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sabato 3 dicembre 2016

Autoerotismo.

Le idee sessuali, o desideri sessuali, che sorgono in un individuo quando è solo e non è influenzato dalla presenza del sesso opposto, sono dette auto-erotiche. Havelock Ellis dice che la masturbazione rappresenta soltanto una parte dei fenomeni sessuali, che dovrebbero essere raggruppati collettivamente sotto la voce "fenomeni auto-erotici" o fenomeni sorgenti nell'essere senza suggestioni dall'esterno.
La passione per il rapporto normale può venire anche sotto questa forma, quando sorge spontaneamente il desiderio di uno abituato al rapporto sessuale e separato temporaneamente dal suo compagno.
Il fantasticare costituisce una delle più semplici forme dell'autoerotismo. Si dice che questa semplice forma sia più comune nelle femmine che nei maschi; in questo sesso però non può raggiungere che una brama indefinita.
Le emissioni nel maschio, ed i sogni erotici con o senza orgasmo, (nella femmina, che non agli organi per la eiaculazione), sono anche detti polluzioni. Si tratta dei comuni "sogni umidi" che capitano normalmente al sesso maschile, dall'adolescenza al periodo matrimoniale, (ed anche dopo durante periodi di forzata astinenza); e dei corrispondenti sogni che si presentano nelle donne in piena maturità sessuale, qualora siano prive del soddisfacente coito. In tali condizioni queste auto-erotiche manifestazioni, non dovrebbero essere considerate anormali o innaturali.
Secondo il Dizionario medico illustrato americano di Dorland, la parola masturbazione è derivata dalla parola latina manus, ma l'uso della mano non è il solo metodo impiegato in tale atto. Frizioni di ogni specie, sia contro oggetti su cui uno siede o giace, ed anche con lo sfregamento fra le cosce della femmina, possono costituire masturbazioni nel senso più ampio.
In casi non usuali, l'orgasmo può venire spontaneamente per l'influenza di più alti centri, (pensiero), sui più bassi, (midollo spinale e corpuscoli genitali). Questa è talvolta detta "masturbazione psichica". Sono stati riportati casi di donne talmente sensuali, che solo la presenza di un uomo attraente causava loro l'orgasmo. Si dice che la masturbazione si verifichi dall'infanzia sino ad un'età piuttosto avanzata. Nei ragazzi è dovuta a qualche causa predisponente come una irritazione locale, e in tali casi l'eliminazione della causa eliminerebbe l'effetto.
Sono state accusate differenze significative circa l'insorgere della masturbazione, nei maschi e nelle femmine. Nei ragazzi, dalla pubertà all'età virile, ed oltre, tale pratica è generalmente di regola. Nelle ragazze si dice cominci più tardi e continui indefinitivamente, a meno che non venga sostituita da un soddisfacente coito.
La percentuale delle ragazze e donne giovani che cercano di soddisfare in questo modo ai compressi sentimenti sessuali, è minore di quella dei ragazzi e uomini giovani.
Tra i maschi c'è una tradizione che la masturbazione sia vile e possibilmente dannosa, e quest'attitudine aiuta la natura a considerare con un senso di vergogna e di colpa tale atto e a prevenirlo. Nelle donne, si dice che non vi siano tali tradizioni, e perciò nessun senso di vergogna e di rimorso esiste dopo. Forse questa è un'esagerazione, ma Ellis parla di un caso in cui una donna bene allevata e attiva in tutto, non si rese conto d'essersi masturbata per anni senza pensare di peccare, finché non lesse uno di quelli opuscoli ciarlatani, che richiamano la suggestione del diavolo nell'autosoddisfacimento. Il rimorso inutile così destato e tanto tragico quanto ingiustificato.
La concezione moderna circa la masturbazione praticata per desiderio di una cosa reale, contrasta spiccatamente con quella dei secoli XVII e XVIII. Ciononostante anche in anni recenti, e possibilmente anche ora, le cosiddette "autorità" avrebbero considerato la masturbazione come una malattia, attribuendola, ad esempio, ad una irritazione dell'uretra posteriore nel maschio.
Come materia di fatto, la masturbazione è in effetto una valvola di sicurezza, provveduta dalla natura stessa e non solamente per il genere umano, ma anche per molti tipi di animali inferiori. Anche i più reazionari ora ammettono che la pazzia e la causa e non l'effetto della masturbazione eccessiva.
Vi sono senza dubbio esempi in cui la masturbazione eccessiva causa danno, ma ciò interessa principalmente gli organi sessuali. Anche il mangiare eccessivo, l'esercizio eccessivo, il coito eccessivo danneggiano la salute. Certi individui, non possono resistere alla tentazione di bere o fumare eccessivamente, ma ciò non significa che non vi sia posto per l'uso temperato dell'alcool e del tabacco.
La masturbazione praticata moderatamente faute de mieux, (cioè non per preferenza, ma perché il coito pure intensamente desiderato, non può essere effettuato), non è cosa anormale, innaturale e nemmeno un'abitudine, non più di quel che sia il normale coito fra marito e moglie; è la semplice espressione di una urgenza biologica, e non dovrebbe essere condannata poiché non è nociva.
Solamente quando venga praticata in eccesso, presenta una base patologica che necessita di cure.


