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mercoledì 24 maggio 2017

Addio Roger Moore lo 007 autenticamente british.

Per gli over 40 Roger Moore è un’immagine dell’infanzia. È il compassato Simon Templar o lo stiloso Lord Brett Sinclair di Attenti a quei due (e alzi la mano chi non si è commosso almeno una volta riascoltando la bellissima sigla di John Barry che, tra l’altro, fu l’autore del James Bond Theme). Per tutti, l’attore londinese resta 007.
Ed è stato lo 007 più british. Più dello scozzese Sean Connery, più dell’australiano (ma di solide radici inglesi) George Lazenby, più del gallese Timothy Dalton, costretto ad americanizzare il personaggio.
Gli altri, chiediamo scusa ai fan, non sono paragonabili: non lo è l’irlandese Pierce Brosnan, che tentò di modernizzare il personaggio di Connery, ed è meglio stendere un velo non troppo pietoso su Daniel Craig, che solo lo scadimento del gusto femminile ha potuto rendere credibile.
Non è questione di cinefilia, ma di bondologia, che è una disciplina che richiede una dedizione ai limiti del fanatismo e tocca tre settori: di sicuro il cinema, ma anche la letteratura e il costume.
Come già aveva intuito il più autorevole e affettuoso bondologo, cioè Umberto Eco, James Bond è riuscito a rendere appassionante l’inverosimile. E, soprattutto, a rendere gradevole il politicamente scorretto che trasuda da tutta la saga di 007.
Ed ecco che torme di comunisti hanno affollato le sale cinematografiche, femministe convinte hanno trepidato davanti alle peripezie (anche e soprattutto amorose) dell’icona più maschilista della storia del cinema, seriosi critici si sono convertiti al mito e hanno contribuito alla sua iconografia.
Roger Moore è riuscito a fare di più: ha reso simpatico il personaggio che nell’interpretazione di Connery era solo affascinante. E lo ha modernizzato.
Ormai lo sappiamo: Moore, per non fare la fine di Lazenby, chiese e ottenne di ritoccare qui e lì 007, che nelle sue mani divenne autoironico, brillante e facciatosta. Insomma, un Bond con la cazzimma.
Connery seduce perché, al netto dell’estetica ci sa fare e rende alla grande l’idea del superuomo di massa: suda poco, anche dopo un inseguimento rocambolesco, sanguina il minimo indispensabile, anche dopo una sparatoria (ricordate il rivoletto di sangue in una scena chiave di Thunderball? Ecco, è il massimo che si possa pretendere) e i lividi spariscono al ciak successivo.
Moore, invece, seduce perché è un fusto: paragonati a quelli dello scozzese, i metodi del suo Bond sono da playboy di paese. E lo stile lascia qui e lì a desiderare: uccide con un missile una killer che cerca di eliminarlo da un aereo, parla con la bocca piena, spara battutacce e si cava fuori dai guai in maniera paradossale.
Ma forse gli anni ’70 richiedevano proprio questo 007: l’era Breznev aveva sclerotizzato il gigante sovietico e le dinamiche della guerra
fredda non emozionavano più. Ed ecco che il Bond di Moore va nello spazio, sfida stregoni vudù, improbabili superuomini nazisti e fascinosi killer con tre capezzoli. Però il pubblico apprezzava e poco importa se, nel caricaturare 007, Moore caricaturò sé stesso, mandando in soffitta le galanterie di Simon Templar e il garbo antico di Lord Sinclair. Anche la critica dovette arrendersi quando Octopussy, il penultimo film con Moore, batté al botteghino Mai dire mai, interpretato dal redivivo Connery.
Morire a novanta anni non fa notizia. Ma quando se ne va uno come sir Moore c’è di che commuoversi e preoccuparsi perché sparisce un pezzo dell’immaginario collettivo.
Addio Simon, addio Lord Sinclair. E, visto che ci siamo, addio a Bond.
Tutti i bondofili veri si dividono in due categorie: conneryani e mooriani, che hanno declinato il mito in due modi diversi, i primi definendone la cattolicità, i secondi tracciandone una originale riforma, protestante ma non troppo.
La scomparsa del grande attore inglese, che ha resistito alla grande anche a un tumore per conformarsi il più possibile al mito, che per definizione è immortale, apre una voragine. Già: se Atene piange Sparta non può ridere. D’altronde Judi Dench, la M in gonnella del ciclo interpretato da Brosnan, era stata chiarissima: «Lei, mister Bond, è un rottame della guerra fredda». E a vedere il Bond di Craig comportarsi in modo da far sembrare lord un marine, è difficile darle torto.

Saverio Paletta

venerdì 19 maggio 2017

20 maggio giornata mondiale del Whisky.

Il 20 maggio si festeggia la giornata mondiale del whisky. L'intento è quello di celebrare la degustazione della cosiddetta aqua vitae, la quale continua a conquistare i palati di tutto il mondo.

