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martedì 5 dicembre 2017

Le lobbies finanziarie controllano la politica.

Che c’entrano i padri della teoria dell’élite con gli assetti della finanza globale, legale o meno che sia? Inoltre: il declino della politica, che si traduce in un’incapacità di incidere delle (e nelle) democrazie è un declino tout court o è determinato (o quantomeno condizionato) da altri fattori? E ancora: esiste davvero quella che gli studiosi più recenti definiscono superclass, cioè un ceto dirigente politicamente irresponsabile che gestisce le sorti della società contemporanea, o è solo dietrologia? Esiste davvero una lobby o esistono davvero più lobby
che gestiscono in maniera ferrea il potere reale senza controllo né obbligo di rendiconto alcuno? Secondo Giorgio Galli, il decano dei politologi italiani, e Mario Caligiuri, il direttore del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, queste riflessioni non sono solo l’esito di una subcultura allevata nel mito della teoria del complotto. Anzi, niente subcultura né miti. È tutto vero. Questo potere c’è. E siccome non c’è potere senza potenti, ci sono anche i suoi titolari. I due studiosi hanno cercato, riuscendoci, di tracciare un identikit della razza padrona che si è affermata dalla fine della guerra fredda in Come si comanda il mondo. Teorie, volti, intrecci (Rubbettino, Soveria Mannelli 2017). Alcune succose anticipazioni sul volume sono uscite nel corso del convegno di presentazione del libro svoltosi il 23 novembre nella sala Nilde Iotti di Montecitorio e al quale hanno partecipato, oltre i due autori, il questore della Camera Stefano Dambruoso, che ha portato i saluti istituzionali, il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri e il direttore del Centro studi americani Paolo Messa, che hanno relazionato sul libro, e l’editore Florindo Rubbettino, nelle vesti di moderatore. A proposito di dietrologie, val la pena di citare la frase che, a mo’ di slogan, condensa il contenuto del volume: «Il nome di James Stanley significherà molto poco eppure è la prima delle 65 persone che realmente influenzano i destini del pianeta». Infatti, lo si trova a stento su Google, dove è possibile reperire i dati ufficiali delle sue attività finanziarie. Come a dire che, nella società dell’informazione globalizzata, il potere vero tende a nascondersi dietro muraglie di calcoli e cortine di cifre sparse, dove il fumo dei numeri rivela e copre la combustione fredda di un potere ad alta intensità.
A questo punto è chiaro che la sfida di Galli e Caligiuri non è tra le più semplici: tradurre in una cifra scientificamente apprezzabile un materiale denso ma sfuggente, trattato finora perlopiù da giornalisti assetati di dietrologia e a caccia di scoop.
«Il tema di questo libro», ha spiegato Rubbettino in apertura dei lavori, «non è stato finora trattato a livello scientifico e nessuno ha posto in evidenza, sempre a livello scientifico, il peso delle élite finanziarie, che si riproducono per cooptazione e le cui composizione e consistenza sono sconosciute ai più».
Tra questi più, ovviamente, non ci sono i due studiosi. Ma la forza della finanza è anche l’esito (o, se si vuole insistere nella dietrologia, anche la causa) della debolezza della politica. Questo aspetto perverso dei rapporti di potere è stato richiamato, con accenti diversi, da Messa e Ferri. Infatti, secondo il direttore del Centro studi americani «nel volume è implicito il forte appello alla politica perché si riappropri del suo primato e contribuisca a ridurre le diseguaglianze sociali». Secondo il sottosegretario, invece, il punto di forza di Come si comanda il mondo è «la sua funzione pedagogica, indispensabile nella formazione e informazione dei cittadini delle democrazie moderne». Il sottinteso di Ferri è tragico, sebbene espresso in maniera elegante: il potere invisibile tende a diventare un potere spesso illegale e, in casi sempre meno rari, criminale. Non a caso, nella sua lunga carrellata, il sottosegretario ha insistito sul ruolo delle mafie e di alcune lobby.
Ma qual è la ricetta che distingue davvero Come si comanda il mondo rispetto ai tanti volumi dai titoli sensazionalistici che ingombrano interi scaffali delle librerie?
Giorgio Galli ha svelato almeno uno degli arcani: «Non è vero che il potere sia nebuloso e difficile da individuare, poiché risiede in gran parte nel nocciolo del capitalismo mondiale, che si identifica nei dirigenti apicali delle cinquanta multinazionali finanziarie individuate da uno studio del Politecnico di Zurigo, su cui si basa il nostro libro». Il che vuol dire due cose: che il potere è sempre visibile per chi lo sa cercare e che cercare e conoscere il potere è il miglior modo per non subirlo.
E infatti, ha aggiunto Galli, «il nostro lavoro non intende demonizzare, ma capire e aiutare a capire chi sono effettivamente le élite che determinano le scelte politiche di fondo, come si relazionano e come si formano».
La cassetta degli attrezzi utilizzata dai due studiosi è prestigiosa: è la teoria delle élite elaborata tra la fine dell’Ottocento e gli anni ’30 da Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels. Ed è proprio l’applicazione dei criteri euristici elaborati dai tre fondatori della scienza politica moderna al mondo dell’alta finanza la carta vincente del volume. Questa scelta impegnativa sottende anche, almeno per quel che riguarda l’Italia, una tirata d’orecchi alle cordate finora dominanti nel mondo accademico, che spesso hanno spinto nell’oblio, magari dopo averlo contestato sulla base di pregiudizi ideologici, questo importante filone del pensiero politico, con il risultato di spuntare le armi non solo alla scienza, ma addirittura alla politica.
Caligiuri ha concluso i lavori con una frase ad effetto: «Estrarre il segnale dal rumore». Ovvero «imparare a identificare la realtà nel marasma di informazioni spesso errate, confuse e artatamente distorte che caratterizzano la società attuale in cui la comunicazione globale e in tempo reale si traduce spesso in disinformazione».
Serve altro? Probabilmente sì: leggere Come si comanda il mondo per capirne di più su chi, quasi senza farsene accorgere, ci comanda per davvero.
Saverio Paletta