Lombard Kelly

lunedì 21 novembre 2016

Il Black Friday contagia tutta Europa.

In America i giorni in cui si registrano il maggior numero di acquisti al dettaglio sono il Black Friday e il Cyber Monday. Il Black Friday risale ai tempi di Roosevelt.

Fino agli anni '30 il giorno del Ringraziamento non era solo un'occasione per rendersi grazie gli uni con gli altri, in memoria delle vicende storiche che avevano caratterizzato i primordi della civiltà statunitense, bensì rappresentava per i commercianti il vero e proprio calcio d'inizio della stagione natalizia.
Un tempo, infatti, era considerato inappropriato negli Stati Uniti, vendere articoli natalizi prima del Ringraziamento, ma questo lasciava poco tempo a disposizione per gli acquisti, rendendo scontenti i negozianti, che sentivano di non essere messi nelle condizioni di trarre il massimo dei profitti. Per questo motivo fu chiesto a Roosevelt di anticipare tale festività di una settimana.
Nonostante la prerogativa di scegliere la data gli spettasse di diritto - non essendo il Ringraziamento, all'epoca, una festività nazionale - il suo decreto fu accolto da una notevole resistenza. I repubblicani sostenevano che la decisione di Roosevelt fosse irrispettosa nei confronti del lascito culturale del presidente Lincoln, il quale aveva statuito che il giorno del Ringraziamento dovesse coincidere con l'ultimo giovedì di novembre.
Così si finì col celebrare due Ringraziamenti: quello repubblicano è quello democratico, rinominato goliardicamente "Franksgiving" dal nome del presidente Roosevelt. Dopo due anni, poiché non fu notato alcun beneficio significativo dal punto di vista delle compere natalizie, si tornò a festeggiare il Ringraziamento in un'unica data, quella stabilita da Lincoln.
Per quanto l'usanza di non vendere articoli natalizi prima di tale festività sia ormai decaduta da tempo, il Ringraziamento è tuttora considerato la pietra miliare della stagione degli acquisti natalizi, e ancor di più il giorno successivo, il cosiddetto Black Friday. Tale evento è diventato celebre per le irresistibili offerte speciali e i clamorosi sconti, ma la sua origine deriva semplicemente dal fatto che gli impiegati esterni al settore del commercio, avendo come giorni di vacanza il Ringraziamento e il venerdì successivo, usavano questo giorno per lo shopping natalizio.
Il termine "Black Friday", letteralmente venerdì nero, trae origine dal nomignolo attribuitogli dalla polizia, che temeva i disordini causati dall'enorme massa di persone che affollavano i negozi. Il nome ha perduto la sua connotazione negativa, complici i negozianti che astutamente hanno diffuso la diceria che il nome indicasse il fatto che si rovinassero con quelli sconti così convenienti.
Con la diffusione sempre crescente dello shopping on-line, non stupisce che anche i cosiddetti "on-line retailers" volessero sfruttare il fenomeno. Ed ecco così che il lunedì successivo al Black Friday ha preso il nome di Cyber Monday e ha replicato le medesime dinamiche di offerte estremamente convenienti e sconti audaci.
L'origine di tale termine risale al picco delle vendite on-line registrato il lunedì in questione, in quanto le persone rientrate al lavoro usavano l'Internet dei loro uffici per continuare le proprie compere.