Il whisky, così chiamato da scozzesi e canadesi, o whiskey, nome attribuito invece da irlandesi e americani, ha origini incerte.
Sembrerebbe infatti che questo distillato sia stato prodotto per la prima volta da San Patrizio, patrono dell'Irlanda, ma le prime prove del consumo dello stesso risalgono a uno scritto del frate John Cor del 1494 ritrovato in Scozia. Il dubbio dunque su chi sia il vero padre del whisky rimane, ma è certo che, dal 13º secolo in poi, abbia assunto sempre più importanza sino a sentir necessario istituire, non solo una giornata mondiale in cui apprezzarlo tra la convivialità degli amici, ma anche dei club di assaggio e conversazione a livello internazionale come, "The Scotch MaltWhisky Society" o il "50of5 Whisky Club". In tali associazioni è possibile dilettarsi in degustazioni per percepirne e giudicarne le diverse sfumature di sapore, magari con l'aggiunta di qualche goccia d'acqua, la quale, come diceva Winston Churchill, aiuta a sprigionarne gli aromi.
I whisky più commerciati in Occidente sono il Bourbon, l'American Whiskey, il Canadian Whisky, l'Irish Whisky e lo Scotch Whisky, prodotti rispettivamente in Kentucky, Stati Uniti, Canada, Irlanda e Scozia. Senza grande stupore, data la vastità del territorio, gli Stati Uniti risultano il paese che registra i maggiori ricavi, i quali nel 2016 ammontavano a 10.179 milioni di dollari.
Tuttavia un fatto sorprendente è che nessuno dei paesi sopra menzionati, si posiziona ai primi posti in classifica se ci si riferisce al consumo pro capite.
Nonostante i francesi siano conosciuti per la produzione di vini di fama mondiale, in realtà a loro piace bere anche la famosa aqua vitae, ritenendola forse essenziale proprio come l'acqua, dato che lo scorso anno ne hanno consumato 2,1 litri a testa. Tale quantità, costante da anni, sembrerebbe diminuire solo irrisoriamente guardando le previsioni per il 2020. In particolare, nell'esagono è molto gettonato lo Scotch Whisky, le cui vendite mensili superano addirittura quelle annuali di cognac, ( www.scotch-whisky.org.uk ).
Un dato altrettanto sorprendente è il quantitativo bevuto dagli spagnoli, pari a 1,9 litri pro capite. Secondo i dati del 2015, alcuni abitanti, che
seppur costituiscono una piccola parte della popolazione, (102mila spagnoli), amano così tanto il whisky da averne bevuto almeno 10 bicchieri la settimana. Si tratta dunque di dati eccessivamente alti, se messi a confronto con la quantità di whisky bevuta da altri protagonisti europei, ben conosciuti per la produzione e vendita di birra, la quale in fin dei conti è mosto di malto non sottoposto alla doppia o tripla distillazione necessaria invece per ottenere il whisky. È il caso del Belgio, della Cechia e della Germania, in cui il consumo pro capite si aggira tra i 0,6 e 0,8 litri.
Altro dato interessante è che anche nel Regno Unito il consumo risulta limitato, nonostante si tratti di uno dei paesi che producono più whisky al mondo: solo in Scozia si contano più di 100 distillerie, che producono il 90% circa del Single Malt Whisky commerciato globalmente.
A gennaio 2017 i dati si aggiravano intorno a un consumo medio di 0,9 litri a testa, mentre circa il 93% della produzione veniva destinata alle esportazioni, soprattutto verso la Francia e gli Stati Uniti. Queste hanno da sempre costituito un'enorme fonte di guadagno, tanto che nel 2009 si è addirittura raggiunto il record di 1,1 bilioni di bottiglie esportate.
L'Italia, invece, con un po' di sorpresa, è una delle nazioni che consuma meno whisky in tutto l'Occidente. Pertanto gli abitanti del bel paese non potranno godere dei suoi benefici. Secondo uno studio, infatti, tale alcolico, se consumato abitualmente in dosi molto moderate, contribuirebbe ad aumentare la quantità di colesterolo buono, a ridurre del 50% il rischio di ictus e a distruggere le cellule cancerogene grazie alla presenza di acido ellagico.
Anche se il whisky non incontra i gusti degli italiani, essi potrebbero comunque comprare una bottiglia al solo scopo di lucro. Secondo un articolo pubblicato dalla Cnn, infatti, negli ultimi anni sta addirittura nascendo una vera e propria professione, consistente nell'acquisto di bottiglie rare pregiate per poi rivenderle a prezzi che aumentano in modo esorbitante in brevissimo tempo: l'Investment Grade Scotch Index, che registra i prezzi di vendita all'asta di bottiglie di whisky, ha evidenziato come il valore dei 1000 migliori Single Malt Scotch Whisky, ha avuto una performance di circa 430 punti percentuali dal 2010 a oggi.
Allora, se non bevete whisky perché non ripensarci? Ci si può solo guadagnare in salute o nel conto in banca.
Ma attenzione a non esagerare.


domenica 7 maggio 2017

Da Le Ore a Men: storia della pornografia in Italia.

