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domenica 28 agosto 2016

La moda è dominata dal cattivo gusto.

La settimana della moda a Parigi è finita e io mi ritrovo con l'energia di un'ostrica abbandonata sulla spiaggia in piena estate. È una settimana durante la quale si rimane tagliati fuori dal resto del mondo, in cui ci si ritrova catapultati su un altro pianeta, un mondo in cui le notizie da prima pagina, al posto della crisi in Ucraina o in Venezuela, sono che Anna Wintour ha assistito a una sfilata seduta in seconda fila, oppure che Karl Lagerfeld ha scritto "Mademoiselle" su uno zerbino.
Piaccia o no, è così che stanno le cose e, personalmente, conservo sempre qualche argomento in dispensa per difendere la moda. Per esempio, che si tratta di un sistema che dà lavoro a moltissime persone, un fiore all'occhiello per l'Europa. E soprattutto, non manco mai di sottolineare che l'essere umano per vivere, ha bisogno anche di frivolezza e di bellezza. Ho sempre amato i vestiti e non mi sono mai sentita in colpa per questo. È la mia vita, la mia passione.
Quest'anno però - mi vergogno un po' a dirlo - ho trovato un'infinità di cose brutte. Proporzioni senza armonia, spalle da pagliaccio, accozzaglie di colori, stampe noiose, pantaloni senza forma, scarpe goffe e potrei continuare per ore. Io che ho sempre teorizzato quanto la moda sia importante per spingere più in là i limiti, per far evolvere la società ed evitare di girare in tondo. Io che da sempre sostengo che quello che oggi non ci piace, tra sei mesi sarà il nostro oggetto del desiderio. Ecco, questa volta sono rimasta senza voce. Siamo d'accordo sul fatto che in passerella, da qualche anno a questa parte, non è il buon gusto a farla da padrone, ma qui la situazione è grave : non ho voglia di nulla.
Che si tratti di una botta improvvisa di anzianità? Voilà, ecco il momento che un giorno o l'altro sarebbe dovuto arrivare, ho perso il filo. Non ho voglia di questi travestimenti che mi fanno la testa piccola, le gambe corte e i piedi grossi. Non ho voglia del rosso sulle palpebre e del nero sulle unghie. Sarò pure diventata una vecchietta borghese, ma dico di no!
Un paio di giorni fa ho ricevuto cinque grandi pacchi da una maison di pret-à-porter, desiderosa di omaggiarmi con un assaggio della sua collezione. Colta da improvvisa euforia, mi accingo a spacchettare i doni con l'entusiasmo di una bimba, e dai pacchetti spuntano gonne, maglie, pantaloni ... Orrore! Nemmeno se decidessi di ridipingere il soffitto di casa, mi verrebbe in mente di indossare vestiti del genere : grigi sordidi, disegni aberranti, materiale sgradevole al tatto. Che delusione! Ripongo tutto nei sacchetti, sconfortata.
Subito dopo, però, decido di sottoporre questo guardaroba al giudizio di una adolescente esperta di moda, la cui opinione mi sorprendo ogni volta : mia figlia Violetta. Non faccio fatica a riconoscere un po' del mio DNA nel momento in cui, scoprendo la montagna di scatole, si lascia scappare un "Wow!" Ma dopo un attimo, con piglio compunto, Violetta annuncia il verdetto : "Mamma, è mostruoso ..." Gloria, Gloria, alleluia ... L'età non c'entra, quindi! Anche lei trova questi capi aberranti. Mi sento sollevata.
Vittima, mio malgrado, del bisogno di essere sempre aggiornata su tutto, l'indomani vado in rete a caccia di immagini delle sfilate cui non ho assistito. Ciò che vedo mi affligge ancor di più. Solo, prima di chiudere il pc, decido di dare un'occhiata alla sfilata di Hedi Slimane per Yves Saint Laurent. Ed ecco, di colpo, spalline graziose, cappottini dal taglio elegante, abiti di charme. Vestiti che si possono indossare. Una moda rock ed elegante al contempo. Una collezione giovane, sì, ma che omaggia il grande maestro : tutto ciò di cui sono innamorata!
Ritrovo finalmente una delle poche consolazioni a cui aggrapparsi alle porte dell'inverno : la voglia di avere dei look nuovi e l'impressione che grazie a loro, sapremo cosa indossare per andare al lavoro e a una festa.
Fosse anche un'illusione, noi saremmo persone che avendo quegli abiti staremo meglio. Ed è questo che sta alla base della moda : desiderio, femminilità e un pizzico di civetteria.
Grazie Hedi. Sei giovane, hai talento e hai successo, ma soprattutto, sei riuscito a rassicurarmi e per ora non mi sento più triste e stanca. Dopo tutto, ai giorni nostri, le ostriche si possono mangiare anche d'estate.


