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Il primo portale dedicato all'investitore italiano in Rep. Ceca e Slovacchia

venerdì 14 aprile 2017

Paese che vai, social network che trovi.

Lo sapevate che il secondo social network per numero di utenti in Italia e negli Stati Uniti è Instagram, mentre in Francia, Regno Unito e Spagna è Twitter?


Che i social network abbiano rivoluzionato, nell'arco dell'ultimo decennio, non solo il modo in cui intratteniamo le nostre relazioni interpersonali, ma anche le modalità con cui ci informiamo su ciò che accade intorno a noi, (dall'attualità allo sport), ci formiamo opinioni e persino in taluni casi cerchiamo di costruirci una carriera, è una realtà ormai pienamente assodata. Sebbene questa rivoluzione sia avvenuta a livello mondiale, vi sono però delle differenze tra paese e paese.
Il social network con il maggior numero di utenti al mondo è il social per antonomasia, Facebook. Questa supremazia si afferma in 129 dei 137 paesi facenti parte dell'analisi condotta da Alexa Internet, società di analisi di traffico e dati internet sussidiaria della ben più nota Amazon.
Lo scenario si fa ben più variegato, quando si guarda invece al secondo gradino del podio. In un panorama così saldamente dominato da una compagnia sola, guardare al diretto competitor nei diversi paesi, può offrire spunti interessanti anche da un punto di vista culturale: infatti ogni social si distingue per delle caratteristiche specifiche, che si possono sposare più o meno bene con le diverse culture.
Dal medesimo studio, emerge che nella quasi totalità del continente americano, Instagram difende saldamente la medaglia d'argento. Questa piattaforma è fortemente concentrata sui contenuti fotografici. Fa eccezione, (nel novero dei paesi per i quali sono disponibili dati), solo la Guyana Francese, dove nella stessa posizione troviamo invece Twitter, divenuto celebre per le composizioni testuali in 140 caratteri, vincolo ormai ammorbidito a partire dal settembre scorso.
Questi due social si avvicendano sul secondo gradino del podio anche nel vecchio continente, dove Twitter risulta il secondo più popolare in Gran Bretagna, Irlanda, Francia e Spagna, mentre Portogallo, Italia, Belgio, Olanda, Norvegia e Finlandia, insieme a tutta la regione dei Balcani, preferiscono Instagram.
In Germania è invece Odnoklassniki a inseguire Facebook. Questa piattaforma social, il cui nome si traduce dal russo come "compagni di classe", benché pressoché sconosciuta in Italia, conta in realtà più di 50 milioni di utenti, ma per lo più nell'Europa dell'est.
Un'altra eccezione arriva dalla Scandinavia, in particolare dalla Norvegia, dove il secondo social network più diffuso è Reddit. Il nome di questo sito americano, estremamente popolare negli States, deriva dalla sincrasi dei verbi inglesi "to read" (leggere) e "to edit" (modificare), e proprio in queste due attività consiste l'essenza di questa piattaforma. Gli utenti possono condividere sia contenuti testuali che ipertestuali - link a pagine di altri siti web - al fine di stimolare discussioni e confronti sulle tematiche più disparate. Un format che ha reso popolare questa piattaforma è l'AMA, acronimo di "ask me anything" (chiedetemi qualsiasi cosa), attraverso il quale
numerose celebrità hanno colto l'occasione per immergersi virtualmente tra i loro ammiratori, rispondendo alle loro domande.
Volgendo lo sguardo a oriente, emerge uno scenario altrettanto eterogeneo e a volte sorprendente. Per esempio, all'ombra del Cremlino Odnoklassniki è il social più diffuso, mentre V Kontakte si aggiudica la medaglia d'argento. Attualmente noto con l'abbreviazione VK, anch'esso è nato inizialmente come rete per mantenere i contatti con gli ex compagni di classe.
La supremazia di Zuckerberg è invece minata in Giappone, dove Facebook occupa il secondo gradino del podio, superato in popolarità da Twitter, mentre in India il secondo social network per numero di utenti è Linkedin, la cui vocazione al networking professionale piuttosto che al puro intrattenimento, lo distingue nettamente dalle altre piattaforme. L'Oceania vede invece Instagram inseguire il primato di Facebook.
L'universo dei social network, osservato da vicino, risulta estremamente variopinto e in continua evoluzione, e sia che si voglia esprimere il proprio pensiero in pochi, lapidari caratteri, sia che si voglia condividere fotografie e video delle proprie avventure, o si voglia suggellare con #hastag arditi i propri slogan, si trova a ogni latitudine la piattaforma più adatta alle proprie esigenze.


venerdì 24 marzo 2017

Addio Monnezza. E' morto Tomas Milian.