Primo punto: l’hard sta all’editoria ufficiale e perbene come certe lobby alle istituzioni ufficiali. C’è eccome, ma meglio non vantarsene troppo, non esibire. Tant’è: il primo ha mosso soldi e fatto girare le rotative allo stesso modo in cui le seconde hanno determinato eventi politici importanti dalla loro (non troppo) confortevole penombra.
Secondo punto: è esistita una circolarità perfetta, inconfessabile quanto si vuole ma innegabile, tra l’editoria porno e quella normale. Una circolarità fatta di personaggi, che sono passati, anche più volte e comunque con disinvoltura, dall’uno all’altro settore. Per dirla con un’immagine, dal salotto buono all’alcova più indecente.
Terzo punto: la pornografia ha inciso, dai retrobottega delle edicole, in maniera determinante sull’evoluzione del costume, molto più dei movimenti libertari e radical.
Quarto punto: il porno ha innescato un meccanismo autofago che lo ha portato al declino editoriale proprio nel momento in cui è diventato un elemento normale della cultura quotidiana.
Intendiamoci, non tutto il fenomeno, ma solo quello che Gianni Passavini, giornalista trasformato dal bisogno in pornografo, ha definito Porno di Carta, che è poi il titolo del suo bel volume uscito a novembre per i tipi di Iacobelli.
Passavini parte da sé stesso, cioè dalla propria decennale esperienza presso l’International Press, la casa editrice di Le Ore, per raccontare, attraverso la biografia di Saro Balsamo, l’editore e fondatore dell’International, la storia dell’editoria per adulti.
L’avventura di Passavini, un passato da cronista giudiziario tra gli eskimi delle redazioni militanti, alla corte di Balsamo iniziò nel 1982: «Allora, ancora non sapevo che quella scelta mi avrebbe cambiato così irrimediabilmente la vita. Ma dovevo farla, dopo che, per divergenze politiche, mi erano state imposte le dimissioni da redattore oltre che da direttore responsabile del Quotidiano dei Lavoratori, il giornale militante dove avevo lavorato praticamente gratis negli ultimi tre anni».
Dall’impegno politico e sociale al disimpegno erotico, anzi porno? Certo. Ma quello di Passavini non fu un tradimento dettato da motivi alimentari: nel 1982 quell’ambiente politico in cui lui e tanti altri si erano formati e da cui erano passati al giornalismo era in riflusso. Al contrario, l’impero di Balsamo era fortissimo.
Questione di generazioni e di fortuna: fai il’68 frequenti gli ambienti giusti, che poi sono quelli egemoni, e fai carriera; nasci un po’ dopo, oppure sbagli qualcosa nel tuo percorso, e ti ritrovi da Balsamo, se ti va bene.
Tanto più che il pornomagnate siciliano, che esibiva lauree non verificate e un titolo nobiliare che lo avrebbe apparentato addirittura a Cagliostro, non andava troppo per il sottile, per quel che riguardava la politica. Passavini era di sinistra, come gran parte della redazione dell’epoca. Ma Walter Peroni, cognato dell’editore e direttore di Le Ore, «alla fine degli anni Sessanta era stato uno dei più attivi ragazzotti della destra milanese».
Ma nessun problema, Balsamo accoglieva davvero tutti: «Gente come me, sessantottini, extraparlamentari di sinistra, ex partigiani che avevano sognato di fare la rivoluzione. Ma anche gente che era stata sulla barricata opposta e aveva sperato nel colpo di Stato. Senza dire dell’apporto delle donne: femministe impegnate, madri di famiglia trepidanti per un accenno di tosse dei loro pargoli».
A proposito di politica: quando Balsamo, fresco del successo delle sue riviste giovanilmusicali come Big, decise di tentare il salto nell’editoria per soli uomini (era il ’66 e di porno proprio non si poteva parlare) e fondò Men e Playmen, le prime due testate del settore, pescò alla grande nella redazione de Lo Specchio, settimanale di destra conservatrice e, per usare un termine dell’epoca, atlantica. Facciamo qualche nome: Marcello Mancini, Luciano Oppo, già guastatore e sabotatore della Rsi, Giò Stajano, Pierfrancesco Pingitore (già dirigente universitario del Msi e poi fondatore della compagnia teatrale Il Bagaglino), Armando Stefani, che proveniva da Tabularasa, periodico di eretici del neofascismo, e, dulcis in fundo Enrico de Boccard, il più interessante tra tutti i pornofascisti. Nobile di nascita, già repubblichino e poi missino, de Boccard era riuscito a farsi chiacchierare dalla sinistra in vena di dietrologie perché aveva organizzato nel 1965 il celebre convegno su La guerra rivoluzionaria che si tenne all’Hotel Parco dei Principi, dove aveva invocato, neppure troppo tra le righe, la necessità di un golpe anticomunista. Anche con Balsamo il vizio non se l’era tolto del tutto: nel ’67 andò a Tel Aviv a seguire la guerra dei sei giorni. Tornò con un reportage sui combattimenti, uno sulle prostitute e qualche soffiata per i Servizi. Tra una cosa e l’altra, curò l’edizione italiana della Psychopathia Sexualis di von Kraftt-Ebing e scrisse un Dizionario della letteratura erotica.
Con questa X Mas dell’erotismo convivevano senza problemi Luciano Massimo Consoli, il leader del movimento gay italiano, Milena Milani, autrice del libro scandalo La ragazza di nome Giulio, e l’anarchico-ateo Piero Cimatti. A tacere dell’ex azionista di origine ebraica Franco Valobra, finissimo intellettuale vicino al Partito radicale. Proprio a questa corte si formò Riccardo Schicchi, futuro mentore di Cicciolina, Moana e Eva Henger.