Ines de la Fressange

giovedì 25 agosto 2016

Investire sui Pokemon? Non è una fesseria!

Pokemon Go, moda del momento o reale opportunità d’investimento? Se lo chiede Mark Hawtin, Investment director di GAM, visto che i download dell’app che permette di andare a caccia dei famosi Pokemon hanno superato i 15 milioni nella prima settimana in cui è stato immesso sul mercato, facendone il gioco a diffusione più rapida della storia. Le azioni di Nintendo sono balzate del 75% con gli investitori anch’essi in uno stato di euforia. I titoli sono anche stati al centro di forti posizioni ribassiste, dovute alla ben nota abitudine degli investitori retail giapponesi, soggetti a innamorarsi delle mode passeggere.
Quindi, qual è la verità? Pokémon Go è stato messo a punto da Niantic, società di sviluppo di giochi nata da Google lo scorso anno. A questo punto, non è dato sapere quali siano i termini dello spin-out e non si sa quale sia la partecipazione di Google, di Nintendo o di Pokémon in Niantic. E, infine, non si sa nemmeno se vi sia una licenza d’uso Google associata all’utilizzo della tecnologia di localizzazione.
Secondo Hawtin, ci sono però alcuni indizi che possono aiutare a capire se siamo di fronte ad un fenomeno reale o di mera euforia passeggera. “A partire da quando Niantic è uscita dal colosso di Mountain View, Google, Nintendo e Pokémon hanno contribuito a un round di finanziamento per 20 milioni di dollari, con l’opzione di investirne altri 10. A febbraio di quest’anno, c’è stato un piccolo round A per investitori esterni di 5 milioni, che, secondo indiscrezioni, era basato su una valutazione di 150 milioni di dollari. Ciò suggerisce che, alla data del round di finanziamento da 20 milioni di dollari, questo non abbia consentito l’acquisto di più del 20% della società. Sappiamo che Nintendo detiene il 32% di Pokémon Go, eppure è riuscita ad aumentare la capitalizzazione di mercato di 15 miliardi sulla base di una valutazione della società di sviluppo di appena cinque mesi fa pari a 150 milioni di dollari”.
I numeri dicono che i ricavi nei primi otto giorni dal lancio sono stati pari a 17,9 milioni di dollari; un valore ancora lontano dai 300 milioni di dollari di entrate mensili stimate da JP Morgan. Assumendo che questa stima sia corretta, deducendo il 30% di commissioni dovute ad Apple e Google al momento dell’acquisto nello store delle applicazioni, rimangono 210 milioni di dollari. Se questa cifra fosse distribuita in maniera equa tra i maggiori azionisti, Pokémon e Niantic, ciò equivarrebbe a 105 milioni di dollari di ricavi mensili ciascuno (un valore di certo molto generoso nei confronti di Pokémon che potrebbe normalmente ricevere tra il 15% e il 20% in ricavi da royalties). La partecipazione di Nintendo in Pokémon gli porta dunque un beneficio di 33,6 milioni di dollari e, in considerazione del fatto che con molta probabilità i margini sono molto elevati, attorno al 90%, ciò farebbe confluire nel capitale azionario 30 milioni di dollari mensili, cioè 360 milioni annui”, continua l’esperto di Gam.
Un contributo annualizzato di 360 milioni a livello di equity, apporterebbero appena un 5% dei ricavi per l’anno fiscale con scadenza marzo 2018, ma un aumento di ben il 40% dell’utile operativo. Abbiamo visto stime di aumento dal 20% in su. Le azioni, al momento, sono cresciute del 75% o, vedendola altrimenti, hanno apportato 15 miliardi di capitalizzazione di mercato in più. Non è un segreto che i giochi siano guidati dalle mode. Candy Crush ha raggiunto i 139 milioni di dollari di ricavi mensili nel suo piccolo; al momento genera però appena 32 milioni di ricavi al mese. Questo è il motivo per cui abbiamo sempre evitato i titoli degli sviluppatori di giochi. Tuttavia, questa view ha cominciato a cambiare quando società come la EA sono diventate molto più disciplinate nel loro portafoglio, usando approfondite analisi per decidere dove e quando investire nei giochi. 
L’avvento degli acquisti nei giochi ha inoltre offerto l’opportunità di aumentare i prezzi medi di vendita producendo di fatto una combinazione a cui guardiamo con favore. Dunque, euforia o realtà? A questo punto è difficile a dirsi. Tuttavia crediamo che l’entusiasmo sia molto più significativo per il segmento della “realtà aumentata” e della pubblicità basata sulla localizzazione, piuttosto che per Pokémon Go. Il futuro del gioco in sé appare destinato a seguire il tradizionale percorso di un entusiasmo iniziale seguito poi da un raffreddamento nel lungo periodo”, conclude Hawtin.
Che la realtà aumentata possa essere una futura occasione d’investimento lo pensano anche gli esperti di Credit Suisse, secondo i quali il mercato della realtà virtuale/realtà aumentata (VR/AR) sarà il nuovo driver di crescita strutturale per le aziende del settore IT. “Riteniamo che potrebbe evolversi in un mercato complessivamente di dimensioni superiori all’attuale mercato degli smartphone (400 miliardi di dollari Usa) nell’arco di dieci anni”.
In ogni caso il settore IT presenta altri driver strutturali, tutti interconnessi, come i big data, il cloud computing, l’internet delle cose e la robotica. Per questo secondo gli esperti rossocrociati gli investitori dovrebbero puntare “sulle aziende IT ben posizionate per beneficiare di tali trend”, la cui valutazione non rifletta ancora adeguatamente queste opportunità a più lungo termine e i cui cicli di prodotto possono essere prossimi a un punto di svolta positivo. Quali sono i titoli migliori su cui puntare? Secondo gli analisti di Credit Suisse si tratta di Ams, Apple, Facebook, Logitech, Salesforce.com e Sap.