Er Cubbano de Roma nun c’è ppiù. Tomas Milian se n’è andato il 22 marzo a Miami, il suo approdo statunitense, dall’isola natia prima e dall’Italia poi, che per lui è stata una matrigna tutta particolare: l’ha portato alle stelle senza dargli mai la vera gloria e dopo lo ha scordato senza troppi complimenti.
Dei morti, specie di quelli illustri, non si può dire che bene. Nel caso di Milian, amato più dal pubblico che dalla critica e apprezzato per la sua estrema professionalità più dai registi di mestiere che dagli autori, il bene è meritato.
Ma senza le ipocrisie, che invece sono traboccate sulla stampa più mainstream: Il cinema lo piange, Il cinema è in lutto, ha titolato in tutta fretta più d’uno, abituato a credere che le tecniche di titolazione contengano verità autonome.
In realtà, quelli che l’hanno pianto sono gli stessi che, a partire dagli anni ’90, avevano tentato di rivalutarlo, meglio ancora di dargli il posto che gli spettava nella storia di quel cinema italiano, anche di serie b, che sapeva parlare un linguaggio internazionale e del quale Milian fu è stato un volto di primo piano.
Da Lattuada, Zeffirelli e Visconti al trash: con questa breve formula si è tentato di sintetizzare una carriera che di sicuro avrebbe meritato più attenta analisi.
Tormentato, pensoso e coltissimo, Er Cubbano è stato tra i migliori della composita legione straniera di attori che furoreggiò a Cinecittà tra la seconda metà dei ’60 e i primi ’80. Era in buona compagnia: dei grandi (l’immenso Klaus Kinski, il bravissimo Helmut Berger, il tosto Mario Adorf e l’angelico Lou Castel), dei belli (Ray Lovelock, Chris Avram, Luc Merenda, George Hilton e Gianni Garko) e dei semplicemente bravi (Henry Silva e Frank Wolff) e si trovata a suo agio con tutti e in tutte le situazioni.
Per i più, specie per i coatti che lo consideravano un modello e un nume tutelare, Milian è stato Er Monnezza, Er Gobbo, Er Trucido e Nico Giraldi. In poche parole, un’icona del trash più viscerale e genuino. Però, al netto dei soliti sociologismi, occorre prendere atto che lui, da cubano, è riuscito a fare una cosa che non è riuscita neppure ai suoi colleghi italiani: interpretare una certa idea di romanità fino a incarnarla ed esportarla fuori da quelle borgate a cui si era ispirato.
Ma, sempre per restare al cinema popolare, Milian prima ancora è stato Curchillo, il bandito messicano ignorante, analfabeta, buono e furbo. Sia che recitasse con la sua voce, gettonatissima nei western grazie all’accento latino, sia che se la facesse prestare da Ferruccio Amendola, Er Cubbano tirava sempre e caratterizzava al massimo ogni ruolo.
Un camaleonte raro e bravissimo e forse non sarebbe scorretto il paragone con Gian Maria Volonté. Probabilmente per questo fu efficacissimo anche nei ruoli più nazionalpopolari, che erano il prodotto di uno studio attento della psicologia di quartiere, non dissimile da quello praticato da Alberto Sordi e Carlo Verdone.
La carriera italiana di Milian terminò a metà anni ’80 col declino del cinema di genere, di Cinecittà e delle sale, e fu sepolta nei ’90 quando la produzione, grazie anche ai finanziamenti pubblici, finì in mano ai radical chic.
Solo quelli di Nocturno Cinema, impegnati a partire dalla fine del millennio a riscoprire e rivalutare il cinema italiano dei ’70 e a toglierlo dal ghetto delle seconde serate, si ricordavano di lui, che in America aveva costruito una seconda carriera al seguito dei big.
Le lacrime sono giuste, anche se nei suoi confronti sembrano non poco di coccodrillo. Sarebbero più sincere se fossero dedicate anche al nostro cinema, che è morto prima di lui.