Già, recitava l’editoriale del primo numero di Men: «Noi non abbiamo santi in Paradiso, la politica non ci interessa se non per quel tanto che ci disturba».
E il porno? Roba innocente, che oggi non stuzzicherebbe nemmeno l’ultimo sito glamour. Ciò non bastò a evitare il sequestro ai primi otto numeri di Men e la galera a Mancini.
Era solo l’inizio di una lunga contesa giudiziaria, tutta giocata attorno alle interpretazioni degli articoli 528 e 725 del Codice penale. Anche Balsamo, che nel frattempo si era rimangiata l’indifferenza politica e si era messo a fiancheggiare il Psi e manifestava nei confronti di Craxi quella simpatia che sarebbe diventata amicizia stretta, passò i suoi guai: si fece la galera e un anno di latitanza all’estero, finito il quale si ritrovò senza giornali né casa editrice: glieli aveva soffiati sua moglie, Adelina Tattilo, stanca delle sue bizzarrie e, probabilmente, delle corna, che i bene informati riferiscono seriali.
A proposito di circolarità con l’editoria ufficiale e di contatti con la politica, val la pena di ricordare una chiacchiera che girò poco prima che Adelina silurasse il consorte: secondo Lo Specchio il Psi si preparava a stringere rapporti più stretti con Balsamo, che aveva dichiarato guerra alla Dc, attraverso Felice Fulchignoni, ex fascista e faccendiere, passato alla storia, oltre che per essere finito in manette durante Tangentopoli, per aver fondato Adnkronos, la seconda agenzia di stampa italiana dopo l’Ansa…
La ricetta di Men funzionava e il Nostro, bon vivant e spendaccione, lontano dal suo omologo americano Larry Flint, la replicò, a partire dal 1971 con Le Ore, che, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, sarebbe diventata sinonimo di pornografia. Dapprima fu il mix di nudi femminili e inchieste giornalistiche, che aveva già fatto la fortuna di Men (e al riguardo possiamo citare i topless di Patty Pravo), poi l’aspetto erotico prese il sopravvento, fino a scivolare, anche sotto la spinta di una concorrenza agguerrita (chi non ricorda Pop e La Coppia Moderna? ) e grazie a una giurisprudenza più benevola, verso il porno.
E qui parliamo di nuovo di donne. Non delle modelle, famose o meno, bensì delle redattrici. Fu Maria Jatosti, nel lontano ’75, a decidere il passaggio all’hard, dopo un lungo braccio di ferro con il direttore Giorgio Colorni. La Jatosti, background sinistrorso ed ex compagna dello scrittore Luciano Bianciardi, rilevò la direzione, mentre Colorni tornò, con tanto di autocritica, nelle file di quel Pci che aveva abbandonato per darsi all’erotismo…
Da allora in avanti, fu tutta una progressione che toccò l’apice negli anni ’80, quando bastava dire Le Ore per evocare zozzerie. E, con grande abilità, la rivista di Balsamo riuscì a bucare l’immaginario collettivo, attraverso due mosse: l’alleanza strategica con i francesi, cioè con Gabriel Pontello (il futuro mentore di Rocco Siffredi), che aveva organizzato una vera e propria factory in un teatro di posa parigino, e l’uso di starlette in declino, che accettavano di posare in servizi più o meno hard per il giornale, nel frattempo diventato patinato e costoso. Alcune, Karin Schubert e Paola Senatore, avevano già sfiorato l’hard senza lasciarsene coinvolgere. Per altre, Lilli Carati, era la prima volta. Per altre ancora, Tina Aumont e Minnie Minoprio, era solo un passaggio fugace, prima del definitivo addio alle scene: semplici pose di nudo in mezzo a figuranti che facevano ben altro. Ma la botta più forte all’immaginario collettivo Le Ore l’azzecca con la definitiva consacrazione di un personaggio: Ilona Staller, in arte Cicciolina. E non c’è bisogno di dire altro.
Il culto creatosi attorno alle riviste zozze creo un business miliardario, che tuttavia si incrinò a partire dalla seconda metà degli anni ’80. Il primo colpo fatale fu inferto dal mercato dell’home video, che mise in difficoltà prima le riviste e poi le sale a luci rosse. La botta finale arrivò nei ’90, quando i pc, i cd rom, poi i dvd e, infine, il web, fecero fuori definitivamente quell’editoria che aveva aperto i giochi a prezzo di durissime battaglie giudiziarie.
Le Ore chiuse, dopo un penosissimo declino, nel 2000. Balsamo sopravvisse al proprio impero di cinque anni, dopo aver anche tentato di riciclarsi nell’editoria normale. Era finita un’epoca.
Dal porno di carta a quello digitale c’è una distanza di anni luce: consumare il primo era trasgressione e prova iniziatica, guardonare il secondo, propinato ai limiti dell’anestesia sessuale, è una banalità.
Niente più collette davanti all’edicola vicino a scuola, niente più giornaletti nascosti nei fondi dei comodini, dietro i termosifoni e tra quei libri che venivano trascurati in nome di quelle - si fa per dire - letture maledette. Eppure, oggi che basta un clic, anzi un tap sul display, l’amarcord di Passavini risulta bellissimo. E non solo per la solita nostalgia, canaglia per definizione, ma perché Porno di Carta racconta, attraverso i consumi erotici, la differenza antropologica tra quegli italiani che certe cose le limitavano ai cessi e quelli che oggi le vedono in tv. Le tette agli italiani? Quando Balsamo cominciò, quasi non ce n’erano. Ora che sono persino troppe, verrebbe quasi il desiderio di una nuova censura pur di trasgredire a qualcosa.