Daniel Settembre


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mercoledì 17 agosto 2016

L'immarcescibile Madonna e l'ageismo.

Nelle scorse settimane ha fatto grande scandalo e generato una valanga di articoli, post, twittate, instagrammate e chi più ne ha più ne metta, l'apparizione degli immarcescibile Madonna Louise Ciccone, in un abito più che succinto sul red carpet, peraltro kitsch alquanto, dell'ormai inevitabile gala del Met, a New York.
La signora che ormai da tempo esplora senza pudori e senza tabù gli anta, rimanendo sempre sostanzialmente fedele al proprio personaggio di provocatrice, che con i clichè del sesso ci gioca e si diverte, s'è presentata al pubblico, su per giù conciata come un incrocio tra Cicciolina e Morticia Addams: tiara diamantata sulle ventitrè, nero da capo a piedi - di pizzo degno di una vedova sicula, o di una ballerina di flamenco - e poi seni e glutei generosamente in mostra, per quanto velati.
La levata di scudi è stata unanime e ha stigmatizzato la scelta poco
felice di esibire in maniera così plateale e sfrontata un corpo che, per quanto curato e scolpito, mostra ormai inevitabilmente i segni del tempo che passa.
A sorpresa, la signora Ciccone, ha reagito da par suo e messo in evidenza come il suo look fosse una dichiarazione di intenti estetica e politica, sottolineando come i commenti negativi e gli sfottò, dimostrino quanto ancora sessista sia una società per la quale una donna, dopo una certa età, non si può più esprimere attraverso abiti provocanti o stravaganti.
Madonna agita lo spettro dell'ageismo - la discriminazione sulla base dell'età - e ancora una volta fa centro. Dubbio gusto a parte - l'abito in effetti era una carnevalata, come un po' tutte le mise degli intervenuti alla serata - ha davvero senso oggi che si celebra il culto della più sfrenata individualità e che si accetta che tutto va bene, imporre cosa indossare e come a una donna, in base agli anni che ha sul groppone?
Noi donne non più teenager, dobbiamo per forza soccombere alle mise penitenziali? E perché mai poi? La moda ormai da tempo ha allargato i confini del lecito, celebrando bellezze particolari e tutte le fasce di età. Il pluralismo è benvenuto. Ricordando che divertirsi con l'immagine è lecito, perché alla fine sono solo vestiti.


