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sabato 14 gennaio 2017

Scripofilia, collezionismo e sicuro investimento.

Mi riferisco ai titoli storici, a certificati azionari o obbligazioni fuoricorso e privi di valore borsistico. Il termine con il quale questa forma di collezionismo è noto è scripofilia, termine mutato dall'inglese scripophily. A battezzarlo fu un concorso realizzato nel 1977 dal quotidiano The Times e si tratta di una parola composta da scrip, termine che nel mondo anglosassone indica il "certificato provvisorio di titoli", e dal noto suffisso greco philos che indica l'amare qualcosa.
E devo dire che nel mio caso è stato proprio l'amore il motore della passione, una passione nata in famiglia grazie a mio padre Roberto e che ora condivido con Monica, mia compagna nella vita e nel lavoro, e con un gruppo di consulenti esperti. Lo scrivo perché credo che questa forma di collezionismo sia peculiare rispetto ad altre, poiché unisce l'interesse per la storia, l'arte e la finanza e sia perciò particolarmente affascinante e spero quindi che in molti possono innamorarsene. Ma anche per chi si limita alle sole cifre, non posso che rilevare che la scripofilia oggi è un buon affare. Ed ecco alcuni numeri che lo dimostrano.

Un mercato in espansione
Il mercato mondiale della scripofilia è passato da poco più di 10 milioni di euro nel 2006 a oltre 30 milioni nel 2014; quanti altri mercati hanno triplicato il proprio fatturato negli anni della grande crisi economica e della recessione?
Ed ecco qualche esempio di certificati che in anni di crisi, hanno saputo aumentare di diverse volte il proprio valore.
Un titolo storico della Fiat del 1956, veniva battuto nel 2002 a circa 400 euro, 10 anni dopo aveva raggiunto i 2600 euro.
Ancora più impressionante il dato dei bond Lung-Tsing-U-Hai della Repubblica cinese nel 1913 denominati "Superpetchilly" schizzati tra il 2012 e il 2014 da 500 a 2000 euro.
Si tratta di un mercato prevalentemente anglosassone, ma al quale si sono aggiunti europei, in particolare tedeschi e investitori dei cosiddetti paesi emergenti. Diversi titoli italiani sono perciò, in particolare per l'aspetto estetico di prim'ordine rispetto a quelli di altre nazioni, promettenti di crescita di valore nei prossimi anni. In Italia la scripofilia è infatti ancora poco conosciuta, pur essendo praticata da diversi decenni da alcuni collezionisti, anche a livello mondiale ha visto crescere l'interesse degli investitori a partire dagli anni 90.
Probabilmente una conseguenza di una presa di coscienza che la dematerializzazione dei titoli finanziari, la loro trattazione solo nelle borse telematiche, ha reso i certificati azionari documenti storici di un'epoca ormai passata.

Le regole dello scripofilo
Come avete potuto notare alcuni titoli storici hanno avuto negli anni notevoli incrementi di valore, difficilmente paragonabili a quelli di altri settori del collezionismo, dalla numismatica alla filatelia, ma in certi casi anche dell'arte.
Ma quali titoli scegliere? Quali certificati acquistare? Quali sono gli accorgimenti? Voglio ora indicarvi quelle che ritengo le regole per valutare il valore di un titolo.
1 - Lo stato di conservazione: occorre valutare lo stato generale del documento, cercando di evitare titoli non completamente integri, con buchi o strappi, a meno che siano presenti per la natura del tipo di titolo, come nel caso delle fedi di credito. Tecnicamente in base alla conservazione, i titoli fuoricorso vengono come segue:
Specimen: certificati non emessi o con caratteristiche di qualità come se fosse appena uscito dalla tipografia.
Uncirculated: certificato che sembra nuovo e non presenta segni o evidenti piegature né macchie.
Extremely fine: leggere tracce del tempo.
Very fine: minori segni di invecchiamento.
Fine: chiari segni di invecchiamento.
Fair: forti segni di uso e invecchiamento.
Poor: alcuni danni con evidenti segni di invecchiamento e macchie.
2 - L'anno di emissione: acquistare certificati con date di emissioni non recenti, preferibilmente precedenti agli anni 50. Particolare valore per esempio hanno le obbligazioni degli Stati italiani preunitari.
3 - La valenza artistica: preferire i documenti con immagini grafiche o decori di pregio. Alcuni certificati sono persino stati realizzati da celebri artisti come quelli dalla Paris France S.A., catena francese della grande distribuzione di inizio novecento. Fu il celebre artista di origini ceche emblema dell'art nouveau, Alfons Mucha, a realizzarli. Oppure vi sono quelli della Roulette di Montecarlo emessi nel 1924 con il volto di Marcel Duchamp immortalato da Man Ray.
4 - Significato storico: i certificati sono legati ad aziende che magari grazie a quell'emissione, si sono formate per prodotti particolarmente innovativi, hanno cambiato la storia della tecnologia o della società o del costume. Oppure sono emissioni legate a movimenti storici, come per quanto riguarda l'Imprestito nazionale che vedeva Giuseppe Mazzini tra i promotori.
5 - La rarità: informarsi sul numero di pezzi emessi e preferire quelli più rari. Va inoltre tenuto conto che la dematerializzazione dei titoli finanziari di fine millennio, ha portato molti istituti e altri soggetti che avevano titoli cartacei fuoricorso a eliminarli, ritenendo non avessero valore e ciò in alcuni casi ne ha accresciuto il valore collezionistico. Perciò la quantità di certificati emessi da un lato e il numero di emissioni, più è basso meglio è, possono aumentare il valore del titolo storico.
6 - Le firme di personaggi famosi: occorre prestare attenzione alle firme, per i titoli più antichi sono poste direttamente e non sono stampate, e in alcuni casi sono di celebri personaggi storici; basti pensare che un certificato della Standard Oil Co. del 1870 firmato da John D. Rockfeller, fu battuto all'asta nel 2001 a 120.000 dollari.
7 - Intestatario: va verificato se il certificato è intestato a persona o società famosa.
8 - Taglio di emissione: l'importo del valore nominale del titolo può essere, ma non sempre, un elemento di maggior interesse: più è alto, più è desiderabile.
9 - Stampatore: in certi casi i titoli sono stati stampati da celebri litografie.
10 - Carta: il tipo di carta utilizzata, di maggior o minore qualità, o con particolari sistemi di anticontraffazione come la filigrana, è un ultimo elemento da valutare.
Sono dunque molteplici gli elementi che comportano la formazione di una stima di valore di un titolo fuoricorso.

