'espressione indica una sconfitta clamorosa, una disfatta senza appello. E' un'immagine rimasta viva nella nostra lingua, a 100 anni dalla battaglia combattuta nel corso della grande guerra dal 24/10 al 12/11 del 1917 e che porta il nome di un paese sul fiume Isonzo, oggi in territorio sloveno. Fu un tale disastro per l'esercito italiano, travolto dalle truppe austroungariche e tedesche, che il comandante in capo Luigi Cadorna venne sostituito da Armando Diaz e il nostro fronte dovette arretrare fino al fiume Piave, da cui successivamente partì la riscossa decisiva. Secondo le relazioni dell'epoca, morirono 13mila soldati italiani, 30mila furono feriti e quasi 300mila presi prigionieri con 350mila sbandati. In tutto le forze armate italiane persero 700mila effettivi in seguito alla battaglia.


Si dice . . . “essere il quinto elemento”

L'espressione indica persone o cose indispensabili alla vita di un individuo o al funzionamento della società o di un sistema. L'origine del modo di dire si trova nella filosofia dell'antica Grecia. In particolare Empedocle di Akragas (Agrigento), filosofo del V secolo a.C., riteneva che gli elementi, ossia i principi da cui derivano tutte le cose, fossero 4: fuoco, aria, terra e acqua. La fisica di quel tempo aggiungeva anche un quinto elemento, l'etere, principio di vita e motore di tutto. Si dice che papa Bonifacio VIII, notando che tutti gli ambasciatori delle potenze del tempo erano di Firenze, ironizzasse che i fiorentini fossero il quinto elemento dell'Universo.


Si dice . . . “fare il pianto greco”

Vuol dire lamentarsi a lungo, lagnarsi vistosamente ed esageratamente di qualcosa. Il modo di dire ha origini molto antiche e si ispira al pianto delle prefiche, (dal latino “praefica”, preposta), donne che venivano ingaggiate per disperarsi, cantare e lodare i defunti ai funerali. Queste figure folkloriche, vestite di scuro, velate o con i capelli sciolti, sono documentate fin dall'antico Egitto, furono assai presenti in Grecia e si diffuso per tutto il Mediterraneo e nell'antica Roma. E la tradizione non è del tutto scomparsa anche ai giorni nostri. La si può ritrovare nelle zone rurali di Grecia, Albania e Romania e nel meridione d'Italia è sopravvissuta in terra d'Otranto.


Si dice . . . “essere alla prova del nove”

Vuol dire sottoporre una persona, una situazione o anche un'ipotesi a una verifica finale e decisiva. Il riferimento è a quel test di controllo di un'operazione aritmetica tra numeri interi, in genere di una moltiplicazione, che si insegna alla scuola elementare. La prova del nove, conosciuta fin dall'antichità, consiste a ridurre a numeri di una sola cifra, (quindi entro il numero 9), i moltiplicatori e il risultato di una moltiplicazione e si effettua per consuetudine ponendo le cifre ottenute agli angoli di una croce. Va però detto che dal punto di vista matematico non si tratta di una prova decisiva, avendo un margine di errore dell'11%.


Si dice . . . “tenere un basso profilo”

L'espressione “tenere (o mantenere) un basso profilo”, significa assumere un atteggiamento discreto, che non dia nell'occhio, che eviti di attirare l'attenzione. Viceversa definire una persona, un fatto o una situazione di “basso profilo”, vuol dire attribuirle scarsa importanza e mediocre significato. Il modo di dire è la traduzione letterale dell'espressione di lingua inglese “to keep a low profile”, che vale proprio come “agire senza clamore”, muoversi in un modo che non si noti. L'immagine si riferisce in particolare al profilo fatto di case basse, skyline un suo sinonimo, di una cittadina piccola e tranquilla senza torri e grattacieli, che sono sinonimo si di prestigio e di benessere, ma anche di maggiore affollamento e potenziali pericoli.