Alberta Marzotto

lunedì 15 agosto 2016

Modi di dire 26

Si dice . . . “portare le arance in carcere”

L'espressione “portare le arance in carcere” a qualcuno, spesso ha un valore di dissuasione, per esempio: “Non tentare quell'azzardo! Non voglio portarti le arance in galera”. Il modo di dire deriverebbe dal fatto che un tempo il vitto delle prigioni, specie nell'800 e primo 900, era molto povero di alimenti freschi, in particolare di frutta e quindi i detenuti soffrivano di gravi carenze vitaminiche, in particolare di vitamina C, PP e D, (per la non esposizione alla luce solare), con conseguente rischio di gravi malattie come lo scorbuto. Un celebre trattato medico del 1813, sottolineava infatti come lo scorbuto fosse epidemico soprattutto negli ospedali, nelle carceri e sulle navi. Erano dunque parenti e amici a rifornire i carcerati di frutta e in particolare di agrumi, ottimi per prevenire la malattia.


Si dice . . . “sudare sette camicie”

Vuol dire fare una fatica tremenda per ottenere qualcosa. Il modo di dire è antico e con variazioni: le camicie citate potevano anche essere 3, 4 o 9. Lo scrittore toscano del '500 Francesco Berni scriveva per esempio: “Sudaron tre camicie e un farsetto” (Rime 1, 5). L'affermarsi del numero 7 è legato all'antico valore magico e arcano della cifra, che esprimeva una lunga sequenza; si va dai biblici sette giorni in cui Dio creò il mondo, (nell'ultimo si riposò), ai sette cieli, alle sette vite dei gatti, alle sette meraviglie del mondo, ai sette peccati capitali, ai sette colli e ai sette re di Roma ecc. Ha alto valore simbolico il fatto che, Eracle, morì non riuscendo a togliersi una camicia, (o tunica), avvelenata dal sangue del centauro Nesso.


Si dice . . . “troppa grazia Sant'Antonio!”

E' l'esclamazione ironica di chi ha ottenuto più di quanto desiderava, con risultati persino controproducenti. Associata alla frase vi è una leggenda popolare che racconta di un commerciante che, arricchitosi dopo una vita difficile, potè realizzare il suo sogno: comprarsi un cavallo. Quando però si trattò di montarvi in groppa, l'uomo si rese conto che a causa delle sue gambe troppo corte, non riusciva a darsi lo slancio per salire in sella. Dopo alcuni tentativi falliti il commerciante supplicò l'aiuto di Sant'Antonio, amico nelle situazioni difficili. Spiccò allora un nuovo balzo, ma mise stavolta tanta forza che scavalcò la groppa dell'animale e cadde dall'altra parte. A questo punto il poveretto esplose nell'esclamazione.


Si dice . . . “essere il grande vecchio”

La definizione di “grande vecchio” ha un senso ambiguo: può indicare un anziano leader carismatico con una prestigiosa storia alle spalle, quindi un punto di riferimento per tutti nel suo campo, ma si usa anche per indicare la figura di un “burattinaio”, regista occulto di un progetto politico, una setta religiosa o un'organizzazione criminale. Fu molto usato negli anni '80 per riferirsi a un supposto organizzatore della cosiddetta “strategia della tensione”. All'origine del motto c'è la figura del Vecchio della Montagna, definizione di Marco Polo per al-Hasan ibn as-Sabbah (1034-1124), leggendario leader musulmano ismailita. In Persia la sua setta, i Nizariti, per affermarsi praticava l'omicidio politico mirato, per cui il nome dei seguaci del vecchio capo, heyssessin, dette origine al termine assassini.



Si dice . . . “Paganini non ripete”

La frase “Paganini non ripete” viene usata con ironia da chi rifiuti l'invito di replicare quanto abbia già detto o fatto. Il riferimento del motto è a quanto accadde una sera del febbraio del 1818, al Teatro Carignano di Torino. Quella sera Carlo Felice, vicerè di Sardegna, dopo avere assistito a un concerto di Niccolò Paganini (1782-1840), uno dei più grandi violinisti di tutti i tempi, fece pregare il maestro di replicare un brano che aveva molto gradito. Il musicista genovese, grande improvvisatore in tutte quante le sue esecuzioni e quindi non avvezzo alle repliche, fece inviare al futuro re il messaggio: “Paganini non ripete”. Quel rifiuto costò al musicista il permesso di eseguire un terzo concerto, in programma sempre a Torino e lo indusse a lasciare per anni il Regno di Sardegna.