Perché puntare sui titoli italiani
Come accennato precedentemente, oggi i titoli storici italiani possono rivelarsi un investimento particolarmente interessante, poiché si tratta di certificati con maggiori potenzialità di crescita di mercato. Di seguito alcuni dei motivi che li rendono interessanti rispetto alle regole sopracitate:
1 - Antichità. La storia italiana della finanza e i relativi documenti, hanno una storicità maggiore rispetto a quella di altri Stati internazionali, (gli stati pre-unitari sono quelli che hanno visto nascere i primi documenti, che oggi vengono visti come gli antenati delle moderne azioni e obbligazioni).
2 - Arte. In Italia, come nel mercato delle banconote, abbiamo avuto grandi artisti che hanno saputo enfatizzare la parte grafica dei documenti.
3 - Fiscalità. I titoli storici sono identificati come beni non soggetti a prelievi forzosi, cioè a particolari forme di tassazione sul patrimonio.
4 - Originalità. Rispetto ad altre forme di collezionismo ormai inflazionato, soprattutto in Italia, la scripofilia a maggiori margini di crescita.
5 - Rarità. I documenti esteri che attualmente hanno maggior mercato, hanno in realtà più basse emissioni, (maggior numero di copie), e perciò potenzialmente i titoli italiani potranno essere più ricercati.
Infine al di là del valore speculativo esiste il valore emotivo dato dal collezionista che è disposto, al di là delle quotazioni, ad arrivare a pagare un determinato documento per valori affettivi di collezione, cifre superiori a quelle di mercato.

Un museo virtuale
Ma come iniziare ad avvicinarsi al mondo della scripofilia, dove potete consultare e scoprire questi documenti del passato?
La passione per i titoli fuoricorso mi ha portato, dall'inizio del nuovo millennio, a creare attorno al sito scripofilia.it una piccola galassia di siti satellite, che puntano a divulgare la cultura su questa peculiare forma di collezionismo e investimento.
Il punto di riferimento è scripofilia.it: un portale che racchiude centinaia di schede catalogate dei titoli storici da collezione, in continuo aggiornamento, dove è possibile sia consultarle che deciderne l'acquisto. Accanto a questo progetto web sono anche stati realizzati:
scripobond.com, sito specializzato per i titoli speculativi internazionali di alto valore;
scripopass.com, che fornisce invece un servizio di certificazione riconosciuto a livello internazionale per i titoli storici;
scripomuseum.com, che si pone l'obiettivo per gli appassionati di poter effettuare virtualmente un viaggio temporale, della storia della finanza attraverso gli antichi documenti;
scripopages.com, un motore di ricerca specializzato che permette di ricercare le aziende collegate al mondo del collezionismo e della finanza;
scripomarket.com, un portale, unico nel suo genere, che consente di restare informati sul tema del collezionismo come forma d'investimento.
Prossimamente potrete continuare a leggere di scripofilia su queste pagine, vi sveleremo i segreti dei titoli del passato, compiremo un viaggio indietro nel tempo che può trasformarsi in un investimento per il futuro. In quel bene mobile privo di tassazione, che in questi anni ha visto un mercato in continua crescita. E che unisce valore economico a valore storico e artistico.

Alberto Puppo


Links utili:













sabato 7 gennaio 2017

Modi di dire 28.

Si dice . . . “essere una tigra di carta”

L'espressione “essere una tigre di carta”, usata specie in campo politico, definisce qualcuno che si presenta minaccioso o pericoloso, ma che in realtà si rivela un bluff, una figura inoffensiva. Si tratta della traduzione letterale di un modo di dire cinese, ed è giunto in occidente nel 1946 allorché Mao Tse-tung, allora capo dell'esercito di liberazione popolare cinese, in un intervista alla giornalista Anna Louise Strong dichiarò: “Tutti i reazionari sono tigri di carta”. Ossia apparentemente terribili, in realtà non così potenti. La metafora fu molto usata nella lotta politica in Cina negli anni del maoismo, specie con riferimento agli Stati Uniti. Entrò in uso nel mondo occidentale anche grazie alla diffusione, nel 1967, del Libretto Rosso, antologia di citazioni di Mao Tse-tung che si dilunga sulle “tigri di carta”.


Si dice . . . “aver mangiato la foglia”

L'espressione significa capire al volo, intuire una situazione, il senso di un discorso, le intenzioni altrui. Vi sono due versioni sull'origine dell'immagine: la prima è l'episodio dell'Odissea in cui Ulisse, prigioniero di Circe, si rende conto del trucco della maga per trasformare gli uomini in bestie e per essere immune dalla magia mangia una foglia donatagli da Ermes. La seconda si rifà alla cultura contadina: la foglia in questione è quella che possono divorare gli erbivori, da quando smettono di succhiare il latte materno e vengono svezzati. L'aver “mangiato la foglia”, sarebbe una rappresentazione simbolica dell'essere divenuti adulti e dunque più saggi e consapevoli di quanto accade intorno a se.