Si dice . . . “sei balengo”


Dare del “balengo” a qualcuno è un bonario insulto che sta per squilibrato, bizzarro ma anche sciocco o matto. Il termine è originario dei dialetti del nord, (Piemonte e Veneto ma non solo), ed è stato reso popolare in tutta Italia, grazie agli sketch televisivi della comica torinese Luciana Littizzetto. In letteratura è stato utilizzato da scrittori come Guido Gozzano e Cesare Pavese. Incerte e dibattute tra i linguisti sono invece le origini, l'etimologia del termine. Secondo l'Accademia della Crusca, l'ipotesi oggi più accreditata, riconduce l'insulto alle forme italiane “bilenco” e “sbilenco”, come dire: “storto, malfermo”. E, a sua volta, la radice originaria va trovata nell'antico francone “link” che sta per “sinistro” o “mancino”, a cui si è aggiunto il prefisso rafforzativo latino “bis”. Anticamente infatti, chi usava la parte sinistra del corpo era considerato un minorato.

venerdì 29 dicembre 2017

BUON ANNO A TUTTI!!!

Care amiche e cari amici siamo già arrivati alla fine di questo 2017 e il 2018 incalza. Un anno praticamente volato via.
Ammetto di essere stato parecchio assente soprattutto qui sul blog; molti meno post pubblicati e molte meno condivisioni, anche se ciò, fortunatamente, non si è tradotto in meno contatti, anzi.
Questo è il motivo del perché non vi ho scritto i consueti auguri di Natale; sono tornato il 23 dicembre sera dalla Slovacchia e di tutto avevo voglia fuorchè di scrivere.
I motivi sono due e sono molto semplici; il primo è che sono completamente immerso nel lavoro e le poche ore che mi concedo di break, certamente non mi invogliano a scrivere.
Il secondo è che la nostra cara Barbara, impareggiabile collaboratrice del blog e anche di est consulting, si è felicemente laureata e per cui anche lei, pressata dagli impegni di studio, ha dovuto drasticamente ridurre il tempo a nostra disposizione.
Ma sono comunque felicissimo per lei, perché si appresta a diventare il miglior avvocato del foro di Rovigo.
Per quel che mi riguarda non posso che essere più che contento e soddisfatto dell'anno appena trascorso. Un anno difficile certamente, ma sicuramente positivo. Ormai ci siamo abituati alle difficoltà, soprattutto chi è costretto ad operare in Italia. Io all'estero mi salvo, ma lo stress non perdona, è diventato una costante. Probabilmente noi abbiamo assimilato quella giusta quantità di stress che ci aiuta a rimanere giovani. Finito lo stress, invecchieremo all'improvviso. Boh!? Chissà!
Spero che anche per voi sia stato un anno fruttuoso e denso di soddisfazioni, con pochi dispiaceri e malincuori.
Vi annuncio che il 2018 sarà pregno di novità soprattutto professionali e una ve la voglio già annunciare: est consulting, in virtù della sua denominazione, si appresta ad andare sempre più a est. Ma per il momento mi fermo qui.
Da parte mia vogliate accettare il mio più sentito augurio di un FORMIDABILE e STREPITOSO anno nuovo 2018, a Voi e a tutte le persone che amate.
Un augurio particolare a Diego, superlativo tecnological supporter del blog e del sito est consulting.
BUON ANNO A TUTTI!!!


martedì 5 dicembre 2017

Le lobbies finanziarie controllano la politica.