Saverio Paletta

domenica 5 marzo 2017

La Ciabatta Polesana.

Arnaldo ci racconta la nascita della sua più geniale invenzione, la Ciabatta Polesana, che poi diventerà Ciabatta Italia, il secondo pane più diffuso, conosciuto e imitato nel mondo, dopo la baghette francese. Ed è una storia semplice, banale, quasi comica, come lo sono tutte le storie di quelle grandi invenzioni che hanno mutato per sempre il nostro modo di vivere. La Ciabatta Polesana non ha avuto questa ambizione e nemmeno questo destino, ma sicuramente ci ha insegnato a mangiare bene e soprattutto ad amare il pane e chi lo fa. Considerando poi, come ci racconta il buon Arnaldo, che impastare e cuocere la Ciabatta ha qualcosa di femminile, di sensuale, addirittura di erotico. Buona lettura.

Maggio 1982. Un maggio tiepido, foriero di buoni pensieri. Ero a Milano, al MIPAM, la fiera del pane. Accettai l'invito a pranzo di Antonio Marinoni, il presidente nazionale dell'associazione panificatori. Mi portò alla trattoria “Toscana”, dietro la sede dell'associazione. Il cameriere depositò in tavola del pane. Mai visto prima. Fette che si presentavano male, tagliate irregolarmente. Mi incuriosiva il fatto che la mollica era tutta bucata, tipo groviera. Assaggiai. Rimanendo folgorato sulla via di Damasco.
-- Che favola di pane, esclamai, cos'è?
-- Ah, è quasi uno scarto, spiegò Marinoni, nel senso che viene fatto con la pasta avanzata da quella impiegata per le michette. Aggiungono acqua e sale e la rimpastano, ottenendo una sostanza ancora più tenera. La lasciano riposare un po', poi la spezzettano. Il tutto finisce in forno ed ecco il pane che stai mangiando. Brutto ma buono.
-- Come la chiamano?, chiesi sempre più interessato.
-- Sciavata comasca, in quanto i primi a proporla sono stati i panificatori comaschi.
Da quel pranzo, la sciavata tenne occupata la mia mente. C'era una ragione occulta in quel pane tanto buono quanto brutto. Mi ero fatto l'idea di uno scrigno che si presentava disadorno per depistare, per allontanare l'interesse altrui. In realtà conteneva la sapienza. Andava violato.
I pensieri mi riportarono all'esperienza in Francia. Lì la baghette non era solo il pane riconosciuto come il più gradito al mondo. Era assurto a fenomeno di studio, di valorizzazione. Con tanto di scuole specializzate che ne alimentavano il culto. Non per niente, restava il pane più copiato nel mondo.
Il professor Calvel, le per de la baghette, (il papà della baghette), incaricato dal governo francese di divulgarla nel mondo, sosteneva che la sua atipicità stava nella maglia glutinica della farina, la parte proteica, dove riuscivano a farci stare una grande quantità di molecole d'acqua. La ragione dell'alto apprezzamento della baghette era da ricercare nel suo inusuale contenuto d'acqua. Una caratteristica che veniva rispettata con rigorosità francescana. Fino al punto che una sezione della Scuola di Alta Tecnologia aveva destinato un settore a le taste, agli assaggi.
Personale specializzato si chiudeva in box asettici e insonorizzati. Davanti a loro, solo pezzi di baghette da mangiare. Dopodiché, davano i voti ai vari campioni, stilando una classifica. Questi test accertarono che più acqua conteneva l'impasto di farina, più saporita diventava la baghette. Raggiunsero un massimo del 65%, decretando la soglia limite per quel tipo di pasta. Il pane italiano non superava il 55%.
Tornato da Milano, rimuginai per un mese e mezzo sui punti in comune tra sciavata e baghette. Sia i panificatori comaschi, sia quelli francesi, ottenevano un pane eccezionale aggiungendo acqua. Pensa e ripensa, si accese la lampadina.
"Partendo dal concetto della sciavata, posso studiare una ricetta autoctona, non derivata da un'altra, con caratteristiche addirittura superiori a quella della baghette. In sostanza, che scavalchi la soglia del 65% di acqua".