Si dice . . . “bagnare il naso a qualcuno”

La locuzione “bagnare il naso” vuol dire battere qualcuno, superarlo in bravura, nella carriera oppure in qualche altro aspetto della vita facendogli fare una pessima figura. L'origine dell'espressione, usata specie in Lombardia e Piemonte, (bagnè el nasa un, in dialetto torinese), deriva da un'antica abitudine “pedagogica” in uso nelle scuole di quelle regioni, secondo cui il maestro sollecitava l'alunno più bravo perché sfregasse, col dito umido di saliva, il naso del compagno che aveva avuto scarso profitto. Si rintraccia l'usanza nella letteratura: “... Tutti i giorni interrogazione generale. Chi rispondeva esatto e con più sicurezza era premiato con l'incarico di bagnare il naso a chi aveva sbagliato. Quel dito umido di saliva era schifoso ...” (Mario Lodi Il corvo 1971).



Si dice . . . “essere una carampana”

Il termine “carampana” viene usato in senso spregiativo per indicare una donna sciatta e volgare o vecchia e brutta. L'origine dell'epiteto risale alla Venezia medioevale. Cà Rampani era il nome dato ad alcuni stabili ereditati dal governo della Serenissima, dalla facoltosa famiglia dei Rampani e adibiti nel 1421 a ospitare l'attività delle mondane. Da allora le donne ospiti di quelle case, furono chiamate “carampane” e il termine divenne sinonimo di prostituta. Poi, nel libertino '700, le mondane giovani e belle poterono tornare ad esercitare il mestiere in centro città, mentre a Cà Rampani rimasero solo le più anziane, lì relegate come in un ospizio, e fu questo sviluppo a dare al termine il significato attuale.


Si dice . . . “ambasciator non porta pena”

Questo detto ricorda che chi reca notizie non buone non deve essere considerato colpevole di quanto comunicato e si riferisce all'antico e delicato compito dell'ambasciatore, (dal latino ambactus “servo stipendiato”). Infatti nel corso dei secoli, sono avvenute molte violazioni a quella legge non scritta che oggi si chiama immunità diplomatica, ossia considerare sacra la vita degli emissari di altri popoli che portavano messaggi, anche se spiacevoli. Tra i molti esempi ricordiamo che nel 610 d.C., lo Scià di Persia fece trucidare gli emissari bizantini venuti a proporre un trattato di pace non gradito. Solo a partire dal Congresso di Vienna, nel 1815, la diplomazia divenne professione autonoma e acquisì valore e norme giuridiche internazionali.


Si dice . . . “il lupo perde il pelo ma non il vizio”

L'antico proverbio “il lupo perde il pelo, ma non il vizio” si riferisce al fatto che per ciascuno di noi è molto difficile eliminare definitivamente le cattive abitudini e sottolinea le difficoltà che si incontrano per riuscire a superare i vizi incalliti di cui siamo dipendenti. Il detto è una derivazione del motto latino lupus mutat pilum, non mentem, (il lupo cambia il pelo, non la mente), che ritroviamo, attribuito però alla volpe, già in un testo dello scrittore di età imperiale Svetonio. Il letterato attribuiva questa frase a un allevatore di bestiame, il quale rimproverava all'imperatore Tito Flavio Vespasiano, (9-79 d.C.), di non riuscire a dominare nel tempo la propria avidità.



Si dice . . . “al di là del bene e del male”

Il modo di dire indica una persona, un fatto o un'opera, che non sono paragonabili a nulla e in un giudizio vanno collocati in una categoria a parte, in positivo o, ironicamente, in negativo. La frase fatta si riferisce ad “Al di là del bene e del male: Preludio di una filosofia dell'avvenire”, (Jenseits von Gut und Bose), saggio del 1886 del pensatore tedesco Friedrich Nietzsche, (1844-1900), considerato testo fondamentale nel passaggio del pensiero filosofico dal XIX al XX secolo. E' un violento attacco contro la morale ipocritamente accettata dai pensatori del presente e del passato che destò scalpore. La popolarità della frase fatta è stata rilanciata dall'omonimo film di Liliana Cavani del 1977, ispirato proprio alla biografia del filosofo di Rocken.



Si dice . . . “fare i conti senza l'oste”

Si riferisce a chi prende delle iniziative affrettate senza tener conto della volontà altrui e quindi di rifiuti eventuali od ostacoli posti in seguito da terzi. L'origine del modo di dire trova riscontro nelle antiche osterie, luoghi che erano assai frequentati da viaggiatori e avventori di passaggio. La gran parte degli osti era allora rinomata per l'astuzia nell'organizzare imbrogli sul conto del pasto consumato, essendo abilissimi nel sostenerli durante la presentazione della nota alla clientela. Ecco perché era ritenuto esercizio inutile per i clienti fare calcoli preventivi sul conto finale, poiché poi ci si trovava puntualmente contraddetti dall'oste, il quale sottoponeva altre voci di spesa e mandava all'aria tutte le loro previsioni.