Durante il Cyber Monday 2015 negli Usa, si sono registrate vendite on-line per oltre 3 miliardi di dollari, un aumento del 16% rispetto all'anno precedente, che lo hanno reso il giorno di maggior spesa on-line di sempre. Peraltro il 2015 ha rappresentato l'anno durante il quale la popolarità delle acquisti on-line ha superato quella degli acquisti "off-line".
I negozi on-line non costituiscono soltanto un mezzo più rilassato di fare acquisti, essi sono anche un modo per promuovere il Black Friday ovunque nel mondo. Infatti quando nel 2010 Amazon ha cominciato a promuovere il Black Friday nel Regno Unito, il resto dei grandi rivenditori sono stati costretti a seguirne l'esempio. Il risultato è che ormai anche nel Regno Unito l'ultimo venerdì di novembre fa registrare ogni anno il numero più alto di transazioni e acquisti al dettaglio, così come il Cyber Monday fa registrare i maggiori acquisti on-line.
Il resto d'Europa non ha ancora raggiunti i livelli di entusiasmo britannici, ma negli ultimi anni la popolarità di queste due giornate si sta diffondendo anche in Italia, Germania e Francia, anche se con un coinvolgimento maggiore dei rivenditori on-line, il cui utilizzo per gli acquisti natalizi sta crescendo a vista d'occhio.
L'interesse nel Black Friday però non manca: in Italia, ad esempio, il numero di volte in cui questo termine è stato cercato su Google nel 2015, ammonta al quadruplo rispetto all'anno precedente.


sabato 19 novembre 2016

Breve storia del Kleenex, il fazzoletto di carta.

Lo sapevate che un fazzoletto di carta pesa in media 3 grammi? Il che significa che un italiano in media usa 4333 fazzoletti di carta in un anno. Vediamo perché.

Con il primo freddo arrivano anche i primi raffreddori. Parenti, amici, colleghi, nessuno è immune a sternuti e soffiate di naso. Prima che colpisca anche noi è solo questione di tempo: meglio essere previdenti e armarsi di quantità industriali di fazzolettini.
Secondo alcuni, la storia dietro questo fogliettino di carta usa e getta, a volte antipatico agli ambientalisti, è centenaria. I primi avvistamenti risalgono al 17º secolo in Giappone, dove viaggiatori europei rimasero stupiti dall'uso di questa carta soffice, utilizzata per soffiare il naso e poi candidamente gettata a terra. Un'invenzione stupefacente rispetto al classico fazzoletto occidentale, che doveva essere custodito e lavato quando necessario.
Il fazzolettino come lo conosciamo oggi, è stato inventato negli anni 20' dalla società americana Kimberly-Clark, proprietaria del famoso marchio Kleenex. Curiosamente è uno dei quei pochi casi, in cui il modo di utilizzo di un prodotto non è stato deciso a monte, bensì dagli utenti finali. Quando i fazzolettini di carta sono stati introdotti sul mercato, erano stati pensati come un fogliettino di carta usa e getta, per permettere alle signore di rimuovere creme idratanti in eccesso.
Anche nei cartelloni pubblicitari, furono usate le star di Hollywood fotografate nei camerini, mentre utilizzavano i fazzolettini per rimuovere il trucco di scena. Solo qualche anno più in là, la Kimberly-Clark ha effettivamente capito come il suo prodotto venisse utilizzato dai consumatori.
Da allora il fazzolettino chiamato da molti kleenex, è diventato un oggetto di uso comune. Quanti ne consumiamo ogni anno? Forse non vi stupirete molto, visto che l'uso maggiore è nei paesi più freddi dove probabilmente ci si raffredda di più. Ma credo che nessun italiano, se interrogato, avrebbe mai pensato di usare in un anno più di 13 chili di fazzoletti.