Che ispirazione! Durante l'estate, un sabato, invitai nel mio forno in Molino tre personaggi autorevoli: Francesco Favaron fornaio a Verona, Alfio Bia fornaio a Cremona e Vinicio Bertoletti, fornaio a Milano. Scopo del summit: individuare una ricetta innovativa che contenesse il 70% di acqua. Il presupposto c'era. Una farina speciale, con alto contenuto di glutine, predisposta a contenere efficacemente la maggiore affluenza di liquido. Manco a dirlo, brevettata dai Molini Adriesi. La sacralità del momento fu suggellata da un poderoso ragionamento filosofico sugli aspetti cardine: lievitazione-riposo. Così sia.
Poi entrammo nel vivo. Buttammo giù una ricetta di massima. Preparammo la pasta. In forno. Cottura. Stop. Trepidanti verificammo. La mollica era bucherellata. La crosta morbida, ma non flaccida. Il primo contatto era positivo. L'assaggio. Favoloso!, esclamammo in coro, dopo il primo boccone.
Dopodichè tutti ad Albarella. A casa mia per festeggiare. Felici, sui bordi della piscina, il vino a farci compagnia. Arrivò mattino senza aver dormito un minuto. Tornammo nel forno. Secondo impasto. Seguendo le specifiche del primo. Il pezzo di pasta stirato a mano, appiattito, determinante per il gusto finale. Quindi, secondo infornata. E giù a bere. Ininterrottamente.
Appena uscì il pane, ancora caldo venne imbottito con la soppressa. In bocca. Da sballo ...
-- Adesso bisogna darle un nome..., biascicai con l'occhio vitreo, offuscato dal vino ma inebriato dal successo.
-- Someia, (assomiglia), a na savata, (ciabatta), resta piatto, fece notare Favaron.
-- Perfetto, annunciai, sarà la Ciabatta Polesana!
La ricetta di quel giorno è quella di oggi. Mai più modificata. Mi misi a divulgare la ricetta, magnificandola come base per produrre il pane più buono del mondo.
-- Sei presuntuoso, mi riprendeva qualcuno.
-- Scusa, rispondevo, ho girato il mondo. Ho visto e assaggiato molti tipi di pane. E posso dirlo: la Ciabatta Polesana è la migliore. Non ho trovato alternative in grado di mettere in discussione la sua leadership. Se tu ce l'hai, farmela vedere ...
-- No, non ce l'ho ...
-- Vedi ... Allora la Ciabatta è la migliore del mondo.
Il mercoledì divenne il pomeriggio deputato alle prove pratiche nel mio forno sperimentale. La "Scuola del Pane", come mi piaceva chiamare quelle ore dedicate alla cultura dell'arte molitoria e panaria. L'impasto poi, assumeva i contorni del rito. Già perché nella gestualità delle mani, in quella frenesia di dita e sostanza, c'era molto di sensuale. Non perdevo occasione per farlo notare.
Come quella volta. Ero a pranzo al ristorante “Le Calandre” di Rubano, alle porte di Padova. Un locale di grido. Uno dei pochi dove si facevano il pane in casa, non fidandosi di quello che trovavano in giro. Alla fine parlai con un'affascinante signora, presentatami come la titolare.
-- La ringrazio, sono stato benissimo. Un ristorante del quale mi ricorderò – incensai - a proposito, visto che punta sulla qualità, bella signora, perché non viene vedere la mia scuola del pane ad Adria? Riuscì a strapparle un sì. Qualche settimana dopo si presentò al Molino.
-- Sono venuta a vedere come fa il suo pane speciale ...
Mi misi al lavoro. Scherzando, ridendo, blandendo.
-- Non le sembra bella signora, che l'impasto abbia un che di sensuale?
-- Sa che non ci avevo mai fatto caso? Effettivamente ...
-- A volte mi sembra addirittura di sentire tra le mani qualcosa che hanno le donne ...
Misi in forno. Entrambi curvi davanti alla finestrella.
-- Che spettacolo sensuale, insistevo, signora mia, sono qui a guardare il pane che monta e mi sento tutto eccitato. Sì, si è come fare l'amore ...
Lei mi squadrò. Più sfacciata che turbata. Poi gettò l'occhio dentro il forno.
-- Beh, quasi... esclamò.
Fine della trasmissione.

da “Una vita nel sole” di Arnaldo Cavallari

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domenica 26 febbraio 2017

AAA affittasi paese. Il boom dell'home sharing.