Si dice . . . “avere i nervi a fior di pelle”

Significa essere assai sensibili emotivamente, nervosi, agitati o suscettibili. L'immagine è molto simile a quella di “a nervo scoperto”, poiché suggerisce che i terminali nervosi vengano a trovarsi assai vicino alla superficie della pelle. “Fiore” infatti – probabilmente in questo caso inteso come la parte più alta della pianta – indica la superficie di qualcosa o comunque la sua parte più prossima alla superficie stessa, come nella locuzione “a fior d'acqua”. Non a caso il termine “affiorare” vuol dire emergere, spuntar fuori. Un altro esempio del genere è la definizione “fior di latte” che indica prodotti gastronomici, (latticini, gelati), a base della parte più ricca e pannosa del latte: quella che resta in superficie grazie alla sua minore densità.


Si dice . . . “da che pulpito viene la predica”


L'esclamazione “ da che pulpito viene la predica!”, è un'espressione ironica che viene usata per screditare l'autore di affermazioni perentorie, di precetti, di indicazioni da seguire, (per esempio: “Bisogna combattere la corruzione diffusa!”, “Abbiate il coraggio delle vostre azioni!”, eccetera). Questo se chi parla è in realtà, il primo a non dare seguito a ciò che predica al prossimo. Il pulpito, (dal latino pulpitum, piattaforma), è la postazione sopraelevata da cui parlavano al pubblico gli oratori dell'antica Roma e, nell'ambito del cristianesimo medioevale a partire dal X-XI secolo, le balconate da cui sacerdoti e predicatori si rivolgevano ai fedeli con le loro omelie. Alcuni pulpiti sono autentici capolavori di architettura e scrittura.


martedì 3 gennaio 2017

Ministro Poletti, si tolga dai coglioni!


Sig. Perito agrario Poletti (eh si, in un Paese che richiede la laurea anche per servire caffè in un bar, Lei e’ l’ennesimo caso di non laureato che raggiunge poltrone d’oro, vertici di rappresentanza delle istituzioni e stipendi pazzeschi), ho dato un’occhiata al suo curriculum e le garantisco che lei non verrebbe assunto neanche all’Arlington Hotel della mia Dublino a servire colazioni come io, giovane avvocato laureatomi in Italia, ho fatto per pagare le spese di sopravvivenza in un Paese straniero che mi ha dato una possibilità che il Suo Paese mi ha negato.
Lei, ministro del lavoro, il lavoro non sa neanche cosa sia, lei che non ha lavorato neanche un giorno della sua vita (il suo cv parla chiaro). Lei, che si rallegra di non avere tra i piedi gente come me, non ha la piu’ pallida idea di quanto lei sia un miracolato. Lei non sa, perito agrario Poletti, che dietro ogni ragazzo che si trasferisce all’estero, ci sono una madre e un padre che piangono QUOTIDIANAMENTE la mancanza del figlio, c’e’ una sorella da vedere solo un paio di volte all’anno, degli amici da vedere solo su “facetime” e i cui figli probabilmente non ti riconosceranno mai come “zio”, c’e’ una sofferenza lancinante con la quale ci si abitua a convivere e che diventa poi quasi naturale e parte del tuo benessere/malessere quotidiano.
Il Suo, perito agrario Poletti, e’ un paese morto, finito, senza presente ne’ tanto meno futuro e lo e’ anche per colpa sua e di chi l’ha preceduto. Chi e’ Lei per parlare a noi, figli e fratelli d’Italia residenti all’estero, con arroganza, con spocchia, con offese e mancando del più basilare rispetto che il suo status di persona, oltre al suo status di ministro, richiederebbe?! O forse pensa che le sue pensioni d’oro, i suoi stipendi da favola possano consentirle tutto questo nei confronti di ragazzi, in molti casi più titolati, preparati e competenti di lei?!
Ha mai provato a sostenere un colloquio in inglese? Ha mai scoperto quanto bello, duro e difficile sia conoscere tre lingue e lavorare in realtà multiculturali? Ha mai avuto la sensazione di sentirsi impotente quando le parlano in una lingua che non e’ sua e ha difficoltà a comprenderla al 100%? Questo lei, perito agrario Poletti, non lo sa e non lo saprà mai. E’ per questo che il suo ego le permette di offendere 100.000 ragazze e ragazzi che l’unica cosa che condividono con lei e’ la cittadinanza italiana.
Lei e’ l’emblema di una classe politica e partitica totalmente sconnessa con la realtà, totalmente avulsa dal tessuto sociale che le porcate sue e dei suoi amici “compagni” hanno contribuito a generare. Io, e gli altri 99.999 ragazzi che siamo scappati all’estero dovremmo essere un problema che dovrebbe toglierle il sonno, lei dovrebbe fare in modo che questa gente possa tornare a casa, creare condizioni di lavoro e di stabilita’ economica che possano permettere a 100.000 mamme di non piangere più per la lontananza dei figli.
Lei, perito agrario Poletti, padre dei voucher e del precariato, e’ il colpevole di questo esodo epocale e quasi senza precedenti di questa gente che lei vorrebbe fuori dalle palle.
Si sciacqui la bocca, perito agrario Poletti, prima di parlare di gente che parla piu lingue di lei, che ha avuto il coraggio di non accontentarsi, e di cercare altrove ciò che uno stato che fa davvero lo stato avrebbe dovuto garantire al proprio interno.
E si tolga rapidamente dai coglioni per favore, prima lo farà e prima questo paese, visto dalla fredda e super accogliente Irlanda, sembrerà più bello e gentile. Firmato da uno di quelli che lei vorrebbe fuori dalle palle”.

Gaetano di Liso

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domenica 25 dicembre 2016

Buon Natale a tutti, anche ai ristretti.