martedì 8 novembre 2016

Sul tesoro di Alarico non mi ci fico.

Con la statua di Alarico il nostro provincialismo ha di che pascersi. Soprattutto, quello degli storici dilettanti che si baloccano con la leggenda del re barbaro distruttore sol perché, grazie alla morte del re visigoto, Cosenza è stata lambita dalla Grande Storia. E, Grazie a questa statua, sono sicuro, torneranno alla carica anche gli archeologi improvvisati, ansiosi di far trivellare ben bene il letto del Busento per
cercare il favoloso tesoro su cui, da Giordane in avanti, hanno fantasticato in tanti. Comunque ringrazio il sindaco Occhiuto per questo marketing germanizzante. Non perché creda nella sua iniziativa, ma perché, grazie a questa trovata, ho avuto almeno la possibilità di conoscere il professor Luttwak, di cui sono lettore e ammiratore, quando, nell’estate del 2014, venne a Cosenza per sponsorizzare l’iniziativa. Tuttavia, questa ricerca è roba di basso profilo, da cui gli storici e gli archeologi veri si tengono a distanza di sicurezza. E fanno bene, perché nessuno di questi avventurosi Indiana Jones alla sardella sa o ha mostrato di sapere chi fosse Alarico. Né lo ha spiegato il Comune di Cosenza, a dispetto del popò di brochures stampate due anni fa. E c’è da pensare che neppure l’amministrazione Occhiuto 2.0 non brillerà per divulgazione.
È il caso, anche sulla scia di recenti polemiche, di ricordare chi fosse davvero Alarico e, soprattutto, chi fossero i suoi goti tervingi (il nome tribale dei visigoti). Dunque, Alarico Amal (questo è il suo nome goto) era qualcosa di meno di un legionario e molto di più di un mercenario. Non a caso, figura nella “Notitia Dignitatum” col nome di Flavius Alaricus e col titolo di magister militum per Illyricum, cioè generale di corpo d’armata della Dalmazia. Nulla di strano in un’epoca in cui l’esercito imperiale era barbarizzato e i vari capi tribù diventavano sistematicamente alti ufficiali. Per carità, comandavano la loro gente e chi li seguiva, di cui erano re, e l’Impero, a corto di soldati, si limitava a sanzionarne lo status nella speranza di addomesticarli. Barbaro distruttore? Invasore? Proprio no. Quando mise Roma a sacco, Alarico si comportò come un creditore che cercava di attuare un “decreto ingiuntivo” per recuperare il soldo, proprio e della propria truppa. In alternativa, aveva chiesto la “terza”, cioè il diritto di sfruttamento di un terzo di quei latifondi italici su cui, fino a due generazioni prima, i goti come lui si erano spaccati la schiena come schiavi. Il rifiuto di pagare o di concedere le terre fece scattare il “sacco”, che poi, a rileggere le fonti, non fu quel granché. 
Nulla di paragonabile a quel che avevano fatto Silla o, peggio, Antonio e Augusto alla fine della Repubblica. Ma Alarico, per quanto romanizzato, era considerato un “barbaro”. Per di più era cristiano ariano (cioè seguace dell’eresia del prete bizantino Ario, le teorie naziste non c’entrano). Per tutti questi motivi non godette di “buona stampa”, visto che gli intellettuali tardoromani erano cattolici o pagani e, comunque, un po’ razzisti. Lui, più semplicemente, fu il capo di un popolo che non voleva distruggere un bel nulla, ma solo far parte dell’Impero e del suo benessere. La “crisi gotica”, che portò al collasso il mondo romano, fu perciò una crisi da mancata integrazione, tra l’altro strana in un sistema che si era costruito nei secoli integrando popoli diversi. Si pensi a quel che era accaduto coi celti, così romanizzati da tramandare la romanità a impero già finito. Perché la stessa cosa non accadde coi goti, che tra l’altro non chiedevano di meglio che romanizzarsi?
È di questo Alarico, molto più suggestivo e vero dello stuprafanciulle della leggenda, che avrei voluto sentir parlare. Con buona pace di chi, in nome del marketing, si appresta a un altro abuso pubblico della storia. Ho capito che la politica è impegnativa e amministrare una città non facile come Cosenza prende tempo. Ma, visto che i consulenti non mancano, perché non pagarli affinché leggano qualche libro serio? Magari ci avrebbero evitato figuracce e si sarebbero resi utili.