sabato 11 novembre 2017

La profezia di Bettino Craxi e il fallimento della sinistra.

Facciamo finta che Tangentopoli non ci sia stata. E non per eludere una questione morale che nessuno, soprattutto i più accaniti forcaioli, è riuscito a risolvere e che ora si ripresenta al peggio.
Ma perché il craxismo e la stagione del potere socialista non possono risolversi in quell’inchiesta giudiziaria, che ha promesso tanto, mantenuto poco e cancellato in maniera impropria una classe politica intera. Con un solo risultato certo: il Psi pagò per quasi tutti e più di tutti colpe collettive. A tacere del fatto che chi è venuto dopo e si è fatto strada a spallate in nome delle Mani Pulite (tali soprattutto per incapacità di fare ed esclusione dal potere) è riuscito a far peggio.
Ecco, non impegniamoci in questa discussione e parliamo, invece, di politica. In questo caso, lo impongono le date e le ricorrenze, che l’editoria celebra con la consueta, necrofila precisione.
Al riguardo c’è da dire che stiamo per assistere una curiosa coincidenza di tre anniversari: l’imminente centenario della Rivoluzione russa, il quarantennale della tragedia di Aldo Moro, che scatterà a partire da marzo, e, infine, il quarantennale del Vangelo Socialista, il saggio con cui Bettino Craxi, alla fine d’agosto del 2008, operò, anzi dichiarò lo strappo definitivo tra il suo Psi, ereditato pressoché ai minimi termini dalla segreteria di Francesco De Martino, e quella parte della tradizione marxista rivista e corretta ad uso rivoluzionario da Lenin e riadattata alla situazione italiana (ma non solo…) da Antonio Gramsci.
La storia è piuttosto nota: Craxi fu sollecitato nell’agosto ’78 da Livio Zanetti, all’epoca direttore de l’Espresso, a replicare a Enrico Berlinguer, che aveva rilasciato in quel periodo un’intervista a Eugenio Scalfari per Repubblica.
In quell’intervista l’allora (celebre e amato) segretario del Pci confermò il legame tra l’ideologia del suo partito e il leninismo, sebbene riveduto e corretto per un improbabile uso occidentale. O meglio, ammorbidito quel che a giudizio del grande leader sardo bastava per non terrorizzare i ceti medi italiani che pure, in buona parte, avevano scommesso sul compromesso storico e sulla conseguente, sperata, svolta moderata del più grande partito comunista dell’Occidente.
Craxi rispose firmando un saggio commissionato qualche tempo prima a Luciano Pellicani e dedicato all’anarchico francese Pierre-Joseph Proudhon. L’articolo uscì il 27 agosto e fu una bella mazzata per molti italiani, che ancora affollavano le spiagge.
Intitolato, appunto, Il Vangelo Socialista, il saggio diede la stura a un dibattito, che sarebbe impazzato fino a metà settembre su tutte le principali testate italiane, non solo di sinistra.
Il paragone con l’attualità risulta decisamente ingeneroso: oggi, pur di vendere qualche copia sulle spiagge, i giornali e i periodici si dedicano alle retrospettive della cronaca nera, di cui riscavano i cold case più truci e pruriginosi, e, quando ne parlano, riducono la politica a gossip. Allora, in quella torrida estate di 40 anni fa, tra i topless patinati di Novella 2000 e le note degli Homo Sapiens, gli italiani si dilettavano a scorrere e commentare il dibattito, raffinato e furibondo al tempo stesso, ingaggiato dalle migliori firme della cultura (politica e non solo) italiana sulle colonne de L’Unità e di Avanti! (quelli veri), de Il Manifesto, del Corrierone, di Repubblica, ma anche di Rinascita, de Il Tempo e de Il Giornale Nuovo. E non era roba da poco: in quell’occasione incrociarono le armi, anzi le penne, big come Leo Valiani, Giuseppe Bedeschi, Norberto Bobbio, Luigi Pintor, Claudio Martelli, lo stesso Luciano Pellicani e Luciano Cafagna. Scusate se è poco.