Saverio Paletta

sabato 29 aprile 2017

Allucinante: Igor non lo vogliono prendere.

Sabato 8 aprile nelle zone del Mezzano, ferrarese, nell'oscurità della notte compare alla vista di tre pattuglie dei carabinieri un vecchio fiorino; uno di quelli degli anni 80, derivati dalla 127. A bordo c'è Igor, il serbo dai tanti alias su cui pende un mandato di cattura internazionale. E' ferito e non certo per merito delle nostre forze dell'ordine ma probabilmente per la precedente colluttazione in cui ha
ucciso il barista di Budrio Davide Fabbri, maneggiando un fucile. Si accorge del posto di blocco e decide di forzarlo accelerando. Nessuno dei componenti del posto di bocco oppone resistenza, anzi si scansano. Mettiamoci nei panni di quegli agenti e ricostruiamo la scena. Si tratta di posti molto isolati, scarsamente illuminati; a quell'ora le campagne sono vuote, non c'è pericolo di colpire nessuno. La sproporzione di sei uomini di pattuglia contro uno, ferito, è evidente. Eppure il serbo ha la forza di scendere dall'auto e scappare. Nessuno spara; neppure alle gambe. Igor fa perdere le sue tracce immediatamente. Nessuno lo insegue.
Più tardi il procuratore capo Bruno Chierchi chiarirà la dinamica e il perché di quel gesto. Dice subito che nessun carabiniere ha sparato: "innanzitutto posso escludere che vi siano stati conflitti a fuoco durante la fuga, nessuno ha sparato". "Nessuno ha sparato", continua, "perché non c'erano le condizioni di sicurezza per poterlo fare". In mezzo alla pianura, tra le paludi, con nessuna anima in giro non c'erano le condizioni per sparare? Eppure è proprio così: nessuno gli ha sparato a gambe, piedi, in aria. Niente.
Perché Igor è pericoloso, è armato, dicono. Inutile rischiare di allungare la scia di sangue. Lo ammette lo stesso Chierchi soffermandosi sul fatto che "se i carabinieri non hanno sparato sabato sera è perché si aveva, e si ha, consapevolezza che Igor sa usare le armi in modo micidiale".
"Quello che è successo nel Mezzano con la morte di una guardia ecologica e il ferimento dell'altra lo conferma: Igor è uscito dall'auto sparando, senza dare la minima possibilità di azione ai due agenti che non gli avevano nemmeno chiesto i documenti" conclude.
Così, da allora, da quel momento, è partita la caccia all'uomo più imprendibile d'Italia. Sono stati mobilitati 1000 uomini, reparti speciali dei Cacciatori di Calabria, Tuscania, Gis, Uopi antiterrorismo della Polizia, parà. Gente tosta questa, che ha combattuto in condizioni
disumane, nei luoghi più pericolosi al mondo, addestrata ad ogni evenienza. Insomma super uomini contro un altro super uomo (così almeno ci fanno credere). Eppure quella sera sarebbe bastata una o più sventagliate di mitraglietta. Ma non si poteva. Era troppo pericoloso, forse le pallottole avrebbero rimbalzato indietro, avrebbero avuto pure loro paura di Igor. Dopo qualche giorno si pensa all'uso massiccio di cani molecolari. Teniamo presente che fino a ieri sera in quelle zone c'era una siccità spaventosa, per cui le tracce di un ferito sanguinante sarebbero state intercettate subito. Ma nulla. I cani si fermano sempre in riva ai fiumi, non riescono mai a proseguire sull'altra riva, perdono sempre le tracce. Dicono che succede perché Igor si tuffa e riesce a stare ore e ore sott'acqua con una cannuccia di bambù che gli permette di respirare, alla Rambo. E' pericoloso per cui è meglio non avvicinarsi. Uomini con giubbetti antiproiettile, elmetti in kevlar, visori notturni. Non bastano. Troppo pericoloso. Allora ci si affida ai droni. Quattro per la precisione. Sono quelli professionali, militari, con dispositivi sofisticatissimi, agli infrarossi, riescono a percepire il calore umano.
Purtroppo, nelle campagne piatte, dove di rado si trova un albero alto uno di loro si schianta proprio contro un albero. Forse era l'unico alto della zona. Meglio non rischiare ancora. Vengono lasciati a terra. Sembra che Igor sia molto esperto nel fabbricarsi armi letali come archi e frecce. Li potrebbe abbattere. Ha tempo però per aggiornare il proprio profilo FB. Di questi tempi è importante, fondamentale. Igor sembra che in realtà si chiami Norbert Feher, 41 anni, nato a Sobonica seconda città del paese serbo. Nel profilo compaiono molti possibili parenti, stesso cognome e soprattutto tanti post condivisi sulla vita delle persone normali. Le feste, i compleanni, l'amore e tanto altro. Informazioni preziose, determinanti per la cattura. Purtroppo ricerche approfondite sulle utenze di cellulare usate per entrare e postare nel profilo, non hanno portato a risultati. Forse è un hacker perfetto, in grado di far perdere qualsiasi traccia. Lo vedete, vero, in mezzo agli acquitrini del basso ferrarese, con un tablet che smanetta? E' pericoloso, meglio non avvicinarsi. Dicono che si nasconda nelle tane delle volpi. Anche loro hanno paura e se la sono data a gambe. Torna in mente quando anni fa due semplici carabinieri delle piccole stazioni dell'Argentano lo stanarono proprio di notte in un nascondiglio e lui disse loro "siete stati fortunati". Oggi non potrebbe più accadere. Oggi non è più l'Igor Vaclavic di allora, è un Norbert Feher, killer spietato, per cui sono stati mobilitati i reparti speciali dei carabinieri del Tuscania.

Si diffonde una voce. E' stata rubata una zattera. Manca una zattera all'appello di un pescatore. Forse, sfruttando la notte è riuscito a
prendere il largo, verso il mare. Non è consigliabile chiamare i guardiacoste, forse nemmeno le navi da guerra. E' troppo pericoloso. Si lascia perdere. Iniziano a spuntare dei dubbi. E se ci fosse un mitomane che agisce in contemporanea? Alcune ragazze sembra lo abbiano visto su un treno locale, davanti a loro. Ne sono certe.

Contadini novantenni raccontano che ha capacità di volare usando una particolare mimetica che gli permette di spiccare balzi antigravitazionali. La teoria della relatività viene per la prima volta messa in serio dubbio.
Cherchez la femme. Ecco la nuova pista. Del resto Igor è stato gigolò a Valencia. Potrebbe aggirarsi in giacca e cravatta tra i casolari e trovare appoggio tra le bellezze del posto usando il suo fascino.
La storia per ora si conclude con il solito politico incapace in visita. Si tratta del ministro dell'ambiente. Del resto l'ambiente sembra proprio che copra la fuga del serbo. "Resteremo finchè non lo prenderemo" assicura. Ma non per sempre, dice. Perché i costi iniziano a lievitare.
Sapete cosa vi dico? Che Igor non lo vogliono prendere e non lo vogliono prendere perché nessuno vuole assumersi la responsabilità di questo gesto. Hanno tutti paura di rimanere invischiati in un gioco più grande di loro, anche perché una volta libero, e qualche giudice comunista in una terra comunista lo metterebbe quanto prima in libertà (Igor doveva scontare due anni di galera ma l'hanno fatto uscire prima) la farebbe pagare a colui che gli metterà le manette ai polsi. Come dice un giudice di Bologna i delinquenti slavi godono di una particolare impunità in Italia, al contrario di casa loro.
E questo mi sa tanto essere uno di quei casi.