Che c’entrano i padri della teoria dell’élite con gli assetti della finanza globale, legale o meno che sia? Inoltre: il declino della politica, che si traduce in un’incapacità di incidere delle (e nelle) democrazie è un declino tout court o è determinato (o quantomeno condizionato) da altri fattori? E ancora: esiste davvero quella che gli studiosi più recenti definiscono superclass, cioè un ceto dirigente politicamente irresponsabile che gestisce le sorti della società contemporanea, o è solo dietrologia? Esiste davvero una lobby o esistono davvero più lobby
che gestiscono in maniera ferrea il potere reale senza controllo né obbligo di rendiconto alcuno? Secondo Giorgio Galli, il decano dei politologi italiani, e Mario Caligiuri, il direttore del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, queste riflessioni non sono solo l’esito di una subcultura allevata nel mito della teoria del complotto. Anzi, niente subcultura né miti. È tutto vero. Questo potere c’è. E siccome non c’è potere senza potenti, ci sono anche i suoi titolari. I due studiosi hanno cercato, riuscendoci, di tracciare un identikit della razza padrona che si è affermata dalla fine della guerra fredda in Come si comanda il mondo. Teorie, volti, intrecci (Rubbettino, Soveria Mannelli 2017). Alcune succose anticipazioni sul volume sono uscite nel corso del convegno di presentazione del libro svoltosi il 23 novembre nella sala Nilde Iotti di Montecitorio e al quale hanno partecipato, oltre i due autori, il questore della Camera Stefano Dambruoso, che ha portato i saluti istituzionali, il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri e il direttore del Centro studi americani Paolo Messa, che hanno relazionato sul libro, e l’editore Florindo Rubbettino, nelle vesti di moderatore. A proposito di dietrologie, val la pena di citare la frase che, a mo’ di slogan, condensa il contenuto del volume: «Il nome di James Stanley significherà molto poco eppure è la prima delle 65 persone che realmente influenzano i destini del pianeta». Infatti, lo si trova a stento su Google, dove è possibile reperire i dati ufficiali delle sue attività finanziarie. Come a dire che, nella società dell’informazione globalizzata, il potere vero tende a nascondersi dietro muraglie di calcoli e cortine di cifre sparse, dove il fumo dei numeri rivela e copre la combustione fredda di un potere ad alta intensità.
A questo punto è chiaro che la sfida di Galli e Caligiuri non è tra le più semplici: tradurre in una cifra scientificamente apprezzabile un materiale denso ma sfuggente, trattato finora perlopiù da giornalisti assetati di dietrologia e a caccia di scoop.
«Il tema di questo libro», ha spiegato Rubbettino in apertura dei lavori, «non è stato finora trattato a livello scientifico e nessuno ha posto in evidenza, sempre a livello scientifico, il peso delle élite finanziarie, che si riproducono per cooptazione e le cui composizione e consistenza sono sconosciute ai più».
Tra questi più, ovviamente, non ci sono i due studiosi. Ma la forza della finanza è anche l’esito (o, se si vuole insistere nella dietrologia, anche la causa) della debolezza della politica. Questo aspetto perverso dei rapporti di potere è stato richiamato, con accenti diversi, da Messa e Ferri. Infatti, secondo il direttore del Centro studi americani «nel volume è implicito il forte appello alla politica perché si riappropri del suo primato e contribuisca a ridurre le diseguaglianze sociali». Secondo il sottosegretario, invece, il punto di forza di Come si comanda il mondo è «la sua funzione pedagogica, indispensabile nella formazione e informazione dei cittadini delle democrazie moderne». Il sottinteso di Ferri è tragico, sebbene espresso in maniera elegante: il potere invisibile tende a diventare un potere spesso illegale e, in casi sempre meno rari, criminale. Non a caso, nella sua lunga carrellata, il sottosegretario ha insistito sul ruolo delle mafie e di alcune lobby.
Ma qual è la ricetta che distingue davvero Come si comanda il mondo rispetto ai tanti volumi dai titoli sensazionalistici che ingombrano interi scaffali delle librerie?
Giorgio Galli ha svelato almeno uno degli arcani: «Non è vero che il potere sia nebuloso e difficile da individuare, poiché risiede in gran parte nel nocciolo del capitalismo mondiale, che si identifica nei dirigenti apicali delle cinquanta multinazionali finanziarie individuate da uno studio del Politecnico di Zurigo, su cui si basa il nostro libro». Il che vuol dire due cose: che il potere è sempre visibile per chi lo sa cercare e che cercare e conoscere il potere è il miglior modo per non subirlo.
E infatti, ha aggiunto Galli, «il nostro lavoro non intende demonizzare, ma capire e aiutare a capire chi sono effettivamente le élite che determinano le scelte politiche di fondo, come si relazionano e come si formano».
La cassetta degli attrezzi utilizzata dai due studiosi è prestigiosa: è la teoria delle élite elaborata tra la fine dell’Ottocento e gli anni ’30 da Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels. Ed è proprio l’applicazione dei criteri euristici elaborati dai tre fondatori della scienza politica moderna al mondo dell’alta finanza la carta vincente del volume. Questa scelta impegnativa sottende anche, almeno per quel che riguarda l’Italia, una tirata d’orecchi alle cordate finora dominanti nel mondo accademico, che spesso hanno spinto nell’oblio, magari dopo averlo contestato sulla base di pregiudizi ideologici, questo importante filone del pensiero politico, con il risultato di spuntare le armi non solo alla scienza, ma addirittura alla politica.
Caligiuri ha concluso i lavori con una frase ad effetto: «Estrarre il segnale dal rumore». Ovvero «imparare a identificare la realtà nel marasma di informazioni spesso errate, confuse e artatamente distorte che caratterizzano la società attuale in cui la comunicazione globale e in tempo reale si traduce spesso in disinformazione».
Serve altro? Probabilmente sì: leggere Come si comanda il mondo per capirne di più su chi, quasi senza farsene accorgere, ci comanda per davvero.
Saverio Paletta