Si dice . . . “andare a zonzo”

Significa andare in giro, vagare senza porsi una meta precisa, anche per semplice divertimento. L'espressione è piuttosto antica e si ritrova già nel XVI secolo, ma non si conosce con precisione l'etimologia del termine “zonzo”. L'ipotesi più accreditata è che si tratti di una parola onomatopeica, che cioè voglia ricordare il ronzio emesso da mosche e mosconi durante il loro volo notoriamente irregolare, imprevedibile e in apparenza senza scopo. Secondo alcuni linguisti invece il termine deriverebbe da “gironzolare”, letteralmente farsi dei piccoli giri. Per qualche altro infine si tratta di un termine volutamente privo di significato, il nome di una località inesistente che giustifichi ironicamente il girovagare a vuoto.


Si dice . . . “fare il terzo grado a qualcuno”

Indica un interrogatorio duro e incalzante o una lunga serie di domande anche indiscrete, da parte di chi interroga. L'origine di questo modo di dire è incerto, ma esistono due ipotesi plausibili. Una fa riferimento ai tre gradi di giudizio del processo, l'ultimo dei quali, il più importante, si tiene in Italia davanti alla corte di Cassazione e in cui un eventuale interrogatorio è decisivo. L'altra si lega ad un episodio di storia di Francia: quando il re Filippo il Bello nel 1307 decise, per i suoi interessi, di sciogliere il ricco e potente ordine cavalleresco dei Templari, riuscì a estorcere ai cavalieri confessioni infamanti o informazioni sui tesori nascosti con interrogatori crudeli e torture. I templari avevano 3 gradi gerarchici: apprendisti, compagni e maestri; proprio gli appartenenti al “terzo grado” subirono i trattamenti più tremendi, che spesso terminavano con il rogo.


Si dice . . . “processo per direttissima”

Il processo per direttissima o, correttamente “giudizio direttissimo”, è un procedimento penale speciale in cui mancano l'udienza preliminare e la fase predibattimentale. Le condizioni richieste per procedere con questo tipo di giudizio sono l'arresto in flagranza di reato, (ossia mentre il reato viene commesso) e la confessione del reo. In questo caso su richiesta del pubblico ministero l'imputato, se l'arresto è valido, può essere giudicato entro 48 ore. Se l'arresto non viene convalidato il giudizio può avvenire antro 30 giorni dal fermo, ma se P.M. e imputato sono d'accordo. Organo giudicante è in genere il “tribunale monocratico”, composto da un solo magistrato.


Si dice . . . “prendere con le molle”

La frase fatta “prendere con le molle”, o anche “con le pinze”, si riferisce a una situazione o a una persona da trattare con estrema cautela, prudenza e attenzione, poiché da essa potrebbero derivare guai o danni. Viene usata anche per indicare affermazioni o informazioni, che si ritengono poco attendibili e a cui è meglio non credere prima di un'attenta verifica. Le molle citate nella frase, sono l'attrezzo adoperato per maneggiare i tizzoni ardenti nel camino, il tutto a sottolineare la circospezione con cui è necessario trattare qualche cosa “che scotta” e che potrebbe metaforicamente ustionare l'interessato.


Si dice . . . “porto delle nebbie”


La definizione di “porto delle nebbie” si diffuse negli anni 80', in riferimento alla Procura della Repubblica di Roma, a causa di una serie di episodi poco chiari e di insabbiamenti di inchieste giudiziarie. Il modo di dire si usa ancora oggi a indicare uffici o sportelli in cui scompaiono pratiche oppure non si dà seguito a istanze. Il riferimento è al titolo italiano del film di Marcel Carnè, Le Quai des brumes (1938), con Jean Gabin e Michèle Morgan, ispirato al romanzo di Pierre Mac Orlan (1927). Ma nella sua struttura è più aderente al detto il quasi omonimo romanzo poliziesco, Le port des brumes di Georges Simenon (1932). Qui il protagonista, il commissario Maigret, per risolvere un caso di omicidio, si scontra con un muro di omertà eretto dagli abitanti di un piccolo porto della Normandia.

domenica 7 agosto 2016

Orizzonte rosa. Basta con le autocritiche, siamo quel che siamo.