Ludovico Polastri

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venerdì 14 aprile 2017

Paese che vai, social network che trovi.

Lo sapevate che il secondo social network per numero di utenti in Italia e negli Stati Uniti è Instagram, mentre in Francia, Regno Unito e Spagna è Twitter?


Che i social network abbiano rivoluzionato, nell'arco dell'ultimo decennio, non solo il modo in cui intratteniamo le nostre relazioni interpersonali, ma anche le modalità con cui ci informiamo su ciò che accade intorno a noi, (dall'attualità allo sport), ci formiamo opinioni e persino in taluni casi cerchiamo di costruirci una carriera, è una realtà ormai pienamente assodata. Sebbene questa rivoluzione sia avvenuta a livello mondiale, vi sono però delle differenze tra paese e paese.
Il social network con il maggior numero di utenti al mondo è il social per antonomasia, Facebook. Questa supremazia si afferma in 129 dei 137 paesi facenti parte dell'analisi condotta da Alexa Internet, società di analisi di traffico e dati internet sussidiaria della ben più nota Amazon.
Lo scenario si fa ben più variegato, quando si guarda invece al secondo gradino del podio. In un panorama così saldamente dominato da una compagnia sola, guardare al diretto competitor nei diversi paesi, può offrire spunti interessanti anche da un punto di vista culturale: infatti ogni social si distingue per delle caratteristiche specifiche, che si possono sposare più o meno bene con le diverse culture.
Dal medesimo studio, emerge che nella quasi totalità del continente americano, Instagram difende saldamente la medaglia d'argento. Questa piattaforma è fortemente concentrata sui contenuti fotografici. Fa eccezione, (nel novero dei paesi per i quali sono disponibili dati), solo la Guyana Francese, dove nella stessa posizione troviamo invece Twitter, divenuto celebre per le composizioni testuali in 140 caratteri, vincolo ormai ammorbidito a partire dal settembre scorso.
Questi due social si avvicendano sul secondo gradino del podio anche nel vecchio continente, dove Twitter risulta il secondo più popolare in Gran Bretagna, Irlanda, Francia e Spagna, mentre Portogallo, Italia, Belgio, Olanda, Norvegia e Finlandia, insieme a tutta la regione dei Balcani, preferiscono Instagram.
In Germania è invece Odnoklassniki a inseguire Facebook. Questa piattaforma social, il cui nome si traduce dal russo come "compagni di classe", benché pressoché sconosciuta in Italia, conta in realtà più di 50 milioni di utenti, ma per lo più nell'Europa dell'est.
Un'altra eccezione arriva dalla Scandinavia, in particolare dalla Norvegia, dove il secondo social network più diffuso è Reddit. Il nome di questo sito americano, estremamente popolare negli States, deriva dalla sincrasi dei verbi inglesi "to read" (leggere) e "to edit" (modificare), e proprio in queste due attività consiste l'essenza di questa piattaforma. Gli utenti possono condividere sia contenuti testuali che ipertestuali - link a pagine di altri siti web - al fine di stimolare discussioni e confronti sulle tematiche più disparate. Un format che ha reso popolare questa piattaforma è l'AMA, acronimo di "ask me anything" (chiedetemi qualsiasi cosa), attraverso il quale
numerose celebrità hanno colto l'occasione per immergersi virtualmente tra i loro ammiratori, rispondendo alle loro domande.
Volgendo lo sguardo a oriente, emerge uno scenario altrettanto eterogeneo e a volte sorprendente. Per esempio, all'ombra del Cremlino Odnoklassniki è il social più diffuso, mentre V Kontakte si aggiudica la medaglia d'argento. Attualmente noto con l'abbreviazione VK, anch'esso è nato inizialmente come rete per mantenere i contatti con gli ex compagni di classe.
La supremazia di Zuckerberg è invece minata in Giappone, dove Facebook occupa il secondo gradino del podio, superato in popolarità da Twitter, mentre in India il secondo social network per numero di utenti è Linkedin, la cui vocazione al networking professionale piuttosto che al puro intrattenimento, lo distingue nettamente dalle altre piattaforme. L'Oceania vede invece Instagram inseguire il primato di Facebook.
L'universo dei social network, osservato da vicino, risulta estremamente variopinto e in continua evoluzione, e sia che si voglia esprimere il proprio pensiero in pochi, lapidari caratteri, sia che si voglia condividere fotografie e video delle proprie avventure, o si voglia suggellare con #hastag arditi i propri slogan, si trova a ogni latitudine la piattaforma più adatta alle proprie esigenze.


venerdì 24 marzo 2017

Addio Monnezza. E' morto Tomas Milian.