sabato 11 novembre 2017

La profezia di Bettino Craxi e il fallimento della sinistra.

Facciamo finta che Tangentopoli non ci sia stata. E non per eludere una questione morale che nessuno, soprattutto i più accaniti forcaioli, è riuscito a risolvere e che ora si ripresenta al peggio.
Ma perché il craxismo e la stagione del potere socialista non possono risolversi in quell’inchiesta giudiziaria, che ha promesso tanto, mantenuto poco e cancellato in maniera impropria una classe politica intera. Con un solo risultato certo: il Psi pagò per quasi tutti e più di tutti colpe collettive. A tacere del fatto che chi è venuto dopo e si è fatto strada a spallate in nome delle Mani Pulite (tali soprattutto per incapacità di fare ed esclusione dal potere) è riuscito a far peggio.
Ecco, non impegniamoci in questa discussione e parliamo, invece, di politica. In questo caso, lo impongono le date e le ricorrenze, che l’editoria celebra con la consueta, necrofila precisione.
Al riguardo c’è da dire che stiamo per assistere una curiosa coincidenza di tre anniversari: l’imminente centenario della Rivoluzione russa, il quarantennale della tragedia di Aldo Moro, che scatterà a partire da marzo, e, infine, il quarantennale del Vangelo Socialista, il saggio con cui Bettino Craxi, alla fine d’agosto del 2008, operò, anzi dichiarò lo strappo definitivo tra il suo Psi, ereditato pressoché ai minimi termini dalla segreteria di Francesco De Martino, e quella parte della tradizione marxista rivista e corretta ad uso rivoluzionario da Lenin e riadattata alla situazione italiana (ma non solo…) da Antonio Gramsci.
La storia è piuttosto nota: Craxi fu sollecitato nell’agosto ’78 da Livio Zanetti, all’epoca direttore de l’Espresso, a replicare a Enrico Berlinguer, che aveva rilasciato in quel periodo un’intervista a Eugenio Scalfari per Repubblica.
In quell’intervista l’allora (celebre e amato) segretario del Pci confermò il legame tra l’ideologia del suo partito e il leninismo, sebbene riveduto e corretto per un improbabile uso occidentale. O meglio, ammorbidito quel che a giudizio del grande leader sardo bastava per non terrorizzare i ceti medi italiani che pure, in buona parte, avevano scommesso sul compromesso storico e sulla conseguente, sperata, svolta moderata del più grande partito comunista dell’Occidente.
Craxi rispose firmando un saggio commissionato qualche tempo prima a Luciano Pellicani e dedicato all’anarchico francese Pierre-Joseph Proudhon. L’articolo uscì il 27 agosto e fu una bella mazzata per molti italiani, che ancora affollavano le spiagge.
Intitolato, appunto, Il Vangelo Socialista, il saggio diede la stura a un dibattito, che sarebbe impazzato fino a metà settembre su tutte le principali testate italiane, non solo di sinistra.
Il paragone con l’attualità risulta decisamente ingeneroso: oggi, pur di vendere qualche copia sulle spiagge, i giornali e i periodici si dedicano alle retrospettive della cronaca nera, di cui riscavano i cold case più truci e pruriginosi, e, quando ne parlano, riducono la politica a gossip. Allora, in quella torrida estate di 40 anni fa, tra i topless patinati di Novella 2000 e le note degli Homo Sapiens, gli italiani si dilettavano a scorrere e commentare il dibattito, raffinato e furibondo al tempo stesso, ingaggiato dalle migliori firme della cultura (politica e non solo) italiana sulle colonne de L’Unità e di Avanti! (quelli veri), de Il Manifesto, del Corrierone, di Repubblica, ma anche di Rinascita, de Il Tempo e de Il Giornale Nuovo. E non era roba da poco: in quell’occasione incrociarono le armi, anzi le penne, big come Leo Valiani, Giuseppe Bedeschi, Norberto Bobbio, Luigi Pintor, Claudio Martelli, lo stesso Luciano Pellicani e Luciano Cafagna. Scusate se è poco.