Saverio Paletta

martedì 1 novembre 2016

Referendum costituzionale: c'è chi dice no.

Io voto no. E non perché sono un fanatico nostalgico di cose che non ho vissuto. Già: non ho vissuto la resistenza, il referendum del 2 giugno, in cui avrei scelto la Repubblica, non ho vissuto il ’48 e non considero la Prima Repubblica, di cui ho vissuto e contestato la fase terminale, una sorta di Età dell’Oro.
Ho studiato la Costituzione (a differenza di tanti, che se la mettono in bocca senza conoscerla) quel che basta per conoscerne i difetti, che sono tantissimi. A qualcuno, ad esempio, è mai venuto in mente che, tranne che per la mancanza del contrappeso della monarchia e in assenza di un istituto presidenziale forte, la parte seconda della Costituzione è stata una copia malfatta dello Statuto Albertino? Non ce ne siamo accorti solo grazie al fatto che, dal ’46 in avanti, siamo stati a sovranità limitata, sennò saremmo finiti come la Repubblica di Weimar. E non ce ne accorgiamo ora solo grazie al provvidenziale sequestro di sovranità operato dall’Ue, senza la quale avremmo fatto la fine della Jugoslavia.
E, a proposito di originalità, la prima parte? Il gioiello di architettura sociale che il mondo dovrebbe invidiarci (mai letta, al riguardo la Costituzione della Bundsrepublik di Bonn, elaborata da giuristi di ben altro spessore)? Non vi puzza un po’ di “copia e incolla” dalla Carta del Lavoro fascista oppure, per andare a ritroso, della Carta del Carnaro di dannunziana memoria (anche se in realtà la elaborò Alceste De Ambris, il fondatore della Uil)?
Non amo troppo i nostri Padri della Patria Repubblicana. Grigi, più astuti che brillanti, incapaci come cattolici, spesso inetti come laici. Ma di sicuro più colti, dotati e sensibili di chi, a partire dagli anni ’60, la fortuna ci diede in sorte.
Questa Costituzione va riformata seriamente e il no, che voterò, ci farebbe restare ostaggi di una classe dirigente locale, regionale e nazionale becera, ignorante e scadente. Ma il sì sarebbe peggio: consentirebbe a una parte di questa stessa classe dirigente di chiudersi la porta dietro le spalle e, da ostaggi, diventeremmo prigionieri. Non sono costoro, buoni più a lanciare slogan che a pensare, che possono darci un esecutivo autorevole, aggiornare il welfare e ristrutturare i poteri pubblici. Non loro che sono espressione, in buona parte, di lobby non disposte a mettersi in discussione e di un parlamento illegittimo costituzionalmente e autore di una legge elettorale, l’Italicum, al setaccio della Corte Costituzionale (che, passasse la riforma, lorsignori lottizzerebbero senza troppi complimenti). Dico no per questo. Però non nutro troppa fiducia in quell’Armata Brancaleone che è il fronte del no. Li aiuteremo a farla franca se riusciremo a bocciare questa riforma. Spero che con loro l’appuntamento sia solo rinviato.