"Cari amici, anno duro per gente dura. Ma comunque c'è l'abbiamo fatta lo stesso, siamo ritornati a Natale e di tutto cuore vi auguro che sia sereno e felice, per Voi e per i Vs. cari.
Dal canto mio mi auguro che continuerete a leggermi come avete sempre fatto fino ad ora, il crescente numero dei contatti me lo testimonia, e mi impegno a darVi sempre i contenuti migliori e più interessanti.
Ho l'onore di avere dei collaboratori di tutto rispetto che tutti insieme contribuiscono ad innalzare la qualità di questo fantastico contenitore, soprannominato Blog, e ringrazio DIO che ci da l'opportunità di scrivere e leggere al di là di clientele, interessi più o meno occulti e di bottega.
Grazie di cuore a tutti Voi e oltre al Buon Natale si aggiunga anche l'augurio di un formidabile anno nuovo 2017.
Ed ora, visto che gli auguri sono rivolti proprio a tutti, riprendiamo integralmente il testo della lettera aperta di Danilo Fiumara, imputato in attesa di giudizio, così come è stata pubblicata dal sito web "L'IndYgesto". Cogliamo l'occasione per fare i migliori auguri di buone feste a Fiumara e a chi vive, come lui, situazioni difficili".


Ci ha scritto Danilo Fiumara, un 47enne di Francavilla Angitola, in provincia di Vibo Valentia. Fiumara, imputato nel processo Overing, ha ricevuto di recente una misura di sicurezza, la sorveglianza speciale con obbligo di dimora nel Comune di residenza, che gli impedisce di lavorare come cuoco nel locale che ha aperto nella vicina Pizzo. Gli appassionati delle cronache calabresi sanno già che Fiumara ha una condanna ai sensi dell'articolo 416bis del codice penale (associazione a delinquere di stampo mafioso). Lui, tuttavia, non nega gli addebiti: «Ho pagato quel che dovevo alla società», ci scrive nella e mail di accompagnamento alla lettera aperta che state per leggere, «perché ora non posso fare qualcosa di utile, legittimo e pulito per me e per i miei figli?». Certo, aggiunge, «rispetto le scelte di tutti e prima di giudicare invito tutti a immedesimarsi nelle vicende di chi ha percorso e percorre determinate strade per mancanza di alternative. Ecco, io cercavo di costruire la mia». Nei quotidiani, quando si pubblicano missive così delicate ci si limita a un secco e rituale: "riceviamo e pubblichiamo". Noi aggiungiamo: leggete e meditate. Con la stessa serenità, si spera, con cui l'abbiamo fatto noi.


Cari concittadini,
Uso l’espressione in senso ampio e mi riferisco a chiunque possa leggere queste righe, perché, a prescindere dai miei errori (virtuali e reali, accertati e falsi), mi sento un cittadino come tutti gli altri e, nonostante tutto, nutro fiducia nelle istituzioni.
Mi rivolgo, soprattutto e ovviamente, all’autorità giudiziaria perché qualcuno ascolti il mio appello: non chiedo favoritismi e non mi permetterei neppure di invocare pietà o di invocare il residuo garantismo della nostra cultura civile. Me lo impedisce il senso di dignità che ho sempre coltivato, anche nelle situazioni più avverse, anche nei momenti più bui del carcere duro, un’esperienza che non auguro a nessuno.
La dico tutta: sono un mafioso perché una sentenza, con cui mi è stata irrogata una condanna ai sensi dell’articolo 416bis del codice penale, mi ha definito tale. Ho accettato e scontato questa pena. Così come ho sopportato tutte le misure che negli anni mi sono state inflitte, anche quelle che poi sono risultate, a giudizio della stessa magistratura che me le aveva applicate, infondate.
Ripeto: nonostante tutto, credo di essere una persona coscienziosa. E non mi sono mai ribellato ai precetti dell’autorità.
Perciò vi chiedo il minimo di pazienza necessario a leggere e, se proprio volete, meditare quel che sto per dire.
Ho appena ricevuto una misura di pubblica sicurezza, l’ennesima in pochi anni. Chi si è trovato in guai simili ai miei mi capirà al volo: in gergo la si chiama “sorveglianza speciale” con obbligo di soggiorno. Detto altrimenti, non posso allontanarmi dal mio Comune di residenza, che è Francavilla Angitola, confinante con Pizzo. A Pizzo ho aperto un locale, grazie alla benevolenza dei miei familiari e dei miei suoceri (e non, sfido chiunque a dimostrare il contrario, con i presunti proventi di chissà che illeciti), nei confronti dei quali sono indebitato fino all’osso. Già: i soldi si prestano volentieri ai familiari in difficoltà, ma devono comunque essere restituiti perché non ci si può approfittare di chi ci vuole bene.
Ora, Francavilla dista da Pizzo solo due chilometri, ma a causa di questa misura è come se fossero duecento. È vero: la sorveglianza speciale mi è stata irrogata perché sto tuttora affrontando un procedimento giudiziario, nel quale, tuttavia, rilevo che i miei coimputati nel reato specifico contestatomi sono stati tutti più o meno prosciolti. Io gestisco un’attività pubblica per conto di mia moglie: faccio il cuoco e, a detta dei clienti, neppure tanto male. Ma ciò che più conta è che faccio tutto questo sotto gli occhi di tutti e che il locale che ho tirato su non è certo quel che si dice un posto equivoco.
Ecco, da ora in avanti non potrò più metter mano ai fornelli finché anche io non sarò prosciolto, esito sul quale io i miei legali siamo fiduciosi, oppure non mi sarà revocata la misura. E non credo che sia attività socialmente pericolosa, se non nei confronti di chi ha problemi di trigliceridi e di colesterolo, cucinare bistecche.
Al posto mio lo farà il ragazzo che mi ha aiutato in cucina e che, assieme a me, ha respirato i fumi delle piastre e delle griglie.
Morale della favola: si dice che le pene debbano aiutare il reo a redimersi. Me lo dissero quando ero sotto processo e l’ho letto nelle lunghe ore di carcere nei libri di Voltaire e Beccaria, che mi regalarono gli avvocati perché passassi il tempo imparando qualcosa di utile. Si dice che si debba sempre e comunque consentire alle persone il reinserimento nella società. Ed è quello che ho provato a fare e che per l’ennesima volta mi è stato impedito nei fatti.
Nel 2014 mi ero recato in Austria per rimettere assieme la mia vita, non per fare il latitante o gestire chissà che traffici. Anche lì avevo aperto un ristorante. Mi arrestarono e mi costrinsero a chiudere l’attività. Ho provato a rimettermi in piedi a Pizzo. E ora anche questa mia nuova attività lecita (ribadisco: cucinare bistecche è più pericoloso per me, visto che il medico mi ha fatto capire di dover perdere peso, che per gli altri) è a rischio.
Io ho 47 anni e tre figli e questo locale l’ho aperto soprattutto per loro. L’ho aperto perché la mia famiglia abbia un punto fermo, economico e morale. Perché, l’ho capito dopo anni di sacrifici, solo il lavoro duro, continuo e serio paga. E dà l’esempio.
Io pericoloso? Lo sarei se potessi andare in moto, perché a detta di qualche amico sono un potenziale pirata della strada. Ma anche guidare qualcosa di più potente di una bici in questa situazione mi è praticamente impossibile.
Chiudo con una battuta, che spero non sia fraintesa. Uno dei miei avvocati mi diceva che nell’antico diritto romano i processi, civili e penali, erano strutturati come scommesse: chi perdeva pagava perché aveva perso la sua scommessa. Mi permetto di scommettere anche io: se dovessi risultare colpevole al di fuori di ogni ragionevole dubbio di tutti i capi di imputazione che mi sono stati addebitati, sono disposto a pagare la mia pena e di più. Ma se non fosse così, chi mi restituirà l’ennesima occasione persa di riprendermi la mia dignità e restituirla al cognome che portano i miei figli?
Auguri di Buon Natale
Danilo Fiumara