Oggi è possibile godersi di nuovo tutta la querelle grazie all’iniziativa di Nunziante Mastrolia, politologo e docente di Geografia politica alla Luiss, che ha ripubblicato tutti gli articoli in Il Vangelo Socialista (Licosia, Ogliastro Cilento, 2016). Quest’antologia, aggiungiamo per completezza, riprende quella, ormai introvabile, curata nel ’78 da Claudio Accardi per la milanese Sugarco e intitolata Pluralismo o leninismo.
Ma qual è il senso dell’operazione di Mastrolia? Di sicuro il gusto per il vintage fa la sua brava parte. Ma c’è da dire che il dibattito ritrova una sua particolare attualità grazie alla crisi della sinistra odierna, priva letteralmente non solo di concrete possibilità operative, ma anche di riferimenti culturali concreti e convincenti.
Discettare di socialismo, socialdemocrazia e leninismo e leggerli, come fece il duo Craxi-Pellicani, come elementi antitetici di un’unica tradizione culturale, allora aveva un senso fortissimo: significava ricordare all’opinione pubblica che la sinistra era un’entità politica plurale, a dispetto anche di una certa lettura gramsciana canonizzata dal Pci e di cui Berlinguer era nei fatti prigioniero, più che compatibile, in alcune sue componenti, con le esigenze delle democrazie occidentali.
Detto altrimenti: il socialismo poteva realizzarsi nei sistemi liberali non solo senza spargimenti di sangue (che anche il Pci, va detto, aborriva), ma anche senza distruggere le garanzie dello Stato di diritto elaborate dalle dottrine borghesi. Superare la liberaldemocrazia, insomma, non voleva dire distruggerla.
Mastrolia, al riguardo, svolge un’ineccepibile operazione verità nella sua corposa Introduzione: ricorda a tutti come il Berlinguer che riteneva invece il leninismo compatibile con le democrazie non possa essere considerato un riformista, ma, più semplicemente, fosse un ostaggio. Della tradizione migliorista inaugurata da Palmiro Togliatti (e dalla rilettura togliattiana di Gramsci) e della situazione internazionale dell’epoca, in cui l’Urss viveva, grazie anche alla debolezza dell’amministrazione Carter, l’ultima fase di espansione geopolitica, nella quale, così avrebbero in seguito confermato i rapporti dell’intelligence statunitense e non solo, il Pci era considerato ancora una pedina fondamentale (ma senza scavare troppo negli archivi, si possono trovare conferme di questa situazione nelle opere ponderose di Valerio Riva e di Viktor Zaslavskij). Parlare di riformismo, in questo stato di cose - in cui il Pci era ostaggio dei propri rapporti internazionali, forse non più di sudditanza ma comunque di forte condizionamento, e la sua classe dirigente prigioniera di una buona fetta della base e dei quadri – ancora oggi risulta un azzardo.
Mastrolia, basandosi sulla rilettura craxiana di Proudhon, conviene su un fatto essenziale: anche nella versione ammorbidita di Berlinguer, il leninismo restava incompatibile con il nostro sistema costituzionale, che inquadrava l’Italia nelle democrazie occidentali ad economia capitalistica, basate sul pluralismo politico ed economico. A riprova di ciò, il professore della Luiss cita gli articoli 41 e 42 della Costituzione, che tutelano la libertà d’impresa e la proprietà privata.
In realtà la situazione è meno netta di come la dipinge Mastrolia: è vero che la libertà d’impresa è tutelata dall’articolo 41, ma è altrettanto vero che la stessa norma subordina questa tutela alla funzione sociale dell’impresa; l’articolo 42, invece, tutela la proprietà solo in maniera indiretta, non la definisce come diritto e rimanda ogni specificazione alla legge ordinaria. In breve, come hanno argomentato non pochi giuristi di vaglia, a partire da Stefano Rodotà, queste norme risultano sostanzialmente ambigue, perché da un lato, è vero, ancorano l’Italia ai sistemi occidentali, ma, dall’altro, contengono clausole a favore di ipotesi di democrazia socialista.