Er Cubbano de Roma nun c’è ppiù. Tomas Milian se n’è andato il 22 marzo a Miami, il suo approdo statunitense, dall’isola natia prima e dall’Italia poi, che per lui è stata una matrigna tutta particolare: l’ha portato alle stelle senza dargli mai la vera gloria e dopo lo ha scordato senza troppi complimenti.
Dei morti, specie di quelli illustri, non si può dire che bene. Nel caso di Milian, amato più dal pubblico che dalla critica e apprezzato per la sua estrema professionalità più dai registi di mestiere che dagli autori, il bene è meritato.
Ma senza le ipocrisie, che invece sono traboccate sulla stampa più mainstream: Il cinema lo piange, Il cinema è in lutto, ha titolato in tutta fretta più d’uno, abituato a credere che le tecniche di titolazione contengano verità autonome.
In realtà, quelli che l’hanno pianto sono gli stessi che, a partire dagli anni ’90, avevano tentato di rivalutarlo, meglio ancora di dargli il posto che gli spettava nella storia di quel cinema italiano, anche di serie b, che sapeva parlare un linguaggio internazionale e del quale Milian fu è stato un volto di primo piano.
Da Lattuada, Zeffirelli e Visconti al trash: con questa breve formula si è tentato di sintetizzare una carriera che di sicuro avrebbe meritato più attenta analisi.
Tormentato, pensoso e coltissimo, Er Cubbano è stato tra i migliori della composita legione straniera di attori che furoreggiò a Cinecittà tra la seconda metà dei ’60 e i primi ’80. Era in buona compagnia: dei grandi (l’immenso Klaus Kinski, il bravissimo Helmut Berger, il tosto Mario Adorf e l’angelico Lou Castel), dei belli (Ray Lovelock, Chris Avram, Luc Merenda, George Hilton e Gianni Garko) e dei semplicemente bravi (Henry Silva e Frank Wolff) e si trovata a suo agio con tutti e in tutte le situazioni.
Per i più, specie per i coatti che lo consideravano un modello e un nume tutelare, Milian è stato Er Monnezza, Er Gobbo, Er Trucido e Nico Giraldi. In poche parole, un’icona del trash più viscerale e genuino. Però, al netto dei soliti sociologismi, occorre prendere atto che lui, da cubano, è riuscito a fare una cosa che non è riuscita neppure ai suoi colleghi italiani: interpretare una certa idea di romanità fino a incarnarla ed esportarla fuori da quelle borgate a cui si era ispirato.
Ma, sempre per restare al cinema popolare, Milian prima ancora è stato Curchillo, il bandito messicano ignorante, analfabeta, buono e furbo. Sia che recitasse con la sua voce, gettonatissima nei western grazie all’accento latino, sia che se la facesse prestare da Ferruccio Amendola, Er Cubbano tirava sempre e caratterizzava al massimo ogni ruolo.
Un camaleonte raro e bravissimo e forse non sarebbe scorretto il paragone con Gian Maria Volonté. Probabilmente per questo fu efficacissimo anche nei ruoli più nazionalpopolari, che erano il prodotto di uno studio attento della psicologia di quartiere, non dissimile da quello praticato da Alberto Sordi e Carlo Verdone.
La carriera italiana di Milian terminò a metà anni ’80 col declino del cinema di genere, di Cinecittà e delle sale, e fu sepolta nei ’90 quando la produzione, grazie anche ai finanziamenti pubblici, finì in mano ai radical chic.
Solo quelli di Nocturno Cinema, impegnati a partire dalla fine del millennio a riscoprire e rivalutare il cinema italiano dei ’70 e a toglierlo dal ghetto delle seconde serate, si ricordavano di lui, che in America aveva costruito una seconda carriera al seguito dei big.
Le lacrime sono giuste, anche se nei suoi confronti sembrano non poco di coccodrillo. Sarebbero più sincere se fossero dedicate anche al nostro cinema, che è morto prima di lui.

Saverio Paletta

domenica 5 marzo 2017

La Ciabatta Polesana.

Arnaldo ci racconta la nascita della sua più geniale invenzione, la Ciabatta Polesana, che poi diventerà Ciabatta Italia, il secondo pane più diffuso, conosciuto e imitato nel mondo, dopo la baghette francese. Ed è una storia semplice, banale, quasi comica, come lo sono tutte le storie di quelle grandi invenzioni che hanno mutato per sempre il nostro modo di vivere. La Ciabatta Polesana non ha avuto questa ambizione e nemmeno questo destino, ma sicuramente ci ha insegnato a mangiare bene e soprattutto ad amare il pane e chi lo fa. Considerando poi, come ci racconta il buon Arnaldo, che impastare e cuocere la Ciabatta ha qualcosa di femminile, di sensuale, addirittura di erotico. Buona lettura.