Le vacanze stanno arrivando e chi volesse fare a meno di prenotare la solita pensione al mare, oggi sul Web trova le alternative più esotiche. Vi sono possibilità per tutte le tasche: dal materasso in soggiorno alla barca in Grecia, dalla casa sull'albero al castello in Scozia.
Se prima si poteva pensare che il ragazzo che affittava la tenda di fronte all'Apple Store su Airbnb fosse il più originale, oggi i fatti lasciano intendere che la realtà supera l'immaginazione e che ogni giorno nuove idee riaprono la sfida per la vacanza più originale.
I siti di "home sharing", (letteralmente " condivisione della casa"), stanno spopolando sempre di più, anche se a volte lasciano interdetti di fronte alle abitazioni più assurde e alle offerte più costose. Prendiamo ad esempio proprio Airbnb: se da un lato sta facendo di tutto per creare certezza sull'identità sia dell'affittuario che dell'affittante, con tre livelli di sicurezza, (numero di telefono, profilo Facebook e carta d'identità), dall'altro nulla fa per ridurre la stranezza di certi alloggi, anzi, questa è motivo di vanto, nonché di pubblicità.
Nel 2011 il sito ha affittato il principato del Liechtenstein per "soli" 70.000 dollari a notte, incluso il catering e un servizio di "basic branding". Si proponeva cioè di vendere l'originalità e l'autenticità del luogo e l'ospitalità degli abitanti. In questa formula era contenuta la possibilità di assegnare un nome diverso alle strade, così come quella di stampare la propria banconota (temporanea), con tanto di faccia sopra. Si poteva scegliere di ricevere il benvenuto con una festa medioevale, piuttosto che con la consegna delle chiavi della città da parte del sindaco.
Airbnb lavora però anche su scala più piccola; per esempio, nel 2010, grazie alla partnership con Rent a Village, Airbnb vantava tra le sue opzioni ben sei villaggi in Austria, tre in Germania e uno sky resort in Svizzera. Per i più coraggiosi all'acquario di Parigi c'è una simpatica stanzetta con gli squali come vicini di casa; 35 metri quadri all'interno di una vasca con 35 squali. Tra le regole sul soggiorno: "meglio tenere braccia e gambe ben all'interno del letto, non si sa mai".
In Kenya invece si può vivere insieme alle giraffe, vicine di casa tanto socievoli quanto invadenti, visto che allungano volentieri il collo attraverso la finestra per farvi compagnia durante la colazione. Il prezzo? 500 dollari a notte.
In Australia è possibile affittare una cava con circa 190 dollari a notte e un certo Steve offre un angolo del suo giardino in Napa, la famosa regione del vino: 80 dollari a notte, incluso il parcheggio e la possibilità di dormire tra i suoi attrezzi e il suo tavolo da picnic. Per 15 dollari in più prepara anche la colazione. Chiaramente, la tenda non è inclusa nel prezzo.
E per concludere in bellezza è possibile anche affittare un'isola: meglio in Irlanda o nelle Filippine?
La domanda vera però è: ma queste isole, queste location così assurde, hanno successo? Se si decidesse di fare un investimento e di costruire una casa a forma di cane, piuttosto che di delfino, saremmo inondati da richieste di persone che vorrebbero passarci una notte?
Difficile a dirsi: infatti per alcune di queste abitazioni ci sono liste di attesa lunghissime, mentre altre difficilmente vengono scelte. La stranezza delle abitazioni è d'altronde un po' un ossimoro, se si pensa che l'idea originaria dell'home sharing era quella di far sentire a casa anche dall'altra parte del mondo, di vivere un'esperienza autentica, come se quella città, quella via, quell'appartamento fossero davvero casa propria.
Tuttavia funziona: la casa a forma di fungo ha una lista di attesa di quasi un anno. D'altronde chi non sogna fin da bambino di vivere come i puffi o quanto meno in una casa sull'albero? Forse è il caso di affittare quella costruita per i propri figli in giardino.


domenica 12 febbraio 2017

Il valore della dottrina di Buddha.