Saverio Paletta

domenica 23 ottobre 2016

Modi di dire 27

Si dice . . . “guardare in cagnesco”

La locuzione “guardare (o guardarsi) in cagnesco” vuol dire osservare di traverso, dare occhiatacce torve, con ostilità e rabbia. Ritroviamo la frase già nella letteratura dell'800 e non deve stupire la luce negativa in cui è visto quello che oggi si considera l'amico più caro dell'uomo. Questo e molti altri modi di dire che riguardano i quattrozampe, (lavorare come un cane, freddo cane, vita da cani, fare un male cane, solo come un cane, ecc.), ci ricordano tempi non lontani in cui essi erano tenuti in catene, disprezzati, privati del cibo per accrescere la loro ferocia in guerra o contro i ladri, lasciati al freddo, fuori dalle abitazioni o per strada perché non trasmettessero malattie e parassiti. Vita non invidiabile.


Si dice . . . “il canto del cigno”

Questa definizione si riferisce all'ultimo segno di vivacità di una vita che si sta spegnendo e, per estensione, all'ultima espressione di alto livello della carriera di un professionista o di un artista oramai in declino. Il modo di dire è antico. Si basa sulla credenza, un tempo assai diffusa, secondo la quale il cigno reale, (Cygnus olor), detto anche “cigno muto” perché in genere emette solo sbuffi e brontolii gutturali, quando era posseduto dal presentimento della morte intonava un canto dolce e melodioso. Un canto talmente soave da ispirare artisti come Schubert e Tchaikovsky, che sul tema composero opere immortali. Ed è da notare che con il termine “cigno”, si indicano i maggiori musicisti e poeti di età romantica.


Si dice . . . “ . . . dei miei stivali”

La locuzione aggettivale “. . . dei miei stivali”, (intellettuale dei miei stivali, medico dei miei stivali, ecc.), si usa in riferimento a persone o cose vantate come importanti e di cui invece non si ha nessuna stima, che si ritiene non abbiano valore. Un tempo si usavano espressioni più dirette, ad esempio: “Sei proprio uno stivale!” oppure in senso eufemistico “Non rompere gli stivali!” (non infastidire). L'intento è chiaramente paragonare in senso spregiativo, persone e cose a ciò che serve a ricoprire i piedi e che dunque è collocato al livello del terreno, nel punto più basso e ignobile possibile.


Si dice . . . “a sbafo”

Mangiare a sbafo, bere a sbafo, entrare al cinema a sbafo ecc. vuol dire ottenere qualcosa a spese d'altri, gratuitamente. Il modo di dire deriva da sbafare, ossia mangiare avidamente e in abbondanza, ed è una voce di origine onomatopeica, (richiama cioè il movimento della bocca che mastica). Dello stesso significato e altrettanto usata è la locuzione “a scrocco” che deriva da scrocchio, un'antica forma di usura. In pratica chi otteneva un prestito “a scrocchio” era obbligato a ritirare anche dei beni valutati ben oltre il prezzo reale ed era costretto, oltre alla restituzione del prestito, a pagarli alla cifra imposta.



Si dice . . . “a caval donato non si guarda in bocca”


Significa che ciò che ci viene dato in regalo o comunque senza aver fatto particolari sforzi o sborsato quattrini, deve essere ben accetto e non va criticato troppo, per non inimicarsi una sorte che ha voluto essere benevola. Il fatto di “guardare in bocca” all'equino, si riferisce all'esame della dentatura per stabilirne l'età. Veterinari ed esperti infatti, sono in grado di attribuire con buona precisione gli anni e i mesi di vita dell'animale, esaminando con cura lo stato degli incisivi superiori e inferiori e le condizioni del resto della dentatura, specie se si tratta di puledri o di esemplari giovani.