Oggi è possibile godersi di nuovo tutta la querelle grazie all’iniziativa di Nunziante Mastrolia, politologo e docente di Geografia politica alla Luiss, che ha ripubblicato tutti gli articoli in Il Vangelo Socialista (Licosia, Ogliastro Cilento, 2016). Quest’antologia, aggiungiamo per completezza, riprende quella, ormai introvabile, curata nel ’78 da Claudio Accardi per la milanese Sugarco e intitolata Pluralismo o leninismo.
Ma qual è il senso dell’operazione di Mastrolia? Di sicuro il gusto per il vintage fa la sua brava parte. Ma c’è da dire che il dibattito ritrova una sua particolare attualità grazie alla crisi della sinistra odierna, priva letteralmente non solo di concrete possibilità operative, ma anche di riferimenti culturali concreti e convincenti.
Discettare di socialismo, socialdemocrazia e leninismo e leggerli, come fece il duo Craxi-Pellicani, come elementi antitetici di un’unica tradizione culturale, allora aveva un senso fortissimo: significava ricordare all’opinione pubblica che la sinistra era un’entità politica plurale, a dispetto anche di una certa lettura gramsciana canonizzata dal Pci e di cui Berlinguer era nei fatti prigioniero, più che compatibile, in alcune sue componenti, con le esigenze delle democrazie occidentali.
Detto altrimenti: il socialismo poteva realizzarsi nei sistemi liberali non solo senza spargimenti di sangue (che anche il Pci, va detto, aborriva), ma anche senza distruggere le garanzie dello Stato di diritto elaborate dalle dottrine borghesi. Superare la liberaldemocrazia, insomma, non voleva dire distruggerla.
Mastrolia, al riguardo, svolge un’ineccepibile operazione verità nella sua corposa Introduzione: ricorda a tutti come il Berlinguer che riteneva invece il leninismo compatibile con le democrazie non possa essere considerato un riformista, ma, più semplicemente, fosse un ostaggio. Della tradizione migliorista inaugurata da Palmiro Togliatti (e dalla rilettura togliattiana di Gramsci) e della situazione internazionale dell’epoca, in cui l’Urss viveva, grazie anche alla debolezza dell’amministrazione Carter, l’ultima fase di espansione geopolitica, nella quale, così avrebbero in seguito confermato i rapporti dell’intelligence statunitense e non solo, il Pci era considerato ancora una pedina fondamentale (ma senza scavare troppo negli archivi, si possono trovare conferme di questa situazione nelle opere ponderose di Valerio Riva e di Viktor Zaslavskij). Parlare di riformismo, in questo stato di cose - in cui il Pci era ostaggio dei propri rapporti internazionali, forse non più di sudditanza ma comunque di forte condizionamento, e la sua classe dirigente prigioniera di una buona fetta della base e dei quadri – ancora oggi risulta un azzardo.
Mastrolia, basandosi sulla rilettura craxiana di Proudhon, conviene su un fatto essenziale: anche nella versione ammorbidita di Berlinguer, il leninismo restava incompatibile con il nostro sistema costituzionale, che inquadrava l’Italia nelle democrazie occidentali ad economia capitalistica, basate sul pluralismo politico ed economico. A riprova di ciò, il professore della Luiss cita gli articoli 41 e 42 della Costituzione, che tutelano la libertà d’impresa e la proprietà privata.
In realtà la situazione è meno netta di come la dipinge Mastrolia: è vero che la libertà d’impresa è tutelata dall’articolo 41, ma è altrettanto vero che la stessa norma subordina questa tutela alla funzione sociale dell’impresa; l’articolo 42, invece, tutela la proprietà solo in maniera indiretta, non la definisce come diritto e rimanda ogni specificazione alla legge ordinaria. In breve, come hanno argomentato non pochi giuristi di vaglia, a partire da Stefano Rodotà, queste norme risultano sostanzialmente ambigue, perché da un lato, è vero, ancorano l’Italia ai sistemi occidentali, ma, dall’altro, contengono clausole a favore di ipotesi di democrazia socialista.