Si sente fare sempre la domanda, se quell'antica concezione del mondo dia la possibilità di un'applicazione utile nel presente. A ciò si è dato anzitutto risposta con un vigoroso si, giacché è da tempo noto, che seri e gagliardi seguaci, già da una serie di anni si volgono all'oriente e là, nell'odierna patria attuale della disciplina e dell'osservanza ancora conservata, a Ceylon o nell'India posteriore, entrano nell'ordine, divengono regolari monaci e asceti: e più d'uno così, come io ho personalmente sperimentato, è morto là lietamente, dopo essere diventato anche “uno dei santi".
Sulla reale efficacia della parola del Maestro nel presente presso di noi, non può esservi dunque oggi alcuna questione, se anche naturalmente il suo valore, secondo il punto da cui si guarda, apparirà come vacuo e nullo o come alto e sublime, come dannoso e folle o come incomparabile. Tali concetti di valore sono però, a quanto mi pare, poco appropriati ad una disamina e discussione generale. Su tali questioni non si è mai raggiunto e non si raggiungerà mai, in nessun tempo e luogo, un unico giudizio, ancor meno che sopra una musica od una pittura.
La pietra di paragone in tali criteri di valore è sempre diversa secondo il diverso grado di durezza e deve perciò, per quanto corrisponde a uomini discreti od alla loro esperienza, essere lasciata alla scelta di ogni singolo. La circostanza però, della quale noi qui ci dobbiamo occupare e che si lascia quasi sempre da parte o si considera solo fuggevolmente, sta fuori di tali prove di esperienza personale.
Noi dobbiamo qui fare solo il tentativo, se ci può riuscire, di imparare a comprendere quella concezione del mondo come una intuizione o un'arte puramente indiana. Questa sarebbe la ricompensa della fatica nell'esame e nel travaglio, richiedenti tanto tempo e tanta cura, dei nostri antichi testi. Quelli, a cui essi non ricompensano un sì costoso dispendio, può anche, se proprio vuole avere ed esprimere un'opinione sulla nostra dottrina, appigliarsi ad opere più maneggevoli, di cui da un pezzo non c'è mancanza: sia l'eccellente Catechismo buddhistico di Subhadra Bhikshu, od il magnifico e raccomandabile più di ogni altro, Buddha di Oldenberg, che da tanti anni è il fondamento di ogni vera ricerca esatta e si rinnova sempre in successive edizioni.
Ma i testi originali stessi sono poco atti a farsi trasformare subito in un utile praticamente applicabile, per questo essi sono troppo duri. Due millenni ci separano da essi e dalla loro forma in maniera d'espressione. E ciò che rende l'intelligenza anche più difficile, ci sta di mezzo uno strato quasi impenetrabile di civiltà straniera. Come potrebbero percepirsi di nuovo presso di noi quei suoni e quelle voci lontane, svanite, così come realmente risuonano sulla propria terra? Siccome, così come stanno le cose, quasi manca un mezzo risonante, la possibilità di un'eco è esclusa quasi come la propagazione del suono dal sole alla terra, che pure si potrebbe raggiungere in poco più di 14 anni.
Pertanto non si può parlare di utilizzazione pratica di questi nostri pezzi sperduti dal mondo. Si deve accontentarsi, se tra i sordi pilastri si trova un Memnone e se con infaticabile lavoro ed esercizio si superano forse gli ostacoli e si scoprono ed acquistano i mezzi per incanalare quelle voci del passato sul nostro presente; in modo che l'uditore possa sentirne l'arte profonda ed i delicati prodotti del messaggio. Ma non perciò bisogna aspettarsi a guisa di apostoli una generale conversazione del mondo.
Lo stesso Gotamo ha parlato sempre e solo ai singoli, non si è mai rivolto al popolo od alla folla. Dopo che la parola vivente dell'asceta e pensatore Sakyo era ammutolita e spenta da più di 20 secoli, dopo che sul breve magnifico mezzodi è scesa la lunga pallida notte dell'oblio, oggi la parola irrigidita, se anche comincia di nuovo a risuonare, non può certo risvegliare interamente a nuova vita quella svanita civiltà, con le sue superiori cognizioni spirituali e come entusiasti immaginano, a trarci in ringiovanita forma moderna: i contemporanei delle automobili e degli aeroplani, anche con la più grande fretta e con la migliore volontà, non potrebbero avere perciò udito né trovare ozio bastevole; astraendo del resto dal fatto che le fantasticherie e le donchisciotterie di una conversione universale sono da piccoli borghesi, infantili, bamboleggianti e niente affatto conformi alla dottrina.
Il discepolo di Gotamo lasciava il mondo esser mondo, intatto da ciò che si dice. O similmente si può anche oggi ed in avvenire fare il tentativo, di imparare a comprendere quello spirito mediante le sue classiche testimonianze. Queste però si mostreranno accessibili a colui, che ha per esse disposizioni e le sa sviluppare: non altrimenti come uno cura il suo Shakespeare, un altro il suo Bach, un terzo disegna carte del pianeta Marte, ed un altro cuoce sostanze da iniezioni.
In parole nette: quella concezione del modo è divenuto una scienza per noi. Che certo ne possa insieme cascare ogni sorta di cose adoperabili per il caro povero popolo, è una favorevole manifestazione concomitante, la semplice ombra della cosa, ed invero un'ombra gigantesca, anzi propriamente un'ombra della terra, il riguardo dei milioni di sempre rinnovati concorrenti, concomitanti e seguaci nelle 10 regioni dell'universo.
Con la cosa stessa però, con la nostra "Cosa in sé" per dire così, anche nel caso migliore avrà da fare solo qualche raro uno od un altro, sia egli diretto verso la scienza, l'arte o la santità. Ciò basta. Io penso che vi sia una tale possibilità per chi voglia seriamente sforzarsi, ciò basta mostrare quel che anche noi abbiamo ereditato dai tesori. Chi però volesse fare numericamente il conto del possibile utile, potrebbe facilmente seguendo l'esempio di Giovanni l'eremita, nello Speculum pastorum, calcolare quale risultato si otterrebbe con l'ipotesi non certo esagerata, che un uomo per 20 anni ogni anno guidasse con l'esempio e la dottrina solo un altro uomo alla retta opinione, ed ognuno di questi annualmente solo un altro e questo di nuovo se ne portasse un altro sulla retta via.
Da cui si dedurrebbe, col lapis alla mano, che il numero dei promossi in questa guisa, partendo da un solo promovente e nella minima misura, dopo 20 anni supererebbe già il milione. Ma noi qui non ci esercitiamo in statistica né in allotria.