Fonte l' Indygesto.it

sabato 17 dicembre 2016

Raccontare il male: Damiano Damiani e la mafia al cinema.

Titoli didascalici. Colori crudi, per rimarcare il senso di tristezza che pervade le storie. Personaggi piuttosto vivi, ma legati in maniera rigida a un ruolo. Ed ecco che il magistrato integerrimo e ingenuo convive col poliziotto non conformista, ansioso di giustizia e vendicativo. Ed ecco che i contrasti fortissimi tra le esigenze di verità dei puri, ciascuno a modo suo, e la corruzione esplodono sulla pellicola.
Sono le coordinate del cinema civile di Damiani Damiani.
Il regista friulano era approdato a questo genere particolare, molto in voga negli anni ’70, con il Giorno della Civetta (1969). E ne matura una propria personale lettura con il successivo Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica (1971). L’influenza di Leonardo Sciascia, seminale in tutto il filone, continua, anche in assenza di riferimenti diretti, perché Confessione resta un drammone siciliano pieno degli silemi del grande scrittore di Racalmuto: la difficile ricerca della verità, soffocata da una realtà ambigua, i personaggi ipercaratterizzati, in cui potere e corruzione si mescolano in maniera indistricabile, come se l’uno non potesse esistere senza l’altra. Ma, a differenza degli altri grandi autori (Petri, Rosi ecc.) che pure si cimentarono con la narrazione sciasciana, Damiani mantiene una dimensione più popolare, che sarebbe esplosa in tutto il suo potenziale un decennio dopo ne La Piovra.
Infatti, in Confessione la suggestione letteraria - che comunque c’è, sebbene in sottofondo - cede il posto alla cronaca. E Damiani racconta la Sicilia di allora: quella, per capirci, in cui i sindacalisti venivano falcidiati come mosche, in cui l’ombra del sospetto non risparmiava neppure i vertici della magistratura, in cui la lotta per la giustizia era un affare per solitari Don Chisciotte.
Il 5 maggio 1971 cadono sotto i colpi dei sicari (stando alle dichiarazioni intercettate a Totò Riina in carcere, tra gli esecutori ci sarebbe stato Bernardo Provenzano) Pietro Scaglione, il procuratore capo di Palermo, e il suo agente di scorta Antonino Lo Russo. È l’esito tragico della carriera importante e difficile di un magistrato che si era occupato dei casi più complicati della storia dell’isola. Scaglione è stato riabilitato nell’ultimo decennio, ma, prima di morire, è stato uno dei magistrati più criticati e malvisti da una certa opinione pubblica di sinistra.
Nel film di Damiani gli esperti hanno voluto cogliere un riferimento anche a lui, visto che il personaggio del procuratore distrettuale Malta (interpretato da Claudio Gora) gli somiglierebbe sin troppo.
Il 1971 è anche l’anno in cui il sacco di Palermo, cioè la cementificazione selvaggia dei quartieri storici della città raggiunge l’apice, sotto le giunte Dc guidate da Vito Ciancimino. La ricostruzione storica e giudiziaria del periodo avrebbe confermato ciò che si sapeva e che parte della stampa, soprattutto L’Ora di Palermo, aveva già rivelato: l’iperattivismo edilizio era il risultato della convergenza tra potere politico, mafia e impresa.
Il 1971, infine, è l’anno in cui la mafia inizia a diventare una questione nazionale.
Logico che Confessione risenta del clima dell’epoca e lo riproponga.
Non raccontiamo tutta la trama solo perché il film di Damiani, nonostante i richiami violenti all’attualità, è un giallo e il finale dei gialli non si rivela. Se ne accenna quel che basta per incuriosire verso una pellicola che merita ancora di esser vista e meditata.
I protagonisti della vicenda sono Traini, un giovane procuratore (interpretato da uno smagliante Franco Nero, in quegli anni l’attore feticcio di Damiani) e il commissario Bonavita (un superbo Martin Balsam a cui dona tantissimo l’accento siciliano datogli dal doppiatore Arturo Dominici).
I due entrano in contrasto durante un’indagine su una strage compiuta da Michele Li Puma (il bravo caratterista Adolfo Lastretti), un ex killer di recente dimesso dal manicomio. Entrambi mirano a risolvere la brutta storia che, in apparenza, sembra solo la vendetta di un folle. Ma ciascuno a modo suo: il poliziotto sotto il pungolo di un’ansia di verità che lo spinge a forzare le regole, il magistrato con lo scrupolo del rispetto delle leggi. «Ma lei che farebbe se dovesse applicare una legge ingiusta?», chiede al riguardo Bonavita a Traini in una delle scene più belle.
I due protagonisti, in un clima di reciproca diffidenza, indagano sul palazzinaro Ferdinando Lomunno (a cui dà il volto Luciano Catenacci, uno dei più noti caratteristi dei ’70), un re del cemento in odor di mafia e legato alla peggiore politica. Esemplificativa di questo rapporto proibito è la battuta che Lomunno rivolge all’onorevole Grisi (il paffuto Giancarlo Badessi, volto notissimo delle commedie dell’epoca): «Non ti sta più bene? Dimettiti, passa all’opposizione: per uno come te che se ne va ne troviamo altri tre».
La vicenda si dipana tra colpi di scena che portano a un finale tragico e aperto che lasciano lo spettatore pieno di dubbi e di indignazione.
Sullo sfondo, una Palermo grigia e triste, dove gli spaccati di vita popolare danno il ritmo alla narrazione, scandita dalla musica drammatica di Riz Ortolani.
Il poliziotto e il magistrato, nel loro rapporto burrascoso, rappresentano due estremi: la sete di giustizia che sconfina nel desiderio di vendetta, che arriva ed è amara, e il rispetto del diritto, che può tradursi in impotenza («Conduca pure l’indagine», dice Malta a Traina, «ma con prudenza»). E la verità diventa disillusione in una frase di Traina: «Ma se davvero è così, come può la gente credere nelle istituzioni?».

