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sabato 17 dicembre 2016

Raccontare il male: Damiano Damiani e la mafia al cinema.

Titoli didascalici. Colori crudi, per rimarcare il senso di tristezza che pervade le storie. Personaggi piuttosto vivi, ma legati in maniera rigida a un ruolo. Ed ecco che il magistrato integerrimo e ingenuo convive col poliziotto non conformista, ansioso di giustizia e vendicativo. Ed ecco che i contrasti fortissimi tra le esigenze di verità dei puri, ciascuno a modo suo, e la corruzione esplodono sulla pellicola.
Sono le coordinate del cinema civile di Damiani Damiani.
Il regista friulano era approdato a questo genere particolare, molto in voga negli anni ’70, con il Giorno della Civetta (1969). E ne matura una propria personale lettura con il successivo Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica (1971). L’influenza di Leonardo Sciascia, seminale in tutto il filone, continua, anche in assenza di riferimenti diretti, perché Confessione resta un drammone siciliano pieno degli silemi del grande scrittore di Racalmuto: la difficile ricerca della verità, soffocata da una realtà ambigua, i personaggi ipercaratterizzati, in cui potere e corruzione si mescolano in maniera indistricabile, come se l’uno non potesse esistere senza l’altra. Ma, a differenza degli altri grandi autori (Petri, Rosi ecc.) che pure si cimentarono con la narrazione sciasciana, Damiani mantiene una dimensione più popolare, che sarebbe esplosa in tutto il suo potenziale un decennio dopo ne La Piovra.
Infatti, in Confessione la suggestione letteraria - che comunque c’è, sebbene in sottofondo - cede il posto alla cronaca. E Damiani racconta la Sicilia di allora: quella, per capirci, in cui i sindacalisti venivano falcidiati come mosche, in cui l’ombra del sospetto non risparmiava neppure i vertici della magistratura, in cui la lotta per la giustizia era un affare per solitari Don Chisciotte.
Il 5 maggio 1971 cadono sotto i colpi dei sicari (stando alle dichiarazioni intercettate a Totò Riina in carcere, tra gli esecutori ci sarebbe stato Bernardo Provenzano) Pietro Scaglione, il procuratore capo di Palermo, e il suo agente di scorta Antonino Lo Russo. È l’esito tragico della carriera importante e difficile di un magistrato che si era occupato dei casi più complicati della storia dell’isola. Scaglione è stato riabilitato nell’ultimo decennio, ma, prima di morire, è stato uno dei magistrati più criticati e malvisti da una certa opinione pubblica di sinistra.
Nel film di Damiani gli esperti hanno voluto cogliere un riferimento anche a lui, visto che il personaggio del procuratore distrettuale Malta (interpretato da Claudio Gora) gli somiglierebbe sin troppo.
Il 1971 è anche l’anno in cui il sacco di Palermo, cioè la cementificazione selvaggia dei quartieri storici della città raggiunge l’apice, sotto le giunte Dc guidate da Vito Ciancimino. La ricostruzione storica e giudiziaria del periodo avrebbe confermato ciò che si sapeva e che parte della stampa, soprattutto L’Ora di Palermo, aveva già rivelato: l’iperattivismo edilizio era il risultato della convergenza tra potere politico, mafia e impresa.
Il 1971, infine, è l’anno in cui la mafia inizia a diventare una questione nazionale.
Logico che Confessione risenta del clima dell’epoca e lo riproponga.
Non raccontiamo tutta la trama solo perché il film di Damiani, nonostante i richiami violenti all’attualità, è un giallo e il finale dei gialli non si rivela. Se ne accenna quel che basta per incuriosire verso una pellicola che merita ancora di esser vista e meditata.
I protagonisti della vicenda sono Traini, un giovane procuratore (interpretato da uno smagliante Franco Nero, in quegli anni l’attore feticcio di Damiani) e il commissario Bonavita (un superbo Martin Balsam a cui dona tantissimo l’accento siciliano datogli dal doppiatore Arturo Dominici).
I due entrano in contrasto durante un’indagine su una strage compiuta da Michele Li Puma (il bravo caratterista Adolfo Lastretti), un ex killer di recente dimesso dal manicomio. Entrambi mirano a risolvere la brutta storia che, in apparenza, sembra solo la vendetta di un folle. Ma ciascuno a modo suo: il poliziotto sotto il pungolo di un’ansia di verità che lo spinge a forzare le regole, il magistrato con lo scrupolo del rispetto delle leggi. «Ma lei che farebbe se dovesse applicare una legge ingiusta?», chiede al riguardo Bonavita a Traini in una delle scene più belle.
I due protagonisti, in un clima di reciproca diffidenza, indagano sul palazzinaro Ferdinando Lomunno (a cui dà il volto Luciano Catenacci, uno dei più noti caratteristi dei ’70), un re del cemento in odor di mafia e legato alla peggiore politica. Esemplificativa di questo rapporto proibito è la battuta che Lomunno rivolge all’onorevole Grisi (il paffuto Giancarlo Badessi, volto notissimo delle commedie dell’epoca): «Non ti sta più bene? Dimettiti, passa all’opposizione: per uno come te che se ne va ne troviamo altri tre».
La vicenda si dipana tra colpi di scena che portano a un finale tragico e aperto che lasciano lo spettatore pieno di dubbi e di indignazione.
Sullo sfondo, una Palermo grigia e triste, dove gli spaccati di vita popolare danno il ritmo alla narrazione, scandita dalla musica drammatica di Riz Ortolani.
Il poliziotto e il magistrato, nel loro rapporto burrascoso, rappresentano due estremi: la sete di giustizia che sconfina nel desiderio di vendetta, che arriva ed è amara, e il rispetto del diritto, che può tradursi in impotenza («Conduca pure l’indagine», dice Malta a Traina, «ma con prudenza»). E la verità diventa disillusione in una frase di Traina: «Ma se davvero è così, come può la gente credere nelle istituzioni?».

Un interrogativo ancora valido ancora su certe dinamiche dell’Italia profonda che, oggi come allora, indossa i pantaloni a zampa d’elefante. Le mode cambiano e tornano. I vizi rimangono. Nell’era delle fiction manca solo chi sappia denunciarli con l’efficacia appassionante di Damiani.

Saverio Paletta

Fonte l' Indygesto.it


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