K. E. Neumann

domenica 5 febbraio 2017

Sulla rotta di Amundsen ecco la crociera al polo Nord.

Quest'estate la nave da crociera di lusso Crystal Serenity andrà alla conquista del Polo Nord percorrendo quel passaggio a Nord-Ovest, collegamento fra l'oceano Atlantico e il Pacifico, aperto all'alba del 1900 dall'esploratore norvegese Roald Amundsen, dopo tre anni di navigazione nelle acque gelide del Mare Artico, imprigionate tra i ghiacci.
Soltanto nel 1944 una nave lo ripercorse in un anno. Quest'estate la Crystal Serenity, lunga all'incirca 250 metri, 13 ponti, che ospita anche un casinò, un cinema-teatro, sei ristoranti è un campo per la pratica del Golfo, ha progettato di farcela in un mese.
Il viaggio organizzato dalla Crystal Cruises Llc, con base a Los Angeles, è andato esaurito in tre settimane, con un migliaio di aspiranti passeggeri disposti a pagare 22.000 dollari ciascuno, (all'incirca 19.600 euro), extra esclusi, fra i quali il giro in elicottero lungo la rotta (4000 dollari, 3500 euro) o l'escursione di tre giorni alla scoperta del ghiacciaio Eqip Sermia in Groenlandia (6mila dollari, 5,3mila euro).
Da quel viaggio di Amundsen, sono state circa 200 le navi che hanno percorso quelle 900 miglia, ma la maggior parte di loro l'hanno fatto soltanto nell'ultimo decennio, dal momento che il riscaldamento degli oceani ha ridotto la calotta di ghiaccio per un tempo più lungo durante i mesi estivi.
Lo scorso agosto, la superficie di ghiaccio intorno al circolo polare Artico è stata del 30% in meno rispetto a quella di 25 anni fa, secondo i dati forniti dalla stazione nazionale del Colorado.
Verso la metà degli anni 1990, una media di quattro navi effettuavano questa crociera ogni anno; 13 nel 2013 e l'estate scorsa sono state circa 20. La maggior parte del traffico è costituito da piccole navi cargo per servizi alle comunità lungo il percorso. Piccole imbarcazioni da diporto fanno piccole gite. Nell'agosto 2012, una nave con 481 passeggeri, tra i quali molti residenti di questi luoghi, è transitata nel mese di agosto.
Il transatlantico Crystal Serenity sarà la più grande nave a tentare il viaggio da New York City a Anchorage in Alaska. E sarà il primo per numero di turisti. La domanda è stata così alta, che la Crystal Cruises sta già progettando una seconda crociera per il 2017.
Jeff Hutchinson, vice commissario alla guardia costiera canadese è soddisfatto, perché la nave Serenity ha fatto una pianificazione adeguata per il viaggio. Altri sono preoccupati che possa arrivare un aumento del traffico prima che la regione sia pronta.
L'aumento del traffico nella regione si è già tradotto in più alti tassi di incidenti. Un rapporto di Allianz di marzo, ne ha censiti più di 70 nelle acque del circolo polare artico nel 2015, il 30% in più sull'anno prima.
La manciata di nazioni intorno all'Artico, sono tra le prime a voler capire come gestire le acque da poco navigabili. Solo il 10% del passaggio a Nord-Ovest è stato correttamente normato con accordi fra Usa e Canada. Porti che possono ospitare una nave delle dimensioni della Crystal Serenity in caso di emergenza, sono limitati sulla rotta, così come lo risorse per un'eventuale salvataggio.
Nell'agosto 2010, una nave da crociera molto più piccola, con 200 passeggeri e membri dell'equipaggio a bordo, si è arenata a 55 miglia marine dalla terra. Ci sono voluti due giorni alla guardia costiera canadese, per arrivare a recuperare le persone su scialuppe di salvataggio.
E gli ambientalisti sostengono che non ci sono risorse per far fronte a eventuali fuoriuscite di petrolio dalle navi e per il monitoraggio del rispetto delle normative ambientali. Crystal Cruises ha lavorato su questo progetto per più di 18 mesi e ha implementato le precauzioni per assicurare la sicurezza di ospiti e equipaggio e per tutelare l'ambiente: sarà scortata da una nave che potrà anche rompere il ghiaccio, se necessario, avrà due elicotteri ed è dotata di radar per il rilevamento del ghiaccio e altri pericoli di notte.