Si dice . . . “essere un micco”

Questo modo di dire popolare, molto usato in Toscana, indica una persona sciocca e raggirabile, un bellimbusto tanto grullo quanto pieno di se. All'origine del modo di dire, arrivatoci dalla Spagna intorno al XVIII secolo, c'è il termine di origine caraibica mico, usato per denominare piccole scimmie platirrine sudamericane come gli uistiti. Questi piccoli e graziosi primati vennero importati in Europa come animali da ornamento e compagnia e probabilmente la loro espressione sgomenta è all'origine della metafora.



Si dice . . . “affrontare un fortunale”

Significa trovarsi di fronte, anche in senso metaforico, a una perturbazione atmosferica di enorme forza. Nella scala di Beaufort, divisa in 12 gradi di intensità, il fortunale occupa l'11° posto con venti oltre i 100 km/h in grado di creare gravi difficoltà alla navigazione, oltre che ingenti danni a terra. Il termine è antico e lo ritroviamo già in un passo di Boccaccio (XIV secolo): “da tempo fortunal portati” ossia da tempo burrascoso, tempestoso. Ciò perché la dea Fortuna rappresentava il fato, la sorte dispensatrice di bene e di male, (era spesso raffigurata con un timone in mano), e ad essa si affidavano i marinai quando si imbattevano in condizioni così avverse.


Si dice . . . “mausoleo”

Il termine “mausoleo” designa un monumento sepolcrale grande e maestoso, costruito per conservare le spoglie di un imperatore, un re o una figura importante e ammirata, come ad esempio il mausoleo di Augusto a Roma o quello di Teodorico a Ravenna. Questo nome deriva da Mausolo, governatore della provincia persiana della Caria, in Asia minore, dal 377 a. C. alla sua morte. Egli fece costruire ad Alicarnasso, oggi Bodrum, in Turchia, un immenso monumento funebre in marmo con statue e fregi. Affidò il progetto agli architetti greci Pizio e Satiro e la decorazione ai maggiori scultori del tempo tra cui Skopas. Alla morte di Mausolo nel 353 a. C. il monumento venne completato da Artemisia, sorella e moglie. Alto quasi 50 metri, ricco di bassorilievi, il mausoleo di Alicarnasso, fu considerato una delle sette meraviglie del mondo. Venne distrutto da un terremoto nel XIV secolo e le rovine furono usate come materiale da costruzione.


Si dice . . . “homo homini lupus”

L'espressione latina homo homini lupus, tuttora in uso nel parlare e nello scrivere colto, significa che “l'uomo è lupo per l'(altro) uomo” ed è un invito a guardarsi dalla tendenza innata nell'essere umano a sopraffare il proprio simile, proprio come un carnivoro uccide la preda per sopravvivere. Si tratta di un detto popolare di origine molto antica. La prima citazione che è giunta fino a noi risale all'Asinaria, commedia dell'autore latino Plauto vissuto tra il III e il II secolo a. C. Il modo di dire è poi stato ripreso con varie sfumature da altri autori dell'antica Roma come il poeta comico Cecilio Stazio, successivo a Plauto, ed è stato tramandato fino alla letteratura moderna.