Neppure i nostri peggiori nemici parlano di noi come noi parliamo di noi stesse. Quella voce io la chiamo "il coinquilino odioso che abita nella nostra testa". Si alimenta denigrandoci e rafforzando le nostre insicurezze e i nostri dubbi. Mi piacerebbe che qualcuno inventasse un registratore che si possa collegare al cervello, per documentare tutto ciò che ci diciamo tra noi e noi. Solo così ci renderemmo conto di quanto è importante mettere fine a questi monologhi interiori carichi di negatività. Significa respingere il nostro coinquilino odioso, con una giusta dose di saggezza.
Il mio, di coinquilino odioso, è incredibilmente sarcastico. Una volta, mentre mi trovavo ospite del programma tv Colbert Report, ho detto a Stephen Colbert che quella voce molesta parlava esattamente come lui. "Da qualche parte dovevo pur mettere su casa", ha ribattuto il presentatore.
Sono tanti anni che tento di sfrattare il mio coinquilino odioso, e io ormai sono riuscita a relegarlo a qualche apparizione sporadica nella mia testa. Ciò che rende molto più difficile liberarsi da queste voci, è che al giorno d'oggi gran parte delle notizie e delle informazioni rivolte alle donne, sembrano fatte apposta per rinvigorirne la presenza e dare a noi la sensazione che alle nostre vite manchi vagamente qualcosa.
Ci fanno continuamente sentire che dovremmo essere più belle, più magre, più sexy, che dovremmo avere più successo, guadagnare più soldi, essere madri migliori, mogli migliori, amanti migliori, e via discorrendo.
Anche se spesso questo genere di messaggi è avvolto da una patina incoraggiante, stile "Forza ragazzi!", il sottotesto resta chiarissimo : dobbiamo sentirci in colpa perché sotto molti aspetti, non siamo all'altezza di un imprecisato ideale immaginario. Abbiamo pance, non addominali. Non siamo desiderabili perché non ci sentiamo costantemente delle gattine sexy, (o perché invece sì). Siamo incompetenti perché non teniamo organizzati i nostri documenti o le nostre ricette, con un sistema di catalogazione per colore. Non ci
sforziamo abbastanza per diventare vicepresidenti dell'azienda, o per entrare a far parte del consiglio di amministrazione, o per avere l'ufficio lussuoso. Perfino l'esistenza stessa di un'espressione come "avere tutto", per quanto se ne possa discutere, di fatto sottintende che, per un verso o per l'altro, non siamo all'altezza.
Per educare il nostro coinquilino odioso, occorre ridefinire il concetto di successo, e quel che significa vivere una vita piena di significato, che necessariamente sarà diversa per ciascuna di noi, a seconda dei nostri valori e obiettivi personali, e non di quelli che la società vorrebbe imporci.
Per tenere testa a queste costanti critiche interiori, aiuta molto il senso dell'umorismo. "Gli angeli volano perché sanno prendersi alla leggera", era solita ripetere mia madre a me e a mia sorella, citando G. K. Chesterton. Personalmente, mi è servito molto anche imparare a ricevere un messaggio alternativo, in modo costante e coerente. Dal momento che il mio coinquilino mentale si nutriva delle mie paure e delle mie fantasie negative, il messaggio che più funziona per contrastarlo è quello con cui John Roger conclude tutti i suoi seminari : "La fortuna è già qui". O per dirla come Giuliana di Norwich, la mistica inglese del 15º secolo : "E tutto sarà bene, e ogni sorta di cosa sarà bene". O ancora, come affermava con forza l'Edipo di Sofocle: "Nonostante tutte le prove, la mia tarda età e la grandezza dell'anima mia, mi fanno giudicare che tutto è bene".
Continuo a ripetermi queste parole finché non mi ritrovo immersa nella calma, in questo messaggio rassicurante che, oltretutto, ha il vantaggio di essere vero. Perciò trovate anche voi il vostro messaggio. Non lasciate che quella voce critica, querula e costante, ostacoli i vostri sogni.


Arianna Huffington

sabato 30 luglio 2016

Attrazione per la trans: perversione o sentimento?