Un interrogativo ancora valido ancora su certe dinamiche dell’Italia profonda che, oggi come allora, indossa i pantaloni a zampa d’elefante. Le mode cambiano e tornano. I vizi rimangono. Nell’era delle fiction manca solo chi sappia denunciarli con l’efficacia appassionante di Damiani.

Saverio Paletta

Fonte l' Indygesto.it


sabato 10 dicembre 2016

Cosa resterà degli anni 80?

Secondo Paolo Morando, giornalista, scrittore e vicedirettore de Il Trentino, ci siamo addormentati alla fine degli anni ’70. Un sonno rapido e inquieto, da cui ci hanno destato gli spari dei terroristi e, per sfuggire a quei rumori terribili, ci siamo tuffati in altri frastuoni: quelli delle discoteche, che iniziavano a prendere piede come replica ingenua e provinciale di quel che capitava in America (che grazie alle gesta di Tony Manero tornava ad essere la terra promessa, come di lì a poco avrebbe cantato un imberbe Ramazzotti), del consumo e dell’edonismo.
Ma la sbornia del disimpegno sarebbe continuata per tutto il decennio successivo. A metà del quale, con raro acume critico, Stenio Solinas aveva già schizzato un dipinto corrosivo e ironico dell’Italia convertitasi al culto del privato nell’ormai quasi introvabile Mostri degli anni ’80. Giusto per dire che tra lo champagne, le griffe e i lustrini c’era più di qualcosa che non andava.
Con Dancing Days, edito da Laterza, nel 2009, Morando era riuscito a beccare in tempo utile il trentennale del riflusso. Ora, con il suo recente ’80. L’inizio della barbarie, uscito sempre per i tipi di Laterza, tenta di sincronizzarsi sul trentennale della fase “calda” degli ’80, in cui il costume e il malcostume dell’epoca avevano preso una forma compiuta, e, se possibile, di anticipare il quarantennale di quello che anche lui definisce «il decennio più lungo del secolo passato».
Missione riuscita? Sì. E non era una missione facile: la nostalgia canaglia, con la complicità della memoria selettiva che fa da palo, è dietro l’angolo e ci frega sempre. Perciò gli anni ’80 sono i paninari, Madonna, l’elettropop dei Duran Duran, che aggiornarono in maniera contraffatta il mito dei Beatles. Gli anni ’80, ricorda ancora Morando, sono gli anni del lusso per tutti, dei giocattoli innovativi (alzi la mano chi non ricorda l’Allegro Chirurgo, il Cubo di Rubik e i videogame di massa, che anticiparono il boom dell'informatica con i Commodore, gli Atari e lo Spectrum), dei telefilm (e qui scendono i lacrimoni: Il mio amico Arnold, Magnum P.I., Supercar, A-Team e via ricordando) con cui l’emittenza privata insidiava il monopolio della Rai.
Ma gli anni ’80, ammonisce infine Morando, sono anche il decennio in cui gli istinti più bassi e fino ad allora repressi della società italiana emergono di botto. Ed ecco che, tolta la carta dorata, ci si accorge che il cioccolatino era un po’ tossico. Anzi, tolto il tappo, ci si accorge che il liquore (sì, avete capito, quello dello spot Milano da Bere, del compianto Marco Mignani) era un po’ adulterato. In senso metaforico, va da sé.
Ed ecco che ’80 dipana sotto gli occhi del lettore una trama costruita a mo’ di inferno dantesco: dai primi conati antimeridionali, propugnati dalle lighe - in particolare quella veneta - non ancora Lega, alle pulsioni razziste contro la prima ondata migratoria dei vù cumprà, il libro è una discesa negli inferi dell’inconscio collettivo italiota, finalmente libero di esprimersi al meglio, cioè al peggio.
Per capirci meglio: non che certe cose - il qualunquismo, gli atteggiamenti beceri, la volgarità, l’individualismo amorale al pari del familismo, l’ignoranza esibita come cifra stilistica - non fossero parte integrante del nostro costume, prima. Ma, se si è ben compreso il pensiero di Morando, questo becerume era tenuto a distanza dal linguaggio pubblico. Gli anni ’80, per capirci ancora meglio con un esempio, sono gli anni in cui il non sono razzista ma, inizia a diventare sono razzista punto. E questa gioiosa corsa all’estremo vale per tutti i complessi fattori della vita sociale.