Si dice . . . “musica delle sfere”


Si riferisce a una melodia celestiale, di bellezza e armonia tali da sembrare divina. All'origine del detto vi è un antico concetto filosofico. Il mondo classico pensava infatti che il cielo rispecchiasse la perfezione della divinità e i maggiori filosofi greci si dedicarono alla ricerca delle leggi dell'armonia celeste. Allora si era convinti che i 7 pianeti, (Sole, Mercurio, Venere, Luna, Marte, Giove e Saturno), ruotassero intorno alla Terra ciascuno in una propria sfera cosmica, di sostanza eterea e che all'esterno vi fosse un'altra sfera in cui erano incastonate le stelle fisse. Il moto di ciascuna di queste sfere, avrebbe prodotto una melodia divina, non udibile dall'orecchio umano, ma semmai decifrabile con la matematica. Questa teoria fu presente nella cultura occidentale fino all'avvento della scienza moderna.

sabato 15 ottobre 2016

Dario Fo: addio al vate dei radical chic.

È stato l’ultimo vate dei radical-chic. Con Dario Fo se n’è andato uno degli ultimi esponenti di un certo modo di creare arte e fare “cultura”. Rivoluzionario più sul palcoscenico che nella vita, Fo è stato un lucido protagonista di certi ambienti - che in Italia hanno fatto scuola, creato mode e imposto censure - per cui la “politica” veniva prima della “cultura”, che si legittimava solo sulla base di un “messaggio”.
Non ho mai creduto alla storia dell’“arte per l’arte”, che considero onanismo. Ma Fo e altri suoi illustri colleghi, a partire da Giorgio Strehler, sono stati l’esempio dell’eccesso opposto. Lo chiamavano “teatro civile” e, in effetti, l’arte di Fo ha trasudato passione civile in ogni suo aspetto. Ma era anche teatro “di sinistra”, con tutte le conseguenze del caso. Tra queste il conformismo culturale, che poi ha allontanato un sacco di gente dal mondo della cultura. Certo, valeva allora quel che vale oggi: non è colpa solo della sinistra italiana se il mondo della cultura si schiera sempre a sinistra; una grossa mano gliel’hanno data i moderati, che hanno fatto della propria ignoranza un vanto spacciandola per pragmatismo.
Il dissacrante Dario Fo, spaccò i botteghini e fece cassetta anche oltre i propri meriti artistici, che c’erano e non erano pochi, cavalcando alla grande i luoghi comuni e gli stereotipi che anche lui aveva contribuito a creare. E che si imposero a tal punto da far sembrare a molti anche il trash più becero (e l’Italia ne ha prodotto tantissimo) una boccata d’ossigeno.
Già: l’impegno a tutti i costi, solo in una direzione, e la satira a
bersaglio unico hanno stancato tantissimi. Persino Fantozzi che, costretto a subire cineforum pesantissimi, se ne usci col famigerato: “Per me è una cagata pazzesca”. Allo stesso modo fecero tanti italiani che preferivano le cosce della Bouchet e le tette della Fenech a certe pieces teatrali.

Tuttavia, non si può negare a Fo una grande coerenza e sarebbe azzardato ridurre a una “posa” il suo anticonformismo, molto più genuino del suo spirito rivoluzionario: quando i suoi “compagni” hanno preso il potere dopo aver buttato alle ortiche sin troppi ideali, lui si è rifugiato alla corte di Beppe Grillo per dire dei “borghesi” di oggi che vanno a braccetto con gli ex comunisti del Pd quel che diceva dei “borghesi” di ieri che votavano Dc, spesso senza turarsi il naso (per quelli di oggi non c’è problema: non hanno più l’olfatto…).
E viene quasi da rimpiangerlo, ora che il trash, non quello divertente di certi film vecchi e ingenui, ma quello becero della vita quotidiana, è diventato costume e detta le proprie regole ai media e alla cultura. Ora che gli attori, complice una crisi senza precedenti, lasciano il posto nei teatri a soubrette non più telegeniche e a cabarettisti televisivi, ridateci Fo, Streheler e, visto che ci siamo, il “fascista” Albertazzi. Aridatece i puzzoni. Meglio la loro “pesantezza” e la loro retorica di tanta, avvilente pochezza.


Saverio Paletta