Maggio 1982. Un maggio tiepido, foriero di buoni pensieri. Ero a Milano, al MIPAM, la fiera del pane. Accettai l'invito a pranzo di Antonio Marinoni, il presidente nazionale dell'associazione panificatori. Mi portò alla trattoria “Toscana”, dietro la sede dell'associazione. Il cameriere depositò in tavola del pane. Mai visto prima. Fette che si presentavano male, tagliate irregolarmente. Mi incuriosiva il fatto che la mollica era tutta bucata, tipo groviera. Assaggiai. Rimanendo folgorato sulla via di Damasco.
-- Che favola di pane, esclamai, cos'è?
-- Ah, è quasi uno scarto, spiegò Marinoni, nel senso che viene fatto con la pasta avanzata da quella impiegata per le michette. Aggiungono acqua e sale e la rimpastano, ottenendo una sostanza ancora più tenera. La lasciano riposare un po', poi la spezzettano. Il tutto finisce in forno ed ecco il pane che stai mangiando. Brutto ma buono.
-- Come la chiamano?, chiesi sempre più interessato.
-- Sciavata comasca, in quanto i primi a proporla sono stati i panificatori comaschi.
Da quel pranzo, la sciavata tenne occupata la mia mente. C'era una ragione occulta in quel pane tanto buono quanto brutto. Mi ero fatto l'idea di uno scrigno che si presentava disadorno per depistare, per allontanare l'interesse altrui. In realtà conteneva la sapienza. Andava violato.
I pensieri mi riportarono all'esperienza in Francia. Lì la baghette non era solo il pane riconosciuto come il più gradito al mondo. Era assurto a fenomeno di studio, di valorizzazione. Con tanto di scuole specializzate che ne alimentavano il culto. Non per niente, restava il pane più copiato nel mondo.
Il professor Calvel, le per de la baghette, (il papà della baghette), incaricato dal governo francese di divulgarla nel mondo, sosteneva che la sua atipicità stava nella maglia glutinica della farina, la parte proteica, dove riuscivano a farci stare una grande quantità di molecole d'acqua. La ragione dell'alto apprezzamento della baghette era da ricercare nel suo inusuale contenuto d'acqua. Una caratteristica che veniva rispettata con rigorosità francescana. Fino al punto che una sezione della Scuola di Alta Tecnologia aveva destinato un settore a le taste, agli assaggi.
Personale specializzato si chiudeva in box asettici e insonorizzati. Davanti a loro, solo pezzi di baghette da mangiare. Dopodiché, davano i voti ai vari campioni, stilando una classifica. Questi test accertarono che più acqua conteneva l'impasto di farina, più saporita diventava la baghette. Raggiunsero un massimo del 65%, decretando la soglia limite per quel tipo di pasta. Il pane italiano non superava il 55%.
Tornato da Milano, rimuginai per un mese e mezzo sui punti in comune tra sciavata e baghette. Sia i panificatori comaschi, sia quelli francesi, ottenevano un pane eccezionale aggiungendo acqua. Pensa e ripensa, si accese la lampadina.
"Partendo dal concetto della sciavata, posso studiare una ricetta autoctona, non derivata da un'altra, con caratteristiche addirittura superiori a quella della baghette. In sostanza, che scavalchi la soglia del 65% di acqua".
Che ispirazione! Durante l'estate, un sabato, invitai nel mio forno in Molino tre personaggi autorevoli: Francesco Favaron fornaio a Verona, Alfio Bia fornaio a Cremona e Vinicio Bertoletti, fornaio a Milano. Scopo del summit: individuare una ricetta innovativa che contenesse il 70% di acqua. Il presupposto c'era. Una farina speciale, con alto contenuto di glutine, predisposta a contenere efficacemente la maggiore affluenza di liquido. Manco a dirlo, brevettata dai Molini Adriesi. La sacralità del momento fu suggellata da un poderoso ragionamento filosofico sugli aspetti cardine: lievitazione-riposo. Così sia.
Poi entrammo nel vivo. Buttammo giù una ricetta di massima. Preparammo la pasta. In forno. Cottura. Stop. Trepidanti verificammo. La mollica era bucherellata. La crosta morbida, ma non flaccida. Il primo contatto era positivo. L'assaggio. Favoloso!, esclamammo in coro, dopo il primo boccone.
Dopodichè tutti ad Albarella. A casa mia per festeggiare. Felici, sui bordi della piscina, il vino a farci compagnia. Arrivò mattino senza aver dormito un minuto. Tornammo nel forno. Secondo impasto. Seguendo le specifiche del primo. Il pezzo di pasta stirato a mano, appiattito, determinante per il gusto finale. Quindi, secondo infornata. E giù a bere. Ininterrottamente.
Appena uscì il pane, ancora caldo venne imbottito con la soppressa. In bocca. Da sballo ...
-- Adesso bisogna darle un nome..., biascicai con l'occhio vitreo, offuscato dal vino ma inebriato dal successo.
-- Someia, (assomiglia), a na savata, (ciabatta), resta piatto, fece notare Favaron.
-- Perfetto, annunciai, sarà la Ciabatta Polesana!
La ricetta di quel giorno è quella di oggi. Mai più modificata. Mi misi a divulgare la ricetta, magnificandola come base per produrre il pane più buono del mondo.
-- Sei presuntuoso, mi riprendeva qualcuno.
-- Scusa, rispondevo, ho girato il mondo. Ho visto e assaggiato molti tipi di pane. E posso dirlo: la Ciabatta Polesana è la migliore. Non ho trovato alternative in grado di mettere in discussione la sua leadership. Se tu ce l'hai, farmela vedere ...
-- No, non ce l'ho ...
-- Vedi ... Allora la Ciabatta è la migliore del mondo.
Il mercoledì divenne il pomeriggio deputato alle prove pratiche nel mio forno sperimentale. La "Scuola del Pane", come mi piaceva chiamare quelle ore dedicate alla cultura dell'arte molitoria e panaria. L'impasto poi, assumeva i contorni del rito. Già perché nella gestualità delle mani, in quella frenesia di dita e sostanza, c'era molto di sensuale. Non perdevo occasione per farlo notare.
Come quella volta. Ero a pranzo al ristorante “Le Calandre” di Rubano, alle porte di Padova. Un locale di grido. Uno dei pochi dove si facevano il pane in casa, non fidandosi di quello che trovavano in giro. Alla fine parlai con un'affascinante signora, presentatami come la titolare.
-- La ringrazio, sono stato benissimo. Un ristorante del quale mi ricorderò – incensai - a proposito, visto che punta sulla qualità, bella signora, perché non viene vedere la mia scuola del pane ad Adria? Riuscì a strapparle un sì. Qualche settimana dopo si presentò al Molino.
-- Sono venuta a vedere come fa il suo pane speciale ...
Mi misi al lavoro. Scherzando, ridendo, blandendo.
-- Non le sembra bella signora, che l'impasto abbia un che di sensuale?
-- Sa che non ci avevo mai fatto caso? Effettivamente ...
-- A volte mi sembra addirittura di sentire tra le mani qualcosa che hanno le donne ...
Misi in forno. Entrambi curvi davanti alla finestrella.
-- Che spettacolo sensuale, insistevo, signora mia, sono qui a guardare il pane che monta e mi sento tutto eccitato. Sì, si è come fare l'amore ...
Lei mi squadrò. Più sfacciata che turbata. Poi gettò l'occhio dentro il forno.
-- Beh, quasi... esclamò.
Fine della trasmissione.

da “Una vita nel sole” di Arnaldo Cavallari

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