Ciò, detto per inciso, oggi non è un male: se i lavoratori hanno ancora una giurisprudenza che li tutela lo si deve alla sostanziale indefinitezza di questi due articoli.
Ma a rileggerli in prospettiva storica appare chiaro che il primo compromesso storico, di cui essi sono il frutto, fu stipulato nell’Assemblea Costituente e che quello di Berlinguer fu il tentativo, meno forte di quanto non si creda, di aggiornare quell’accordo con il mondo cattolico.
Mastrolia non risponde a una domanda che emerse dal dibattito di allora: come mai Craxi omise dal suo album di famiglia figure importanti come Turati, che pure aveva tanto da dire ai riformisti? Fu semplice sciatteria dovuta alla fretta oppure c’era dell’altro?
L’accostamento tra Proudhon e Carlo Rosselli non è sciatto né casuale, ma rifletteva l’intenzione di creare la rottura con la tradizione leninista non al di fuori ma dal di dentro della cultura rivoluzionaria. Cioè, il tentativo di recuperare in una nuova visione politica della sinistra, le critiche al leninismo senza scivolare direttamente nella socialdemocrazia (e nel suo problematico e virulento anticomunismo incarnato dal Psdi). Passare da un anarchico a un liberalsocialista significava rompere del tutto con una visione ottocentesca del socialismo, all’interno della quale i riformisti classici avevano invece un ruolo di primo piano, e rifondare il socialismo su basi libertarie, forse più compatibili con l’idea del conflitto regolato dalle norme.
Significava, inoltre, lanciare un’opa sull’area laica (repubblicani, liberali e radicali), costretta altrimenti a barcamenarsi tra i blocchi di potere della Prima Repubblica, a cui anche il Psi era di fatto subalterno.
Significava, infine, rompere con una tradizione culturale che aveva ingessato la sinistra e impedito un discorso costruttivo e ampio sulle riforme, delegate al ruolo, questo sì egemone, della Dc.
Non è un caso che il dibattito e il relativo affondo socialista sul leninismo siano arrivati in quell’ultimo scorcio d’estate di quarant’anni fa: col dramma di Aldo Moro iniziava il riflusso delle Br, che sarebbero state sgominate a partire proprio dai quei mesi, e, soprattutto, di quella cultura leninista di cui erano impregnate le formazioni clandestine ed extraparlamentari italiane. L’affondo fu tanto più insidioso perché portava un messaggio di ridimensionamento del conflitto, se non addirittura di pace sociale, a un’opinione pubblica stanca.
Comunque sia, proprio grazie a quest’operazione Craxi si rivelò un leader di prima grandezza, dopo due anni circa di segreteria caratterizzati soprattutto da esigenze di sopravvivenza e tentativi di rinnovamento del Partito socialista.
Chiedersi perché queste istanze modernizzatrici, efficienti ed efficaci nel Psi, non si rivelarono altrettanto dirompenti nelle istituzioni non è ozioso. Certo è, e lo hanno ribadito alla grande Simona Colarizi e Marco Gervasoni nel loro bel La cruna dell’ago (Laterza, Roma-Bari 2006), che la parabola di Bettino Craxi non può essere ridotta solo a una faccenda di tangenti e corruzione. Ha pesato molto semmai, il fatto che Craxi operò in un sistema sclerotizzato e all’interno di una situazione mondiale, il bipolarismo della Guerra Fredda, prossima alla fine.
Ma il fallimento del riformismo socialista resta una lezione inascoltata: non a caso, tutti i tentativi posteriori di riformare il sistema italiano sono falliti in maniera impietosa uno dopo l’altro.
Perché riprendere, allora, un dibattito di quarant’anni fa? Perché no? La lezione, forse non impartita bene, certo applicata male e di sicuro inascoltata, partiva da lì.
È il caso, allora, di riavvolgere il nastro e prendere appunti: i fallimenti dei giganti ci aiutano a capire meglio i nostri.