L. è una mia cara amica. Vegetariana, buddista, pratica yoga da molti anni, lavora in un negozio di abbigliamento di lusso nel centro di Roma, va in giro sempre in bicicletta e va a letto alle 10. È elegante, gentilissima, si fa voler bene da tutti.
Quasi vent'anni fa, in un'altra vita, L. si chiamava Giuseppe. Ogni giorno L. sopporta con gran classe piccole e grandi umiliazioni. Non c'è volta che, entrando in un ristorante o al cinema, non ci sia qualcuno che dia di gomito al vicino o faccio un commento, (è un uomo? un travestito? ce l'avrà? non ce l'avrà?). Sembra che L. sia trasparente e che si possa parlare indisturbati di quello che ha o che non ha in mezzo alle gambe. Mi chiedo quando verrà l'ora in cui potremo pensare ai transgender, come a delle persone qualsiasi, invece di occuparci solo di quello che hanno deciso di fare con il proprio corpo.
Poche settimane fa la copertina di Time ritraeva Laverne Cox, protagonista trans di una serie tv americana. La notizia è rimbalzata sui media, quasi avessero pubblicato la foto di un marziano in minigonna. Il che dimostra che se ormai abbiamo sdoganato del tutto l'omosessualità - tanto che al gay pride sfilano eserciti di mamme orgogliose delle figliolanze gay, se negli asili nido appaiono coppie dello stesso sesso con figli e nessuno ci fa più tanto caso - i transgender sono davvero rimasti l'ultimo tabù.
Quando non vengono associati a droga, prostituzione, abusi, suicidio o al carcere, dalle stalle si vola direttamente alle stelle : via con le foto della modella trans di Chanel o di Conchita Wurst, la barbuta in abito da sirena. In mezzo a questi due estremi sembra non ci sia spazio per la normalità. E visto che le cose esistono solo quando viene dato loro un nome, fino a che non conieremo un linguaggio per includerle, le persone transgender rimarranno fenomeni da baraccone, che la gente si sentirà autorizzata a deridere o a fissare con avida curiosità.
Solo pochi giorni fa io e L., parlavamo del disagio che anche gli uomini eterosessuali più "evoluti" provano davanti a lei, (generalizzo ma sfido chiunque a darmi torto). L. lo avverte chiaramente : quando possono, evitano di guardarla negli occhi o di rivolgerle la parola. Ho l'impressione che si tratti di una forma di timore, come se L. rappresenti la possibilità - remota, ma non impossibile - che un corpo maschile contenga in nuce quella stessa pelle liscia, quei seni rotondi, quella gestualità aggraziata.
Ma forse, suggerisce L., il disagio dei maschi nasce da una paura ancora più nascosta: quella di poter provare attrazione verso donne che portano dentro di sé il maschio che erano alla nascita. Ed è proprio da questo disagio/terrore diffuso, che spesso nasce l' avversione e a volte persino la violenza contro i trans.
C'è un altro aspetto importante: finché le donne trans saranno un tabù, gli uomini che provano affetto e amore verso di loro, continueranno a nasconderlo e a vergognarsi. Se non riusciamo a comprendere chi sono le persone transgender al di là dei clichet, come possono gli uomini etero comprendere che quello che alcuni di loro provano, non è una perversione ma un sentimento?
La gogna pubblica cui vengono sottoposte persone più o meno famose, "beccate con la trans", contribuisce a peggiorare la situazione. È ora di cominciare a creare le condizioni affinché le persone transgender,
possano non solo condurre una vita normale, (trovare lavoro, affittare un appartamento), senza essere discriminati, ma anche avere relazioni sentimentali alla luce del sole, trovare dei partner che non siano costretti a nascondersi.
Nel frattempo L., sta conducendo quietamente la sua battaglia privata, portando il suo caso davanti ai magistrati per ottenere il cambio di nome. Non essendo operata, per lo stato oggi L. è ancora Giuseppe e, ogni volta che mostra i documenti, (in aeroporto, in albergo, per un controllo della polizia stradale), prova disagio davanti agli sguardi, alle domande, a volte ai commenti che le rivolgono. Per di più, eventualità che lei definisce terrorizzante, se un giorno dovesse finire all'ospedale, verrebbe ricoverata nel reparto uomini.
"Ci penso sempre e la sola idea mi fa morire". La sua è una piccola grande battaglia per un diritto che dovremmo difendere tutti.


Francesca Marciano

sabato 23 luglio 2016

Oltre 10 milioni l'anno i cani abbattuti.