Ciò, detto per inciso, oggi non è un male: se i lavoratori hanno ancora una giurisprudenza che li tutela lo si deve alla sostanziale indefinitezza di questi due articoli.
Ma a rileggerli in prospettiva storica appare chiaro che il primo compromesso storico, di cui essi sono il frutto, fu stipulato nell’Assemblea Costituente e che quello di Berlinguer fu il tentativo, meno forte di quanto non si creda, di aggiornare quell’accordo con il mondo cattolico.
Mastrolia non risponde a una domanda che emerse dal dibattito di allora: come mai Craxi omise dal suo album di famiglia figure importanti come Turati, che pure aveva tanto da dire ai riformisti? Fu semplice sciatteria dovuta alla fretta oppure c’era dell’altro?
L’accostamento tra Proudhon e Carlo Rosselli non è sciatto né casuale, ma rifletteva l’intenzione di creare la rottura con la tradizione leninista non al di fuori ma dal di dentro della cultura rivoluzionaria. Cioè, il tentativo di recuperare in una nuova visione politica della sinistra, le critiche al leninismo senza scivolare direttamente nella socialdemocrazia (e nel suo problematico e virulento anticomunismo incarnato dal Psdi). Passare da un anarchico a un liberalsocialista significava rompere del tutto con una visione ottocentesca del socialismo, all’interno della quale i riformisti classici avevano invece un ruolo di primo piano, e rifondare il socialismo su basi libertarie, forse più compatibili con l’idea del conflitto regolato dalle norme.
Significava, inoltre, lanciare un’opa sull’area laica (repubblicani, liberali e radicali), costretta altrimenti a barcamenarsi tra i blocchi di potere della Prima Repubblica, a cui anche il Psi era di fatto subalterno.
Significava, infine, rompere con una tradizione culturale che aveva ingessato la sinistra e impedito un discorso costruttivo e ampio sulle riforme, delegate al ruolo, questo sì egemone, della Dc.
Non è un caso che il dibattito e il relativo affondo socialista sul leninismo siano arrivati in quell’ultimo scorcio d’estate di quarant’anni fa: col dramma di Aldo Moro iniziava il riflusso delle Br, che sarebbero state sgominate a partire proprio dai quei mesi, e, soprattutto, di quella cultura leninista di cui erano impregnate le formazioni clandestine ed extraparlamentari italiane. L’affondo fu tanto più insidioso perché portava un messaggio di ridimensionamento del conflitto, se non addirittura di pace sociale, a un’opinione pubblica stanca.
Comunque sia, proprio grazie a quest’operazione Craxi si rivelò un leader di prima grandezza, dopo due anni circa di segreteria caratterizzati soprattutto da esigenze di sopravvivenza e tentativi di rinnovamento del Partito socialista.
Chiedersi perché queste istanze modernizzatrici, efficienti ed efficaci nel Psi, non si rivelarono altrettanto dirompenti nelle istituzioni non è ozioso. Certo è, e lo hanno ribadito alla grande Simona Colarizi e Marco Gervasoni nel loro bel La cruna dell’ago (Laterza, Roma-Bari 2006), che la parabola di Bettino Craxi non può essere ridotta solo a una faccenda di tangenti e corruzione. Ha pesato molto semmai, il fatto che Craxi operò in un sistema sclerotizzato e all’interno di una situazione mondiale, il bipolarismo della Guerra Fredda, prossima alla fine.
Ma il fallimento del riformismo socialista resta una lezione inascoltata: non a caso, tutti i tentativi posteriori di riformare il sistema italiano sono falliti in maniera impietosa uno dopo l’altro.
Perché riprendere, allora, un dibattito di quarant’anni fa? Perché no? La lezione, forse non impartita bene, certo applicata male e di sicuro inascoltata, partiva da lì.
È il caso, allora, di riavvolgere il nastro e prendere appunti: i fallimenti dei giganti ci aiutano a capire meglio i nostri.


Saverio Paletta