Saverio Paletta





domenica 15 ottobre 2017

Oliva ascolana "regina" del gusto Mediterraneo.

Se mi chiedete qual'è quel cibo, quella pietanza, quel gusto che più di ogni altro rappresenti il sole, il mare, il profumo, l'aroma dell'intero bacino del Mediterraneo, risponderei sicuramente l'oliva ascolana.
Nessun'altra pietanza racchiude infatti tutto ciò. Nessun altro sapore è in grado di rappresentare nella maniera migliore quella macro area, culla di formidabili civiltà e di enormi culture, anche e soprattutto alimentari. E ancor oggi, nel bene e nel male, il Mediterraneo ci abbraccia tutti, indistintamente.
Questo scritto vuole essere una piccola ode, un tributo, a questo incredibile concentrato di sapore, che non ha eguali in Italia e nel mondo e che per tanto tempo è stata bistrattata o addirittura disconosciuta dai tanti. E che all'estero è praticamente sconosciuta.
L'oliva ascolana nasce nella notte dei tempi. Ne scrivono addirittura i romani invasori dell'antica Ascoli, ma ha mantenuto nei secoli la sua connotazione, la sua particolarità. E perché proprio ad Ascoli? Semplicemente perché le olive ascolane fresche, le famose olive tenere ascolane, fin da allora si distinsero dalle altre per un particolare gusto e morbidezza della polpa.
Scrive Plinio il Vecchio: “Le olive picene e quelle dei Sidicini sono preferite a tutte le altre”
C'è chi le vuole di nobili natali perché nate per rispondere al lusso e a soddisfare il gusto delicato dei nobili; chi invece le vuole di umili natali, nel senso che inizialmente sembra essere stato il cibo dei contadini ascolani, che soprattutto d'inverno, terminate le feste natalizie, utilizzavano gli avanzi di carne pensando bene di inserirli dentro le olive, che crescevano in abbondanze sui pendii attorno Ascoli. I famosi 2 piccioni con una fava.
La ricetta originale del ripieno delle olive ascolane prevede infatti che si utilizzino 3 tipi diversi di carne – manzo, pollo e maiale – cotte insieme con gli odori, cioè un trito contenente anche sedano e rosmarino e macinato almeno 2 volte, per ottenere un impasto facilmente malleabile.
Ma non è finita qui! All'impasto viene aggiunto parmigiano, noce moscata e uova, tanto per rimanere sul leggero.
Ora arriva il momento dell'oliva. Viene tagliata a elica, a spirale, un'operazione che richiede una passione certosina e che comunque le brave “Vergare”, le padrone di casa ascolane, fanno con grande dedizione e passione. Questo tipo di taglio e preferibile perché permette all'oliva di mantenere la sua forma originale anche quando vi è stato inserito il ripieno.
Ora i laboratori ascolani che forniscono di olive ristoranti e gastronomie, ovviamente non le tagliano a spirale, bensì a metà, questo per motivi di semplicità e di razionalizzazione dei tempi, ma è interessante scriverVi che la ricetta originale prevede proprio questo tipo di taglio, che sommato ai tempi e alle modalità delle altre fasi di preparazione, rende l'oliva ascolana uno dei piatti dalla complicazione e dai tempi di preparazione più alti in assoluto. E chi l'avrebbe mai detto, vero?
E' infatti tradizione ascolana che durante le feste principali o quella del patrono, l'intera famiglia partecipi alla preparazione delle olive ascolane e in famiglia, si sa, la manodopera non costa nulla.