In foggia di villa mediterranea fortificata, con torri, spalti, muri stuccati, tegole e cancelli di ferro battuto, dalla casa di Tristan si vede il mare all'infinito e il sole sorgere dalle acque oltre le dune.
È uno fortunato, Tristan, anche perché la sua piccola rocca gli è costata appena 50mila dollari, un affare per il mercato immobiliare della Florida.
Anzi, in realtà non gli è costato neppure quelli, perché Tristan, di suo, non ha un centesimo. Situazione che sarebbe difficile per altri, ma non per lui, che è un cane. Tristan, un barboncino bianco, è soltanto uno di quegli animali che negli Stati Uniti, e non soltanto negli Stati Uniti, entrano nella classifica delle creature più fortunate del mondo, quei cani, gatti, cavalli, pesci, uccelli che confermano una regola tanto scandalosa quanto ferrea della vita, che "dove nasci" è molto più importante di chi sei e di che cosa sai fare.
Lui è soltanto un piccolissimo cittadino di un regno che costa ormai i quasi 60 miliardi di dollari all'anno spesi negli USA per nutrire, accudire, curare e viziare quelli animali domestici che sono adottati da "genitori" - così vanno chiamati oggi i padroni - con abbastanza soldi da rovesciare su di loro. E, in realtà, su se stessi.
È ovvio che a Tristan l'architettura della casa importi assolutamente nulla, perché i barboncini, per quanto svegli, raramente sanno distinguere fra lo stile mediterraneo, il neogotico, il coloniale o un wigwam indiano di pelli e stecchi. Se dipendesse da lui, scommetterei che preferirebbe dormire nel letto della padrona, voglio dire mamma, impeluccandolo. Ma la slavina di soldi e di cura che i "genitori" degli animali riversano su di loro, sono in realtà tributi alla vanità di chi li spende.
Nella "Casa di Pietra", una grande villa del New Jersey nella città di Alpine, a ovest di New York, i proprietari, (della villa), hanno fatto costruire accanto alle loro, una mini doccia perfettamente piastrellata per il loro Griffone, che nonostante il nome è un simpatico cagnetto dalle modeste dimensioni. In Florida, funziona un "resort", un albergo di ultra lusso per cavalli, dove gli animali possono svernare in ampie residenze che chiamare stalle sarebbe un'offesa, per 16.000 dollari al mese, aria condizionata compresa.
Cavalli fortunati, ma proletari se paragonati a Tapit, lo stallone bianco, bellissimo, il cui solo compito nella vita è mangiare, riposarsi, trotterellare su soffici radure verdi e occasionalmente "uscire" con le più belle signore della sua specie, senza neppure dover pagare il conto della cena. Tapit, che ha un pedigree rispetto al quale i Windsor sembrerebbero immigrati rotolati da un barcone, si fa pagare 150.000 dollari alla volta, record. Non che a lui, a parte il breve sollazzo, entra in tasca un solo dollaro.
In California, sopra Los Angeles, un supermiliardario si è fatto scavare un lago artificiale alimentato di acqua salata, nel quale fa nuotare non banali carpe, pur tanto care all'imperatore giapponese, ma i Cypselurus Poecilopterus, i pesci volanti del Pacifico occidentale. Per popolare il suo lago artificiale se li è fatti mandare dall'Australia in una grande tanica a temperatura regolata, con un assistente di volo specialissima, una biologa marina, su un jet privato ristrutturato all'interno, per far spazio ai pesci davvero volanti.
Le stravaganze degli ultra ricchi sono, appunto, stravaganze. Ma le fortune spese dal resto degli umani per prendersi cura dei loro parenti con diverso numero di zampe o pinne, testimoniano di una passione che è il polo opposto della ferocia e della indifferenza con la quale altri trattano gli animali domestici.
Per un Tristan o per quei pesci volanti, (che sarebbero rimasti benissimo a svolazzare nel Pacifico), ci sono 4 milioni di cani messi a "dormire" ogni anno nei canili, dove non c'è più posto per loro e dai quali nessuno li salva, perché devono fare posto ad altrettanti, se non più numerosi, abbandonati, circa 5 milionil'anno.
Soltanto un cane o un gatto su dieci nati, trova una casa che gli ospiti. Perfettamente felici di vivere non in mini ville o stalle con l'aria condizionata, ma con una vaschetta di sabbia come toilette e una scodella di acqua e pappa.

Vittorio Zucconi