Ad esempio, le mode giovanili: l’irruzione dei paninari su una scena dominata fino a qualche anno prima dalle tribù politicizzate (i fascisti, i comunisti, gli indiani metropolitani, gli autonomi ecc.) cambia il paradigma. Sempre in peggio, perché la vacuità dei riti di aggregazione spinge più giù. E non è detto che la dinamica, in questo caso, sia del tutto spontanea. Anzi. Non a caso, Morando tira fuori dal box di quei particolari effetti speciali che solo una memoria molto lucida può realizzare, tale Davide Rossi. Personaggio interessantissimo, che fu negli ’80 l’ideatore de Il Paninaro, rivista cult dei galletti dell’epoca, Rossi è riapparso nel 2009 come superlobbista, legato politicamente a Gabriella Carlucci, allora deputata del Pdl, come autore di una proposta da tradursi in legge che avrebbe mirato a limitare l’uso del web. Fin troppo facile l’ironia di Filippo Facci (l’anti Travaglio che demolì Di Pietro) su di lui: «Il tuo passato è rintracciabile, ma non ti ha impedito di raggiungere incarichi da cravatta scura».
Ovviamente, non tutti sanno che tra Rossi, che scrisse per i paninari ieri sulla testata di Edifumetto (la casa editrice di Lando, del Tromba e delle pornovampire), e Facci c’è in comune Berlusconi. In senso politico per Rossi, in senso editoriale per Facci, già firma di punta del giornale e ospite occasionale degli studi Mediaset.
E qui veniamo a un altro punto piccante di ’80, che Morando sbriga con grande abilità, senza cadere nella trappola facile dell’antiberlusconismo: la cifra degli ’80, secondo l’autore, sarebbe stata il berlusconismo. O meglio, il berlusconismo mediatico, che fu alla base di una trasformazione importantissima nell’informazione di massa.
Un altro esempio per capire: prima, nei ’70, c’erano le tv e le radio libere, che si arrangiavano con pochi mezzi e in maniera amatoriale per strappare qualcosina al monopolio pubblico; dopo, a partire dagli ’80 e grazie alla geniale intuizione di Berlusconi arrivarono i network, che trasformarono l’emittenza libera in emittenza privata. Questo passaggio ha inciso sul costume in maniera spettacolare perché ha contribuito a sdoganare tutto ciò che la Rai, bacchettona nonostante l’avvento di Arbore e Boncompagni, teneva chiuso a chiave. Il berlusconismo politico, in questa particolare chiave di lettura, sarebbe stato la prosecuzione di quello televisivo. Cioè il tentativo di proseguire nell’Italia d’inizio millennio la mitologia mediatica degli ’80.
Nessuna dietrologia in tutto questo: i manipolatori ci furono anche prima (quanti, nei terribili ’70, cavalcarono l’onda dell’extraparlamentarismo per passare poi al sinistrese e approdare infine al politicamente corretto?). Cambiava la modalità: prima era l’ideologia, poi sarebbe stato il riflusso, oggi è il nichilismo prèt-a-porter. Fin qui nulla di nuovo, insomma.
Ma la morale di ’80 è chiarissima ed apprezzabile proprio perché è priva di preconcetti ed è animata da uno spirito critico sereno e da una robusta documentazione: l’Italia perse i freni inibitori in quel decennio. Allora il Paese smarrì lo spirito civico, la tolleranza e la solidarietà. Allora le barzellette che si raccontavano al bar di nascosto fecero capolino nei media e, da lì, tracimarono nel dibattito pubblico.
Ci si ferma qui. Perché il resto lo dice benissimo Morando.
Montanelli liquidò l’evoluzione (involuzione, se si preferisce) storica dell’Italia tra i ’70 e gli ’80 con una delle sue immagini efficacissime: fu il passaggio dagli anni di piombo a quelli di latta. Poi nei ’90 sarebbe arrivato il fango. E ora? Morando attenderà qualche altro anniversario per scriverne, o vorrà deliziarci con un libro di storia in progress bello come ’80?

Saverio Paletta