Quindi una volta preparato l'impasto e averlo inserito, sempre manualmente, nelle nostre belle olive tenere ascolane – che preventivamente avremo lasciato a bagno nell'acqua per almeno 12 ore - le passiamo prima nella farina, successivamente nelle uova e infine nel pangrattato.
A questo punto le nostre “regine” sono pronte per essere fritte. Immerse per qualche minuto nell'olio ben caldo, il tempo per farle indorare, vengono poi prese con una cucchiaia forata e posate su una carta assorbente per eliminarne i residui d'olio.
Dopo di chè ... pancia mia fatti capanna!
L'oliva ascolana ha il grande pregio di essere deliziosa sia così calda, appena tolta dall'olio, che fredda. Anche fredda infatti mantiene il suo gusto e la sua prelibatezza. Un autentico piacere per il palato dal gusto unico ed inconfondibile, l'”Oro di Ascoli” come l'ha definita l'amico Giuseppe Frollo che proprio a l'oliva ascolana ha dedicato tutta la sua vita di ristoratore e per la quale ha ideato e realizzato un DVD, dove racconta la sua storia e la sua preparazione, e al quale anch'io mi sono in parte ispirato nella redazione di questo scritto.
Quindi una pietanza complicatissima e laboriosissima da preparare, avete letto solo una parte dei passaggi, che scaturisce da una grandissima cultura e rispetto del cibo, che trova pochi eguali in altre parti d'Italia e soprattutto d'Europa.
E proprio questa cultura e questo rispetto che fa grande e unica l'oliva ascolana e la cucina italiana nel mondo.
E sempre questo aspetto universale mi porta a fare una riflessione: immaginatevi se l'oliva ascolana fosse lanciata nel mondo intero un pò come McDonald's ha fatto con gli hamburger.
O meglio, usando un termine molto in voga negli ambienti del marketing, se l'oliva ascolana fosse correttamente “brandizzata” e si lanciassero una catena di ristoranti o fast food nel mondo dove la si propone in esclusiva, magari affiancandovi le altre golosità fritte ascolane o italiane in generale.
Sono sicuro sarebbe un successo, non solo perché oggettivamente buona, ma perché rappresenta un cibo veloce da consumare, energetico, appagante e tutto sommato molto più sano di tante altre cose.
Ma questo rimane solamente un sogno ad occhi aperti di un vecchio mercante, goloso e sovrappeso come il sottoscritto.
Restando nella realtà consiglio a tutti di farsi un giro ad Ascoli Piceno, per gustare le deliziose olive ascolane e per visitare e fare shooping in una bellissima città.
A proposito, le olive ascolane si trovano anche in buste sul banco surgelati dei maggiori supermercati. Non è la stessa cosa ma sono buonissime e sfizziosissime lo stesso.
Buon appetito!



giovedì 7 settembre 2017

Modi di dire 30

Si dice . . . “mollare i pappafichi”

Indica un atteggiamento di resa, un cedere psicologicamente, un rassegnarsi agli eventi. Nel linguaggio sportivo, una squadra che “molla i pappafichi” non crede più nella vittoria o nella rimonta nei confronti dei rivali. L'espressione, mutuata dal gergo marinaresco, è stata lanciata da Gianni Brera, (1919-1992), celebre giornalista sportivo che ha coniato o ripreso moltissimi termini ed espressioni oggi nell'uso comune. Il termine pappafico, che deriva dallo spagnolo papahigos, indica nei velieri una vela minore usata di rinforzo, (detta anche di straglio), che si posiziona come seconda vela quadra più alta dell'albero di trinchetto. Mollarlo, ossia ammainarlo, ha il senso di adeguarsi a un'andatura più lenta.