Simonetta Scarane

domenica 29 gennaio 2017

Carcere e civiltà: il pellegrinaggio per scontare la pena.

L'associazione si chiama Oikoten ed è in Belgio. Dal 1982 attua uno speciale programma di rieducazione per detenuti: il pellegrinaggio. Le mete sono due: Roma e Santiago di Compostela. Una giovane reclusa belga, Deborah, è stata coinvolta nel percorso di recupero e ha camminato dal suo paese fino a piazza San Pietro, dove ha salutato il Papa alla fine dell'udienza generale.
Una modalità davvero impensabile per il nostro ordinamento penitenziario. Scrive l'Osservatore Romano: "Da detenuta a pellegrina, da un quadrato di mondo visto da dietro le sbarre alle sconfinate prospettive di un cammino fisico interiore capace di convertire. Il suo modo di scontare la pena e trovare la strada
per reintegrarsi nella società sono stati", si legge sul quotidiano della Santa Sede, "quei 1700 km a piedi dal Belgio a Piazza San Pietro, per incontrare Francesco. La donna era accompagnata da Stephanie Nosek, con tanto di supervisione del giudice".
Il metodo, riferiscono al giornale vaticano i responsabili dell'associazione, "è ispirato al concetto cristiano, radicato nella tradizione medievale, di far vivere al detenuto un processo di conversione attraverso il pellegrinaggio, verso Santiago di Compostela o Roma. Ma è anche una forma molto moderna di misericordia".
Ogni anno Oikoten, predispone questo particolarissimo percorso di estinzione alternativa alla pena per 15 detenuti. I destinatari del programma vengono selezionati secondo un'essenziale requisito: devono essere giovani, come Deborah. Le distanze da percorrere a piedi, sarebbero insostenibili per chi non sia sorretto da un fisico in perfetta salute e appunto dalla giovane età.
"È una vera sfida per provare qualcosa al mondo e a se stessi: rappresenta una possibilità di riflettere sul passato e gettare le basi per il domani", aggiungono i responsabili di Oikoten.
Chissà se nell'assai più cattolica Italia, potrebbe mai trovare spazio una misura alternativa così legata alla crescita spirituale e quindi all'effettiva rieducazione del condannato.