Si dice . . . “scoprire gli altarini”

Il detto “scoprire gli altarini”, allude alla rivelazione di segreti imbarazzanti per chi li aveva gelosamente custoditi fino a quel momento. Per qualche linguista, l'espressione deriverebbe dalla liturgia della settimana della Passione, quando nelle chiese altari, tabernacoli ed immagini, vengono coperti da panni viola, ma prima o poi devono rivedere la luce. Per altri esperti invece, il motto ha un'origine molto antica e fa riferimento ai piccoli altari di case e cappelle private, o posti davanti a tabernacoli in strade o piazze. Questi altari sono da sempre ornati di rose e proprio alle rose, simbolo di segretezza fin dall'antichità, forse a causa della sua forma a petali sovrapposti intorno a un bocciolo sempre chiuso, si riferirebbe il senso ultimo del detto. Da notare che la frase equivalente in francese è “decouvrir le pot aux rose”: alla lettera, scoprire il vaso di rose.


Si dice . . . “essere una vecchia cariatide”

Dare della “vecchia cariatide” a qualcuno, vuol dire presentarlo come una persona molto vecchia e malridotta, o anche superata nel modo di agire e di pensare. Più anticamente “cariatide” indicava anche qualcuno che se ne stesse impalato e silenzioso senza muoversi o prendere iniziative. Il riferimento è a quelle figure femminili scolpite, che venivano usate con funzione di colonne o pilastri, a sostegno di parti architettoniche sovrastanti. Le più celebri sono quelle situate a fianco dell'Eretteo, sull'Acropoli ateniese. Il nome deriva dalle donne di Karya, antica città greca del Peloponneso, fatte schiave dagli ateniesi e forse in origine fanciulle danzanti. Il riferimento alle persone vecchie o superate, è riferito all'antichità delle sculture che sono del V secolo a.C.


Si dice . . . “da strapazzo”

La locuzione “da strapazzo”, (ad esempio: pittore da strapazzo, musicista da strapazzo, intellettuale da strapazzo ecc.), si riferisce a persone le cui attività vanno considerate di nessun valore. Questa definizione era un tempo più diffusa con riferimento a capi di abbigliamento vecchi, di basso costo o di scarsa eleganza, che vengono indossati per giardinaggio, lavori pesanti o altre situazioni in cui degli indumenti non si deve avere troppa cura: calzoni da strapazzo, giacca da strapazzo ecc. E' proprio quest'ultima accezione, il riferirsi cioè ad oggetti che essendo di poco o nessun valore possono essere stracciati e strapazzati, è quella che ha dato origine al senso figurato che abbiamo prima descritto.


Si dice . . . “uscire dai gangheri”

L'espressione figurata “uscire dai gangheri” o anche “essere (o andare) fuori dai gangheri”, ha il significato di perdere la pazienza, incollerirsi, agire e sbottare in modo sconsiderato. I gangheri a cui si fa riferimento, sono la parte del cardine costituita da un pezzo di ferro ripiegato a uncino, che forma il perno da inserire nell'occhio della bandella e che permette l'apertura e la chiusura dell'imposta di una porta, di una finestra o dello sportello di un armadio. In sostanza, è la parte del cardine fissata al telaio o al muro su cui si infila il battente, permettendo a quest'ultimo di girare, in equilibrio. Uscire dai gangheri è quindi, figurativamente, perdere l'equilibrio psichico e dunque la ragione.


Si dice . . . “avere voce in capitolo”

Vuol dire avere autorità e credito per poter intervenire in una discussione, o per prendere una decisione. All'origine del modo di dire vi è il Diritto Canonico. Avere voce in capitolo infatti, era riferito inizialmente agli ecclesiastici che nei capitoli, o collegi, ossia nelle riunioni degli addetti a un istituto religioso, avevano diritto di parola e voto. E' probabile che il termine capitolo cui si fa riferimento, si riferisca alla locuzione latina ire ad capitulum, ossia andare alla lettura di un capitolo delle Sacre Scritture. Va inoltre detto che l'espressione ha un equivalente nella locuzione francese avoir voix au chapitre, documentata in vari scritti.


Si dice . . . “avere mangiato le noci”

L'espressione ironica poco nota, ma di spessore storico e letterario, “aver mangiato le noci”, (“hai mangiato le noci oggi?”, “quello mangia noci ...”, ecc.), indica coloro che siano spesso mal disposti e di cattivo animo verso il prossimo, specie verso coloro che, viceversa, cercano di assecondargli in ogni modo. Chi “mangia noci” insomma, è colui che parla male di tutti in modo gratuito. L'espressione è una metafora: si riferisce infatti, in senso figurato, al fatto che l'ingestione eccessiva di noci può favorire l'alito cattivo e dunque rende di pessima qualità, anche le parole che escono dalla bocca. Non mancano passi letterari prestigiosi su questo tema, come quello del letterato fiorentino Emilio Cecchi: “Bè Crezia / Tu ti sei risentita in mal tempra; / Oh si, iersera tu mangiasti noci / Che t'anno fatto si cattiva lingua”.


Si dice . . . “fulmine a ciel sereno”

L'espressione segnala una notizia o un accadimento improvvisi, inattesi e spesso sconvolgenti. Ma cadono davvero i fulmini a ciel sereno? Il fulmine è una scarica elettrica che si crea in certe condizioni fisiche, all'interno dei cumulolembi, i nuvoloni grigi che portano i temporali. A determinarli è il campo elettrico che si crea nella nube a causa delle opposte cariche elettriche delle goccioline che la formano. Queste, in presenza di forte vento tropicale, si separano e la differenza di potenziale che si crea origina la scarica elettrica. Queste possono generarsi anche tra due nubi, o tra una nube e il suolo. In rarissimi casi i fulmini non partono dalla base della nube, ma dalla sua sommità e una parte di loro giunge al suolo fuori dal perimetro del temporale: sono i “fulmini positivi” che arrivano fino a 40km. Sono questi i fulmini a ciel sereno, ma c'è sempre in origine una nube …


Si dice . . . “essere un ammazzasette”

Dare dell'ammazzasette a qualcuno vuol dire attribuirgli patente di vanaglorioso, di millantatore di grandi prodezze. L'origine della definizione è una sarcastica fiaba dei fratelli Grimm: Il coraggioso piccolo sarto. Vi si narra di un giovane sarto, che torturato dalle mosche mentre mangia in una pausa di lavoro, con una stoffa ne uccide 7 in un colpo. Felice per questo, incide sulla cinta la frase “Sette in un colpo” e va in giro ripetendolo a tutti. Poichè chi lo incontra pensa che parli di nemici, il sarto viene ammirato e temuto. E in lui cresce talmente l'autostima da riuscire in imprese tanto mirabolanti, da divenire braccio destro del re, sposarne la figlia e infine diventare re egli stesso.



Si dice . . . “semel in anno”


La locuzione latina semel in anno licet insanire, (una volta all'anno è lecito fare pazzie), viene tuttora accennata, semel in anno, negli ambienti colti per scusare follie passeggere, in genere innocue, proprie o di altri, giustificandole col fatto che di tanto in tanto è ammesso per tutti contravvenire alle regole e alle convenzioni sociali. Il concetto fu espresso, sia pur con leggere varianti, da autori antichi come Seneca, Orazio e Sant'Agostino d'Ippona, (Tolerabile est semel anno insanire). L'espressione divenne proverbiale nel Medioevo e richiama antichissimi riti liberatori o preparatori ai periodi di penitenza, di cui abbiamo ancora viva testimonianza nella celebrazione del Carnevale, festa fole per eccellenza.